Il Superuovo

“Mi chiamo Massimo Decimo Meridio”: la lotta tra la morte e la gelosia Shakespeariana di Otello

“Mi chiamo Massimo Decimo Meridio”: la lotta tra la morte e la gelosia Shakespeariana di Otello

Il gladiatore (Gladiator) è un film del 2000 diretto da Ridley Scott. La storia narra di Massimo Decimo Meridio: un legato ispano-romano costretto a diventare uno schiavo, in cerca di rivalsa contro Commodo. La stessa rivalsa è presente anche nell’opera di Otello in cui, la gelosia provocata da Iago, mette in moto il meccanismo della vendetta, presente in entrambe le storie.

La storia di Massimo Decimo Meridio ha colpito tutti sia per la sua gloria che per l’ingiusta crudeltà subita. Il suo cercare vendetta, dopo l’assassinio della moglie e del figlio, è dovuto alla gelosia di Commodo, figlio dell’imperatore Marco Aurelio, poichè quest’ultimo aveva promesso a Massimo che avrebbe avuto i poteri dell’imperatore fino a quando non sarebbe stato possibile formare una nuova repubblica. La stessa gelosia è presente in Otello, quando Iago realizza il gran potere politico di Otello. Da ciò comincerà a far dubitare Otello di sua moglie, provocandone la morte di entrambi.

 Forza e onore!

C’è stato un sogno una volta che era Roma  – Marco Aurelio

Secondo la storia, Commodo succedette sul trono a Marco Aurelio nel 180 d.C. e, dodici anni dopo, fu effettivamente ucciso da un gladiatore. È vero che il regno di Commodo fu contrassegnato dall’accentuarsi dell’assolutismo imperiale, e che Commodo stesso si appoggiò direttamente ai pretoriani e al popolo di Roma, compiacendone i gusti, per scardinare quel poco che ancora restava delle antiche istituzioni romane, ponendo così fine a una serie di cinque imperatori saggi e illuminati. Ma cosa ha fatto scatenare la pazzia dell’imperatore nel film?  La storia è ambientata nell’anno 180 d.C., quando il valente generale Massimo Decimo Meridio guida l’esercito romano alla vittoria durante la guerra contro i Marcomanni in Germania, guadagnandosi ancora di più la stima dell’anziano imperatore romano Marco Aurelio. Quest’ultimo, gravemente malato e sentendosi prossimo alla fine, non accetta il proprio figlio Commodo come proprio successore, considerandolo inadatto al ruolo, e designa il generale Massimo, vedendovi il figlio che avrebbe voluto avere al posto di Commodo: Marco Aurelio intende affidargli il compito di ripristinare la repubblica restituendo il potere al senato, ovvero al popolo romano, come avveniva prima dell’avvento dell’età imperiale. Commodo, deluso e afflitto per la scelta del padre, lo uccide soffocandolo con il proprio petto prima che il genitore renda pubblica la propria decisione. Massimo capisce che l’imperatore non è morto per cause naturali ma è stato ucciso dal figlio; rifiuta, dunque, di sottomettersi a Commodo, che dà allora ordine a Quinto di farlo decapitare e di crocifiggere la sua famiglia. Massimo riuscirà a scappare diventando prima schiavo e poi imperatore. La storia si concluderà con la morte di Commodo da parte di Massimo e poi con la morte del protagonista, camminando sui Campi Elisi verso la sua famiglia che lo aspetta.

Il “male” travestito da amicizia

Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d’amore! – Iago

Iago può essere visto come la forza motrice o catalizzatrice dietro a Otello; è il manipolatore che pianta i semi della malvagità nelle menti dei personaggi, giocando sulle loro emozioni e causando quindi la caduta di Otello. Iago non è il classico antagonista da cui l’eroe non si aspetta altro che azioni malvagie volte a distruggerlo. Lo spettatore sa che è malvagio, solo perché Shakespeare lascia che Iago si confidi con noi attraverso i suoi monologhi, “spoilerando” le sue reali intenzioni. Si finge amico di tutti, quando in realtà il suo obiettivo è distruggere chiunque ha intorno, soprattutto chi è leale e buono.

Il monologo di Iago

Scena Terza, Atto Primo.

Io odio il Moro… Si è anche bisbigliato, qua e là, che egli mi abbia sostituito nel dovere coniugale tra le mie lenzuola.

Non so quanto sia vero, ma per un semplice sospetto del genere io agirò come avessi certezza.

Di me egli si fida; e tanto meglio agiranno su di lui le mie macchinazioni.

Cassio è un bell’uomo… Vediamo un po’…

Prendergli il posto, e far culminare il mio piano in un colpo doppio…

Ma come? Come?

… Ecco… Fra un po’ di tempo, potrei stillare nell’orecchio di Otello che Cassio è troppo in intimità con sua moglie.

Cassio ha un aspetto e un carattere soave, che sembran fatti apposta per far sospettare gli uomini e per far girare il capo alle donne.

ll Moro è d’indole semplice e franca.

Crede onesti quegli uomini che appena lo sembrano. E si farà menare per il naso docilmente come un somaro.

Ho trovato… L’idea c’è. Poi l’inferno e la notte porteranno alla luce questo parto mostruoso.

 

Vediamo il momento chiave dell’opera: la malvagità di Iago nei pensieri. n questo momento della storia Iago ha già provato a screditare Otello, raccontando al padre di Desdemona dell’incontro segreto tra i due. A questo punto Brabanzio, sebbene sia notte fonda, è così furioso da uscire di casa e iniziare a dare la caccia al Moro, per ucciderlo. Iago, che già fin dall’inizio fa il doppio gioco, avvisa Otello del pericolo che lui stesso ha causato. Il nostro Villain si aspetta che Otello subisca le conseguenze della menzogna che ha messo in giro, ma il caso vuole che sia il Doge di Venezia ad intervenire in sua difesa, chiudendo la questione dopo aver ascoltato i due amanti, i quali raccontano di essersi incontrati per sposarsi in gran segreto. I Turchi, nemici di Venezia, si stanno infatti muovendo per attaccare e perciò il Doge persuade Brabanzio ad accettare il matrimonio della figlia, così che Otello possa partire per Cirpo a difesa di Venezia. Iago è troppo determinato a distruggere Otello per darsi per vinto, quindi decide di affinare meglio il suo piano e, quando rimane solo in scena, confida i suoi pensieri al pubblico, con la grande maestria che solo Shakespeare può elaborare.

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