Il Superuovo

Rousseau e Brunori Sas ci parlano del nostro bisogno di cercare l’approvazione degli altri

Rousseau e Brunori Sas ci parlano del nostro bisogno di cercare l’approvazione degli altri

Cercare la complicità degli altri significa perdere la propria identità? Ecco la riflessione di Rousseau e di Brunori. 

Il filosofo Rousseau

Quanto modifichiamo la nostra natura per piacere agli altri? A che prezzo indossiamo delle maschere per muoverci senza problemi nella nostra società? Se vogliamo uscire da questo gioco, ascoltiamo cosa hanno da dire il filosofo svizzero e il cantautore calabrese. 

“Come sei bravo, quante qualità”

Jean-Jacques Rousseau dipinge un quadro della società tutt’altro che rassicurante: dominato dall’amor proprio e dalla costante voglia di apparire, l’uomo entra in essa solo per confrontarsi ed eccellere. Egli desidera raggiungere i propri fini a discapito degli altri, brama le cose più superflue e si ricopre di ogni bene. Ma a che scopo comportarsi così? Come dice anche la band Brunori Sas nella canzone Nessuno: per un bisogno di approvazione. L’uomo non desidera possedere qualcosa per godere di ciò che ottiene, ma per dimostrarsi migliore degli altri. Egli ricerca la complicità, il centro dell’attenzione, in compagnia racconta “qualche fesseria” per poter ricevere la stima altrui, e Brunori canta:  

“Faccio quel che faccio per un complesso di inferiorità, perché mi piace che la gente dica, come sei bravo quante qualità.”

Egli non è spinto dalla voglia di realizzare pienamente la sua natura, ma dall’amore per ogni forma di distinzione, dall’ansia di confermare attraverso il giudizio degli altri la stima che si ha di sé. 

“Una sottile vanità” 

Da tutto questo derivano conseguenze gravi per l’identità delle persone: per piacere agli altri cominciano a dissimulare la loro natura, a fingersi chi non sono, tutto per alimentare la propria vanità e sentirsi appagate. L’uomo si dimostra nascosto da una maschera persino quando si comporta in maniera accomodante verso il prossimo, creando una scissione all’interno della sua stessa personalità, egli seppellisce la propria indole a favore dell’apparenza. Nella ricerca di distinzione e di superiorità, egli finisce paradossalmente a uniformarsi agli altri. Si riscopre vuoto, fragile, incapace di essere sincero persino con se stesso, dipendente dall’opinione altrui come se fosse la propria. Brunori ci mostra come persino quando sembra rivelare la sua autentica natura, in realtà rappresenta l’ennesimo tentativo d’attenzione: 

“E anche questa confessione è una sottile vanità, non credere che sia soltanto un mio slancio d’onestà”

Il cantautore Dario Brunori

“Non piango mai davanti a te” 

Ma dov’è finita allora la nostra autenticità, il nostro vero io? C’è stato un tempo in cui non era sottoposto a questa opera di repressione? Rousseau delinea a questo proposito l’immagine dell’uomo nello stato naturale: ancora isolato e senza legami sociali, egli è padrone di sé e dei suoi desideri, semplici e immediati. Dotato non più del freddo amor proprio, ma dall’amore di sé, una passione che non è tesa al continuo bisogno di proiettare i propri desideri in qualcosa di esteriore e superfluo, ma che ha una proprietà autoconservativa, che rende l’uomo consapevole di essere bastevole a se stesso. Anche nella canzone della Brunori Sas, il protagonista riesce a dimostrare le sue debolezze e la sua vera natura solo quando non è presente nessuno, scoppiando in lacrime. Rousseau ci racconta che è da quando l’uomo è entrato in una relazione civile con l’altro che egli ha cominciato a dissimulare, a provare emozioni competitive, come il risentimento e l’invidia. Abbiamo sacrificato l’autenticità al tempio della società. 

Una società diversa 

E quindi cosa dovremmo fare? Afferrare una clava e tornare a vivere nelle foreste? Assolutamente no, risponderebbe Rousseau. La difficoltà sta nel riuscire a conciliare il rapporto con gli altri e la propria identità, cercando di fondare la società su passioni diverse da quelle dell’utile e dell’invidia. Una possibile soluzione potrebbe nascere dalla stessa radice che genera le patologie insite nella società: se ci relazioniamo all’altro solo per un bisogno di conferme, se il nostro desiderio di distinzione nasce da una fragilità interiore, la svolta potrebbe essere quella di scoprire le carte e riconoscere questa debolezza. Se, come direbbe Montaigne, “siamo tutti vuoti”, bisognerebbe avere il coraggio di riconoscerci tutti uguali in questa fragilità, rendendo l’altro non il rivale che deve elogiare le nostre qualità, ma colui che è caratterizzato dai nostri stessi bisogni e dalle nostre stesse imperfezioni. Il legame che si crea non è più dunque un mezzo per eccellere, ma ciò che può riempire la nostra interiorità finora rimasta rotta. La sfida è quella di rendere l’autenticità non più un sacrificio, ma il collante di una società diversa, e, come dice Nancy, di unirci a partire dalle nostre lacerazioni e dalle nostre ferite. 

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