Il Superuovo

Roma nun fa’ la stupida stasera, c’è qualcuno che ti ha lasciata

Roma nun fa’ la stupida stasera, c’è qualcuno che ti ha lasciata

Mamma Roma, ciao! Ti saluto! Il tempo di disfare le valigie, mancarmi e torno giù, te lo prometto.

A tutti quelli che ogni giorno lasciano la propria casa in cerca di una nuova, dico di non dimenticare ciò che lasciate qui. Un ciglio sotto il cuscino, l’acqua sporca dei fiori nel vaso e in doccia una bottiglietta di shampoo alla camomilla mezza vuota, non dimenticateli. Soprattutto, non dimenticate che la Luna, sì, splende forte anche qua.

Il principio di contraddizione di quelli che restano: chi parte, non soffre

Ogni giorno sentiamo qualcuno programmare partenze imminenti e frettolose, strappalacrime come The Notebook. Vediamo i nostri amici sollevarsi da terra e toccare il cielo con un solo dito all’idea di poter finalmente prendere uno spritz d’asporto in un’altra città. O meglio, non una città a caso. La città che a loro tanto manca da quando li hanno intrappolati nelle mura della loro vecchia vita! La stessa vecchia vita che avevano cercato di oscurare per un po’, di lasciare alle spalle e, chissà, magari un giorno se la sarebbero pure dimenticata. Onestamente, quante volte pensiamo che siano ingenuamente dei disillusi a credere che questo durerà? E quante volte lo pensiamo solo perché sappiamo già che, con quel biglietto del treno o dell’aereo in mano, sarà più difficile staccarsene ora? Perché, se in realtà dovesse durare davvero, come faremmo? Per quelli che rimangono a casa ad aspettare il ritorno di chi è partito, il must è dedicarsi esclusivamente alle solite attività masochiste per il loro status quo. Giorni e giorni di overeating e overthinking con il solo obiettivo sottinteso di raggiungere pateticamente le vette più alte e spiccate delle cosiddette “pare” mentali. Da quando esiste una post-verità che dice che è diventato impossibile che anche l’altro, che ne se va, soffra proprio mentre se ne sta andando?

Il principio di Trilussa, principe del campanilismo

Trilussa, poeta con pedigree di razza romana eccellente e sceltissima, immagino abbia scritto la sua poesia, “Er cane e la Luna”, dopo essere stato friendzonato sotto il cielo stellato di metà agosto. Esemplifica benissimo un motivo radicale molto spesso dimenticato nel dibattito su chi ce l’ha più grosso (il disagio, sia chiaro) tra chi parte e chi rimane, cioè che non importa quanti andranno via e quanti rimarranno, casa è e per sempre sarà casa fintanto che ci sarà qualcosa ad accomunarli, ovunque si troveranno. In questo caso, non sono il Colosseo aperto al pubblico, né la Fontana di Trevi piena di vigili che fanno multe a chi non ha la mascherina, né il Pantheon con i gabbiani più grandi del mondo che gli volano sopra, né le pizzette rosse del forno, né la grattachecca lungo il Tevere. È la Luna. In mezzo a tante infamie e tanti guai, / ècchela lì! Nun s’è cambiata mai / e rimane impassibbile, rimane… / Me piacerebbe ch’aggriggiasse er naso, / che stralunasse l’occhi …. Nun c’è caso! E Trilussa, anzi, il cane di Trilussa lo aveva capito, proprio quando le abbaiava. E lei rimaneva fissa, splendente, ferma, con gli stessi buchi alla groviera e un mucchio di sogni appesi a lei. Forse, il fatto che er monno è sempre quello, che l’onda verde della Colombo non la beccherai mai e che a Ponte Milvio puoi scordarti il parcheggio se non hai una Smart a due posti, può funzionare come commovente modus vivendi della distanza, che ciò che lasci, se lo lasci con amore, esattamente lì resta ed esattamente lì lo ritroverai. E, se ogni riferimento a persone e a fatti non è puramente casuale, va detto che la nostalgia non è una malattia sessualmente trasmissibile, bensì è la totalità estetica di attimi vissuti di cui ci si ciba per tranquillizzarsi. Per dirsi che presto torneranno altri attimi da vivere, proprio come prima.

Non è affatto un film per famiglie, ma un videoclip di Lana del Rey

Esiste una regola nei film da bollino verde in prima visione alle 21.30, che, se almeno una volta qualcuno non ripete al protagonista la frase “casa non è un luogo, ma una persona”, allora quello non è davvero un film per famiglie. Però, fosse facile crederci! Una ragazza inevitabilmente si domanda se lei non rappresenti un motivo sufficiente per il fidanzato, perché non parta più, perché non la abbandoni, lei suggerirebbe. Una madre piange, mentre crede che il figlio, di lei, non ne può proprio più, piuttosto preferisce andare avanti per giorni, col frigo vuoto, a mangiare spinaci surgelati e uova strapazzate fino alla nausea. Un amico passa intere ore ad aspettare un messaggio, azzarda una telefonata che, dall’altro capo, già sa che sarà senza risposta e, allora, rinuncia. Una volta, la donna più saggia che esista in questo universo indie e sadcore, Lana del Rey, ha detto che not all those who wander are lost. Non tutti quelli che vagano sono persi, è proprio vero, perché ci sarà sempre qualcuno, da un’altra parte, a chiedersi come sta e a contare le settimane o i chilometri che li separano: una nonna, una migliore amica, un cane. Ma la domanda è: chi è che vaga? Chi cambia casa e città? Oppure chi spende il meglio delle sue giornate in una nuvola di daydreams, mentre immagina di riabbracciare chi è lontano? Sì, it’s my cup of tea.

Ad ogni modo, qua a casa stiamo tutti bene.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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