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David Quammen e il Big One nel libro Spillover: profezia oppure previsione? La biologia chiarisce

David Quammen e il Big One nel libro Spillover: profezia oppure previsione? La biologia chiarisce

Un “next Big One”, così David Quammen nel libro “Spillover”, pubblicato nel 2012, avrebbe previsto la pandemia di Coronavirus.

Con uno stile poliziesco e accattivante, Quammen racconta la propria esperienza a fianco di ricercatori a caccia di specie naturali di virus. Nella sua opera si lascia andare ad una inquietante considerazione. Secondo Quammen una pandemia futura avrebbe avuto luogo tra i wet markets orientali ed essere causata proprio da un Coronavirus.

Un next big one causato da un Coronavirus profezia oppure previsione già considerata dagli esperti?

Le parole di Quammen hanno acceso subito i dibattiti tra i complottisti più ferventi: come ha fatto il giornalista ad anticipare un evento futuro con ben 8 anni di anticipo? Anche Quammen appartiene alla combriccola dei “poteri forti”? Ebbene no. Non è stato decifrato dal codice Da Vinci e neanche profetizzato da Nostradamus. Quammen fa riferimento a un’ipotesi già nota da tempo agli esperti. Anche se sembra impressionante come siano stati presi in considerazione i dettagli. Nel libro, infatti si parlava di una possibile futura zoonosi che avrebbe avuto luogo proprio tra i wet markets cinesi e che tra i candidati più probabili c’era proprio un “parente” alla già nota SARS. A quanto risulta, un’epidemia causata da un virus della famiglia dei Coronaviridae non sembra essere stato un evento inaspettato, almeno tra gli esperti del campo. Già da pochi anni successivi allo scoppio della SARS gli esperti hanno manifestato la loro preoccupazione con la pubblicazione di diversi articoli che mettevano in guardia le istituzioni a prestare massima attenzione all’interazione uomo-animali. Specialmente nei luoghi di commercializzazione degli animali che venivano organizzati periodicamente nei paesi orientali. A questo si aggiungono vari comunicati, tra cui una conferenza stampa, avvenuta nel 1997, in cui l’epidemiologo Burke enunciò i criteri che avrebbero reso alcuni virus tra i migliori candidati per una epidemia. Tra questi non mancavano i Coronavirus. Ma allora cosa sapevano gli esperti per renderli già pronti (almeno psicologicamente) a un evento simile? Niente di nuovo che nella biologia dei Coronavirus non si possa trovare.

I coronavirus tra i migliori candidati in grado di scatenare una pandemia

Lo troviamo scritto ovunque e ormai è un fatto assodato: la famiglia dei Coronaviridae presenta un genoma a RNA. Una molecola che di natura sembra molto simile al nostro DNA ma che conferisce ai virus delle capacità sorprendenti. I virus a RNA, infatti, presentano una spiccata capacità di mutare ossia di cambiare la propria sequenza e renderli in grado di “produrre” proteine diverse. Quali sono le conseguenze? Tra le proteine codificate dai Coronavirus troviamo una proteina che recentemente è diventata molto famosa tra i titoli sensazionalistici: la proteina Spike o proteina S.
Il virus ha la capacità di attecchire sulle cellule attraverso l’interazione della proteina Spike con una molecola specifica espressa sulle cellule del tratto respiratorio (ACE 2). Da ciò si deduce che una mutazione che interessa questa proteina potrebbe renderla capace di legarla con più efficienza. Questo si traduce con una maggior contagiosità che si è riscontrata nella variante Inglese. Ma le sorprese non finiscono qui. Infatti, una mutazione per ricombinazione della proteina Spike con quella di altri ceppi virali infettanti la stessa cellula causerebbe uno scambio di frammenti che potrebbe generare una proteina capace di legare anche recettori diversi da quello dell’organismo in cui si trova. Questo vale a dire una cosa: zoonosi. La zoonosi o spillover o tracimazione, in qualsiasi modo vogliate chiamarla, è un evento che consiste nella capacità di un virus di “saltare” da una specie all’altra. In questa circostanza il virus presente in un ospite di amplificazione acquisisce delle mutazioni che lo rendono capace di infettare cellule appartenenti a una specie diversa. E questo lo sanno bene i Coronavirus che nel 2019 hanno evoluto un ceppo in grado di attraversare la barriera interspecie. Il ceppo albergava nei pipistrelli del genere Rhinolophus diffusi nella Cina meridionale. Ricombinando per la sequenza della proteina Spike ha evoluto una proteina in grado di riconoscere con maggiore affinità il recettore presente sulle cellule del tratto respiratorio umano. La facilità con la quale muta il proprio genoma permette ai coronavirus di infettare un ampio spettro d’ospiti. Questi, infatti, possono infettare diverse specie come gatti, maiali, tartarughe, serpenti, pangolini, zibetti e pipistrelli.
Inoltre, non si può non considerare anche il ruolo che i pipistrelli hanno giocato in tutto ciò. Il pipistrello infatti è l’ospite naturale del virus. Per ospite naturale si intende una specie che nonostante sia infettata spesso non sviluppa sintomatologia e può trasmettere particelle virali negli organismi con cui convive. I pipistrelli infatti potrebbero essere considerati come miglior ospite naturale per i virus a causa della loro natura. Sono mammiferi e quindi filogeneticamente vicino all’uomo. Inoltre amano vivere in popolazioni numerose e capaci di migrare per distanze considerevoli trasportando virus ad ogni parte del mondo e, come se non bastasse, presentano un sistema immunitario che gli impedisce di sviluppare una risposta infiammatoria all’infezione quindi non si ammalano o se lo fanno sviluppano sintomatologie lievi.

che ruolo ha svolto l’uomo nella zoonosi?

Anche l’uomo si è aggiudicato un posto in questa vicenda. Negli ultimi anni la diffusione di virus da specie animali all’uomo è sempre più diffusa. Si ricorda Ebola, Influenza aviaria, SARS, MERS ed altri. Non è necessario sterminare intere popolazioni di pipistrelli, pangolini o visoni per eradicare una fonte di contagio. Basterebbe semplicemente fermarsi a riflettere e iniziare a prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Le pratiche umane hanno creato le condizioni necessarie affinché si verificasse una zoonosi: animali strappati dal loro habitat e messi sotto stress per essere stipati in gabbie anguste al centro delle metropoli. La vendita e il consumo di carne infetta ha permesso che l’uomo entrasse in contatto con il virus, si infettasse e lo diffondesse nella popolazione. Nonostante ci fossero già stati avvertimenti, l’essere umano ha continuato a praticare bracconaggio devastando ecosistemi e alimentando il mercato nero dei wet markets per assicurarsi il piatto più prelibato da portare in tavola ma stavolta in tavola ha trovato il ben servito dalla natura.

Si può prevedere una eventuale prossima pandemia?

Purtroppo, no. Ma possiamo mettere in pratica dei piccoli accorgimenti che potrebbero impedire il prossimo evento di Spillover. Partendo dalla lotta al mercato nero di animali selvatici fino ad arrivare al turista. Ad oggi si fa poca sensibilizzazione dei pericoli che i viaggiatori possono incorrere visitando una località remota. Mantenere un’accurata igiene, riporre attenzione ai contatti con la fauna autoctona, consumare cibo preconfezionato o sterilizzato.
La fine della pandemia potrebbe aprire un’era in cui la nostra visione della natura cambierà. Smetteremo di guardare il mondo animale in maniera idealizzata e saremo consapevoli che anche i virus hanno un proprio posto nel mondo. Sarebbe opportuno iniziare a conviverci… ma non troppo.

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