Ridiamo sempre per le stesse cose: Plauto, le barzellette degli antichi e i cinepattoni ci spiegano perchè

Siamo figli del nostro tempo o, essendo uomini, siamo sempre uguali a noi stessi? È sicuramente una domanda complicata, che apre interpretazioni filosofiche e alla quale è molto complicato rispondere, almeno in modo generale. Se si scende nel particolare però la cosa diventa più facile. In questo articolo infatti si cercherà di vedere come la comicità sia, o meno, cambiata nel corso dei secoli.

L’IMPORTANZA DELLA RISATA

La risata è una cosa della quale non possiamo fare a meno, uno stimolo atavico, irrinunciabile e al quale è impossibile resistere. Proprio per questo la comicità, la commedia in grado di suscitare il riso, ha avuto un ruolo fondamentale negli studi degli antichi dotti, i quali dedicavano alla risata un’attenzione particolare. Perchè il riso ha sempre avuto un significato duplice, a volte è stato elogiato, altre denigrato. Non è un caso se il libro che “provoca” le morti nel nome della rosa sia proprio  la parte della poetica di Aristotele dedicata alla commedia.
Ma durante il corso del tempo le cose che ci fanno ridere sono cambiate?
Verrebbe da rispondere di sì, in fin dei conti è variata la nostra sensibilità, per fare un esempio sciocco non andiamo più al colosseo per incitare i gladiatori. Eppure questo è vero solo in parte, la comicità in grado di scatenare la risata, una risata spontanea e non ragionata, in realtà è cambiata molto poco.

BARZELLETTE ANTICHE

“Una donna aveva un servo stupido. Un giorno vedendolo nudo si accorse di quanto fosse ben dotato, così mise a punto un piano. Nascose il volto con una maschera, come solitamente facevano le ballerine, ed iniziò a danzare con lui. Danza che ti ridanza, alla fine, se lo portò a letto. Una volta che il marito fu di ritorno il servo gli si fece incontro di corsa: padrone, padrone, ho scopato con la ballerina e la padrona era in casa, spero di non aver fatto una cosa sbgaliata!”

La barzelletta che ho appena riportato è contenuta nel philogelos, il primo libro di barzellette mai scritto nella storia, redatto probabilmente poco dopo la caduta dell’impero romano d’occidente.
Siamo quindi nel V-VI secolo dopo Cristo, anche se certamente le 245 storielle narrate nel libretto circolavano in forma orale da secoli.
Analizziamo la barzelletta un filo meglio.
Allora, inanzitutto il tema è il più classico di tutti: il sesso. Il linguaggio, poi, dapprima è fortemente allusivo, per poi sfociare nello scurrile.
Per quanto rigarda i personaggi, invece, inizialmente compaiono due stereotipi “fissi”: il servo stupido e la padrona di facili costumi, chiamiamola così. Questi due personaggi sono, come ho già detto, fissi, nel senso che non hanno un’identità, sono delle maschere, macchiette utili a suscitare il riso.
Dopo i due stereotipi caricaturistici ce n’è invece uno molto più sottile, tratto questa volta dal contesto reale: la ballerina che si porta a letto il primo che capita.
Effettivamente nel mondo greco il ruolo di danzatore (sia uomo che donna) implicava spesso una situazione ai margini della prostituzione, nella quale il ballerino oltre, appunto, ad esercitare la kore finiva spesso per soddisfare, di chi lo stava osservando, non soltanto gli occhi…
Tema di tipo sessuale-linguaggio “da strada”-stereotipo fisso-stereotipo tratto dal reale-battuta finale che suscita il riso.
Con una suddivisione del genere si potrebbero creare miriadi di nuove barzellette ed essere sicuri di suscitare sempre il riso. Si pensi a quante barzellette “sporche” hanno come protagonista il re incontrastato dei personaggi “fissi”, ovvero Pierino, il quale si interfaccia, di volta in volta, con un stereotipo che, invece, è tratto dal reale, e allora ecco comparire la maestra provocante, mogli e mariti fedifraghi, idraulici aitanti…

