Sai “dov’é il tuo corpo?” I nostri sensi ci aiutano a scoprirci

Il film d’animazione Netflix “Dov’é il mio corpo?” Ci porta alla scoperta di un viaggio all’interno della corporeità, per scoprirla come fattore esperienziale di benessere. 

Dov'è il mio corpo? - Recensione del film d'animazione di Jérémi Clapin | Nerdevil

“Dov’è il mio corpo?” (“J’ai perdu mon corps”, nella versione originale) è la storia di una mano che cerca il corpo che ha perso. La mano e il corpo sono quelli del giovane Naoufel, che sognava di fare il pianista e l’astronauta, e consegna pizze a domicilio. Naoufel è cresciuto e consacrato a lunghi silenzi, all’alienazione e alla solitudine, finché non accade qualcosa di imprevedibile: viene ascoltato, e a farlo è Gabrielle. È soprattutto una storia sull’ascolto: della voce degli altri, dei silenzi, della ricerca e della ri-congiunzione a parti di sè da tempo taciute, nonché degli elementi naturali che, assieme all’aiuto di Gabrielle, ricongiungono la mano del protagonista al proprio corpo. Il corpo parla un suo linguaggio esprimendo emozioni:  è il canale di comunicazione con il mondo: riceve dal mondo e dà al mondo. La mano custodisce esperienza ed esistenza, manifesta una sua coscienza, una propria identità che recupera dall’originaria unità con il corpo pur essendone separata.
Essere il proprio corpo, sentirlo come “uno” è il primo passo che sinonimizza coscienza e identità; perderne una parte è perdere una parte di sé, avvertire il senso di una frammentazione con il rischio che diventi psichica. Il corpo e la mano del film aspirano alla ricongiunzione, proprio come il sé aspira all’unità.

Vediamo come, questo viaggio con il corpo attraverso il mondo, si dirama secondo 3 interpretazioni:

Il corpo e la psicologia (Nascita)

La storia della psicologia ha ampiamente affrontato il discorso del corpo come esplorazione del mondo e di sé stessi, sin dalla psicologia dello sviluppo.  Lo sviluppo degli esseri umani e della loro formazione in quanto individui è legato a una dimensione principale, descrittiva della natura umana stessa: la dotazione biologica data dal corpo, in cui risiedono gli elementi di vincolo dell’esperienza, e la cultura, come bagaglio di strumenti d’interpretazione e di organizzazione della realtà. Jerome Bruner, che ha postulato questa tesi, ha donato un apporto importantissimo alla psicologia dello sviluppo. Dai suoi studi è emerso che tutto ciò che facciamo sin da bambini è quello di essere esposti, con la mente e con il corpo, ad un ambiente che in qualche modo modella la nostra comprensione, e di conseguenza il nostro comportamento. Siamo costantemente impiegati in processi di scambio continuo con l’ambiente: la genesi della struttura fondamentale delle abilità intellettive umane appare legata indissolubilmente alle capacità motorie che determinano gli eventi interindividuali su cui si costruisce la conoscenza come evento sociale e culturale. L’idea portante di questa prospettiva definisce, pertanto, la realtà come il prodotto di processi transazionali tra soggetto e ambiente mediati dalla corporeità. Jean Piaget, negli stadi di sviluppo infantili, postula quanto sia importante già dalla nascita, che il corpo, immerso in uno spazio, costruisca il proprio sviluppo cognitivo a partire da contatti sempre più complessi con le cose attraverso i sensi. Uno degli stadi principali riguarda proprio la natura “sensomotoria” del bambino, ovvero la primitiva esplorazione attraverso i cinque sensi dell’ambiente, anch’essa divisa in sei sottostadi inferiori, nei quali il bambino, poco a poco, esprime se stesso con il corpo. Più di recente è emerso anche il contributo di  Annette Karmiloff-Smith e del Neurocostruttivismo per cui il ruolo dell’ambiente e del corpo immerso all’interno di quest’ultimo risulta fondamentale per lo sviluppo cognitivo. In uno dei processi di dominio principali è addirittura emerso, quanto l’ambiente possa favorire o sfavorire il ruolo dei geni e della loro epigenesi deterministica, sostituita dalla conseguente epigenesi probabilistica. Quello che sembrava essere un ruolo già predeterminato alla nascita della nostra curva genetica, è invece smentito dal neurocostruttivismo, per cui la curva prende una direzione in base a come viene modificata dal corpo, dalla mente e dall’ambiente nel corso della vita.

Lo sviluppo cognitivo del bambino secondo Jean Piaget

Il corpo e la pedagogia (Crescita)

La pedagogia ci offre, prendendo spunto anche dalle discipline orientali, un modo per intendere noi e il mondo con una prospettiva meditativa. Prendere consapevolezza di come il proprio corpo ci comunica uno stato positivo o negativo, di come concepiamo il nostro benessere nella totalità, é l’origine da ricercare nel proprio comportamento e nella propria mente. Dare voce al corpo, e corpo al silenzio, é il primo passo per guarire dal frastuono indecifrabile del mondo, che mette a tacere ciò che dovremmo sentire con più forza, ovvero, il nostro corpo. Il benessere, corrisponde all’essere-bene, ovvero, essere bene per sé e produrre bene per gli altri. Non produrre alcuna tossicità è il primo elemento per dare e trovare pace in sé e nel mondo. Le discipline meditative aiutano a ritrovare la voce sussurrata all’interno del nostro io, che si confonde col chiacchiericcio di ciò che accade all’esterno. Come asserisce Maria Montessori, come esseri umani siamo chiamati a sviluppare e rendere reale la nostra umanità, ecco perché dovremmo dare una forma al nostro silenzio, è colui che richiede salvezza. Il corpo è chiamato ad esprimersi come prima realtà della nostra esistenza (Heidegger) e l’educazione attraverso il gesto è la nostra indagine più complessa e profonda dell’altro.

Meditazione: come si pratica e quali benefici apporta

Il corpo e la fotografia (Catarsi)

Il momento perfetto in cui un corpo nella totalità, o una singola parte comunicano qualcosa, può essere racchiuso nello scatto di una foto. Scattare una foto per immortalare un messaggio è ciò che di più emozionante possa rimanere di una vita poco raccontata. Intrappolare un momento e renderlo eterno, ecco cos’é un viaggio. Le fotografie sono oggetti di relazione, sia tra chi fotografa e chi viene fotografato, sia tra la realtà e la sua rappresentazione.

“Ho scattato alcune delle mie migliori foto mentre viaggiavo verso una particolare destinazione. A distanza di anni le destinazioni sono ormai dimenticate da tempo, ma quelle foto che ho scattato sono divenute memorabili”

Il consiglio di Steve McCurry è quello di non focalizzarsi troppo sulla destinazione mentre si è in viaggio, ma di cercare di cogliere ogni attimo che si può presentare nel viaggio lungo la strada. Una volta arrivati a destinazione, resta perdersi, il modo migliore per scattare foto che possano in qualche modo rimanere. Camminando tra la gente e cercando di cogliere l’atmosfera di quel particolare posto. Entrando in uno stato quasi di meditazione mentre si cammina per le strade, alcune delle foto si presentano quasi da sole di fronte all’obiettivo del fotografo. Fondamentale, è inoltre, saper cogliere l’attimo, senza lasciarselo scappare via, certe situazioni non si ripresentano due volte di fronte all’obiettivo. La fotografia incontra, dunque, gli obiettivi prefissati dalla pedagogia di fronte all’arte della vita: accogliere.

Steve McCurry, Icons. A Cagliari, 100 immagini ripercorrono la carriera del fotografo statunitense - ArtsLife

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