Il Superuovo

Schindler’s list rievoca l’olocausto e Schopenhauer ci parla del dolore come valore innegabile

Schindler’s list rievoca l’olocausto e Schopenhauer ci parla del dolore come valore innegabile

Quant’è difficile convivere con il dolore di un passato che non possiamo cambiare ma che vorremmo poter dimenticare? La storia e il ricordo si intrecciano nel concetto di ‘soluzione finale’.

Il 27 gennaio di ogni anno viene celebrata la giornata internazionale della Memoria, per commemorare le vittime dell’Olocausto. È stato così deciso il 1 novembre 2005 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Da quel giorno il ricordo è assunto come ciò che ci fa andare avanti senza dimenticare la storia, perché è da essa che abbiamo molto da imparare. Il 27 gennaio 1945, le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau in Polonia. L’apertura dei cancelli rivelò per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazifascista.

L’olocausto del grande schermo

Nel 1993 Steven Spielberg dette vita ad una pellicola che ripercorre il dramma della shoah: Schindler’s list. Il film è ispirato al romanzo ‘La lista di Schindler’ di Thomas Keneally e basata sulla biografia di Oscar Schindler. È il 1939 e Cracovia vive l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Dopo che la Germania ha invaso la Polonia, gli ebrei vengono relegati in un ghetto e sono interdetti da ogni attività commerciale. In questo contesto, l’imprenditore tedesco Oscar Schindler coglie l’occasione per avviare una fabbrica impiegata nella produzione di tegami e pentole, con cui rifornire l’esercito tedesco. Schindler tesse una rete di legami e riesce ad ottenere la protezione delle SS. Egli si avvale della collaborazione del contabile ebreo Itzhak Stern che lo aiuta a trovare i soldi necessari all’attività ed è sempre Stern ad indicare gli oltre mille ebrei da impiegare nella fabbrica, salvandoli così dai campi di concentramento. L’intento di Schindler procede per il meglio se non fosse che, ad un certo punto, giunge a Cracovia l’ufficiale delle SS Amon Goeth con l’incarico di liberare il ghetto e inviare gli ebrei nel nuovo campo di concentramento di Kraków-Płaszów. A questo punto Schindler capisce di dover intervenire, corrompe Goeth ottenendo di continuare a impiegare gli ebrei nella fabbrica riconvertita alla produzione di granate. Ancora una volta la situazione precipita e la vita degli ebrei all’interno della fabbrica è messa nuovamente in pericolo, perché con l’avanzata delle truppe sovietiche, le SS ricevono l’ordine di cancellare tutte le prove dell’atto commesso, inviando i superstiti ad Auschwitz. A questo punto, in un ultimo tentativo disperato, Schindler disloca la fabbrica in Moravia e compra uno a uno gli operai pagandoli a Goeth. Ecco che la famosa lista, da cui deriva il titolo del film, altro non è che una serie lunghissima di nomi inseriti dall’imprenditore allo scopo di salvare più vite possibili. Quando la guerra finisce, Schindler salva ancora una volta la vita ai suoi operai, convincendo le truppe di guardia alla fabbrica a fuggire prima di commettere un ulteriore crimine.
Attraverso questo film Spielberg, ebreo d’origine, vuole rendere onore al proprio popolo e ricordarne la storia, raccontando l’azione di un uomo giusto.

Oscar Schindler e
Itzhak Stern in una scena del film

Il dolore visto con gli occhi di Arthur Schopenhauer

In questa vicenda ciò che resta oltre al ricordo, è il dolore. Come affrontarlo per fare si che esso non ci immobilizzi in un passato senza futuro? Per Arthur Schopenhauer il dolore è strettamente legato alla volontà di vivere. Alla base di questo legame indissolubile vi è la constatazione, per cui chi desidera ardentemente vivere, soffre una volta resosi conto della nullità della vita. Il dolore viene definito, in termini generali, come una delle tonalità fondamentali della vita emotiva. In questo senso potremmo dire che esso non abbia una giustificazione o una spiegazione, ma che sia semplicemente la cifra rivelatrice della nostra esistenza. Nell’universo doloroso di Schopenhauer non c’è spazio per Dio né per la ragione e se la vita è volontà, essa dev’essere necessariamente anche dolore. In questo senso egli crede che gli uomini non scelgano la vita perché la amano ma piuttosto perché essi temono la morte. Questa visione del mondo pessimista è in fondo l’emblema di una vita, umana contraddistinta dalla paura di morire e ancor di più dalla capacità di comprendere che questa forza incontrastata sfugge al nostro controllo. In questo quadro il dolore si configura come quell’elemento in grado di attestare la nostra esistenza, il nostro essere al mondo. L’uomo è l’unico essere in grado di giungere a questa consapevolezza e forse, è proprio alla luce di essa che possiamo tentare di accettare il dolore vissuto come un tassello di un puzzle che non può essere perduto. Non è mai facile affrontare un dolore così grande e collettivo come quello vissuto dal popolo ebraico e la ragione di tutto ciò probabilmente non sarà mai spiegata.

Giusto tra le nazioni

Il tempo come successioni di istanti determinati meccanicamente, viene messo radicalmente in crisi nell’ambito del ricordo umano. In esso il tempo acquisisce una dimensione privata e intima. Il ricordo di chi ha vissuto in prima persona le persecuzioni nazifasciste sembra essere indelebile, limpido come lo era allora. In questo quadro non vi sono solamente prede e predatori, ce lo ha insegnato Oscar Schindler, sulla cui lapide vi è la scritta “giusto tra i giusti”. Nel 1961 l’imprenditore tedesco, alla cui figura è ispirato il film, è stato protagonista della sua prima visita ad Israele dove viene accolto da più di duecento sopravvissuti all’olocausto. Significative al riguardo sono le ultime scene del film, che Spielberg ha tentato di riproporre fedelmente. I lavoratori della fabbrica, dopo l’annuncio dell’imprenditore relativo all’imminente fine della guerra, gli recano in dono un anello d’oro forgiato in gran segreto, su cui è incisa una frase:

Chi salva una vita salva il mondo intero.

Davvero toccante è ciò che vediamo poco dopo. Di fronte al gesto dei suoi operai Schindler crolla e confida con dolore a Stern che avrebbe potuto fare molto di più. Ma il suo, ormai ex contabile, lo conforta dicendogli che ciò che ha fatto è stato molto di più di quanto sarebbe stato possibile immaginare per un solo uomo.

Ci saranno altre generazioni per quello che lei ha fatto.

Cosi Stern rivolge, da ebreo, il proprio ringraziamento al suo datore di lavoro A distanza di molti anni, nel 1993, gli Ebrei sopravvissuti grazie all’imprenditore, rendono omaggio alla sua tomba in Israele, accompagnati dagli attori che li hanno interpretati nel film.
Ciò che Schindler fa proprio, è quel dolore intrinseco all’esistenza umana di cui ci parlava Schopenhauer, quel dolore che a ben guardare accomuna tutti.

 

 

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