LA COMMEDIA DI PLAUTO

Questo schema, in realtà, non è utile solamente per le barzellette, può essere applicato, con le dovute piccole variazioni anche a situazioni più lunghe, come un’opera teatrale o un film.
La cosa divertente, infatti, è che se uno si mette ad analizzare le cose che ci fanno ridere oggi e quelle che facevano ridere gli antichi, si rende conto che sono praticamente identiche.
Per ridere intento ridere così, sguaiatamente, senza stare troppo a ragionare.
Mettiamo quindi un attimo da parte il nostro “schema per suscitare il riso con una barzelletta” e crchiamo di ampliarlo. In fin dei conti se si parla di cinema o teatro, questo schema può sicuramente funzionare ma la battuta dovrà per forza essere inserita all’interno di una trama.
Prendiamo all’uopo il commediografo più amato dai romani: Plauto.
Che trame hanno le sue commedie? Sono praticamente tutte storie d’amore. Il ragazzo è sempre di buona famiglia, mentre la ragazza può essere in due varianti: o una prostituta oppure la giovane di modeste condizioni sociali che, alla fine, si scopre essere, invece, di alto lignaggio. L’antagonista solitamente o è il vecchio padre del giovane (il quale di volta in volta o non vuole dargli i soldi per sposarsi oppure cerca di rubargli la donna) oppure il lenone che non vuole “liberare” la prostituta.
Ad aiutare il protagonista c’è, praticamente immancabile, la figura del servo furbo, il quale, spesso, funge quasi da deus ex machina, raggirando il cattivo e donando la “vittoria” al buono.
Oh, non sto scherzando, a noi di commedie di Plauto ce ne sono arrivate 21 e tutte sono racchiudibili nei canoni che ho descritto sopra.
Vi dirò di più. A livello di trama Plauto non inventa nemmeno nulla. Le trame sono copiate di sana pianta da commedie ellenistiche.
Quello che Plauto ci mette di suo è il fatto di modificare i personaggi.
In che modo? Forse rendendoli più umani direte voi, magari analizzandone meglio la psicologia?
Ecco. Esattamente il contrario. La commedia nova, quella con capostipite Menandro e alla quale Plauto copiava le trame era pur sempre una commedia greca e i greci, quelli del IV-V secolo avanti Cristo, quelli dell’Atene democratica e della guerra del peloponneso erano persone colte e raffinate, le quali andavano a teatro per ridere, sì, ma anche per imparare qualcosa.
La commedia nova, quindi, era piena di situazioni surreali ed ambigue, ma metteva sul palcoscenico anche dei temi reali, come ad esempio il rapporto tra i giovani e i vecchi o il ruolo della donna.
I romani invece volevano ridere, senza stare troppo a sottilizzare  (mi sa che discendiamo più da loro che dai greci).
Plauto quindi che fa? Prende le trame, ma rende i personaggi delle maschere, poi ci butta in mezzo qualche parolaccia, un po’ di allusioni in più e giù tutti a ridere.
Non sto esagerando.
Ecco un pezzetto della commedia più famosa di Plauto: il miles gloriosus:

SCELEDRO
Vattene, Palestrione, tu stai giocando con me.
PALESTRIONE
Ma allora ci ho le mani sozze.
SCELEDRO
Perché?
PALESTRIONE
Perché sto giocando con un sacco di merda.
SCELEDRO
Crepa!

Dite la verità. Avete riso. È impossibile non farlo, è una battuta che non c’entra assolutamente con la storia, arriva così, a caso, senza che uno se lo aspetti e sì, fa ridere, punto.

I CINEPANETTONI

Trame ambigue, giochi di parole, allusioni, sesso, stereotipi, personaggi fissi, parolacce. Lo avete mai guardato un cinepanettone? Certo che lo avete guardato, lo hanno fatto tutti.
Avete riso guardandolo? Ovvio che sì, anche qua, impossibile non farlo.
Cioè, poi magari uno può dire che quello non è un film, che è stupido, che si vergogna di essere italiano perché in Italia vengono fatti film del genere, ma poi se lo guarda non ci può fare niente, ride.
E perchè ride? Perché i cinepanettoni contengono tutto quello che abbiamo detto, sono la perfetta applicazione della lezione di Plauto e del philogelos, un manuale moderno su come far ridere la gente.
C’è tutto, da de Sica che, scoperto, si alza in piedi coprendo le pudenda ed esclamando “dov’è la mia dignità?!
Fino alla regina delle situazioni da commedia romana, ovvero ancora de Sica che si ritrova ad andare a letto con la fidanzata del figlio.
Per poi finire con scene che chiamano in causa, in modo volgare, la corporeità, come quella in cui Boldi si ritrova a dover defecare all’interno di una piramide ed Enzo Salvi arriva ed esclama: “Mannagia aò sti faraoni e che se so magnati?! Dopo tremila anni se sente ancora la puzza demmerda!”

CERTE COSE NON CAMBIANO MAI

Evidentemente determinate cose non cambiano mai. Sono fermamente convinto che gli uomini siano sempre uguali a loro stessi e, almeno per ciò che ci fa ridere questo è più che evidente.
Ne volete un’ultima prova?

Un intellettuale va a trovare un amico molto malato, quando arriva a casa sua la moglie, con aria mesta, gli dice che se n’è andato. A questo punto l’intellettuale, tranquillo, le dice: “quando torna digli che sono passato”.

Questa barzelletta è tratta di nuovo dal philogelos, ma se sostituite la figura dell’intellettuale in realtà stupido (caro ai greci) con quella, che so, del carabiniere, otterrete una freddura capace sicuramente di far ridere il vostro interlocutore.

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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