Ricorsività e ritornello: cos’hanno in comune la musica e l’infinito?

Guccini e Faber ci insegnano come la poesia, la musica e l’arte possano nascere dalle sottigliezze della lingua


la logica delle parole, come direbbe Chomsky, è innata dentro di noi e ritrovarla nella musica ci permette di capire quanto anche questa arte sia a noi profondamente legata, profondamente naturale

 

Ricorsività

Immaginiamo un mattino uggioso e ottenebrato da una perpetua luce soffusa, immaginiamo che questo mattino sia statico e instancabile ai nostri sensi. Immaginiamo di essere degli artisti e di volerlo descrivere, potremmo tuttavia lasciarlo indistinto, uguale a se stesso così come lo vediamo? Potremmo noi permettere che i nostri sensi rendano una bellezza stagnante ? Ci viene in aiuto una proprietà che possiede la nostra lingua, o meglio una concettualizzazione di una << consuetudine esperienziale>> ,  come la chiamano gli studiosi di linguistica teorica, ovvero : la ricorsività.  La ricorsività è una proprietà che permette di segmentare un qualsiasi enunciato sintagmatico e iterare all’infinito una variatio su quello stesso enunciato, costruendo una varietà linguistica che è poi ciò che ci permette di costruire poesie, romanzi, concetti di epoca in epoca senza mai ripetersi, almeno non del tutto.  L’esempio più usato è quello di applicare ad un enunciato minimo una qualunque altra proprietà linguistica e provare a ripetere il fenomeno all’infinito, a questo punto potremmo creare interi poemi semplicemente innestando regole grammaticali su altre regole grammaticali, e una scelta di questo tipo che viene spesso adoperata in letteratura è di tipo favolistico e inizia con il famoso “ c’era una volta..”, formula di rito che permette di variare e creare – in lunghezza e in originalità- qualunque storia voi vogliate. Ma cosa c’entra la musica con questo?

Guccini e faber

La musica è potenzialmente infinita, perché è infinita la sensibilità che il nostro orecchio ha per essa, i suoi suoni, gli strumenti, i timbri possono non cambiare e la sua varietà non è ontologica, ma fenomenologica. Ciò significa che la musica non cambia e non si origina per se stessa,  perché i suoni in sè non mutano, ma il modo in cui si pongono in relazione tra loro e si assettano non è mai uguale. Sono tante le cose nel mondo che hanno questa potenzialità ricorsiva, ma in nessuna come la musica ricorre un parallelismo perfetto come con il linguaggio. Perché la letteratura e la musica sono due arti che si servono dell’infinito per mascherare la loro “ ripetitività “ e perchè queste due arti spesso si fondono per dar vita alla “ canzone”, che sia una ballata un sonetto una lirica o una composizione moderna; e la canzone, nella sua forma originale possiede la classica struttura ricorsiva. Ma non finisce qui, perché la ricorsività non rende statica la composizione ed è una proprietà rimaneggiabile che non segue uno schema incassato, ovvero rigido e schematico.  Prendiamo in analisi due canzoni, il chimico di Fabrizio de andrè e le Stagioni del Guccini. La prima parla di un chimico che non ha trovato l’amore e che non comprende se non gli elementi della tavola periodica e come farli reagire che un giorno muore per un “ esperimento sbagliato “ , nello stesso modo insulso di chi muore d’amore, per  cui “ fui chimico o no”, non viene risparmiata la sofferenza delle passioni, per cui capiamo che alla fine lui ha amato, soltanto non una donna. Quella del guccini parla della morte del politico rivoluzionario Ernesto Che guevara e di come la sua morte abbia spento l’ardore dei giovani rivoluzionari.

 

Struttura interna

Entrambe le canzoni possiedono una , seppur esile, struttura compositiva di tipo circolare e quindi ricorsiva. La ricorsività della prima si sposta più sull’aspetto musicale che sull’intarsio e sulla variatio delle parole, e notiamo spesso il ritorno degli accordi e  del ritmo su un tema che non fa che ricordare e rimarcare quello precedente, senza ripeterlo e ciò ci permette all’ascolto di tener legata tutta la canzone come fosse dotata di una unità plastica. Il ritornello si apre “ cosa c’è di diverso nel vostro morire, voi che uscite all’amore…”, ma alla sua ripetizione la strofa si modifica e così la musica innestando una variatio continua sul tema che non permette di perdere il precedente ,per la continuità che è propria di questa particolare proprietà.  In Stagioni, il ritornello è il tronco di tutta la canzone e la regge, per cui le ripetizioni sono date con una frequenza maggiore e servono a rimarcare non la storia o la sua continuità, bensì un concetto , che sembra come martellarci fino in fondo e fino all’ultima strofa. Presenta una strofa iniziale che introduce il tema e poi si sgancia il perno , per cui recita “ in un giorno d’ottobre, in terra boliviana…” e ogni cambiamento di tema serve a confessarci l’evoluzione diacronica di una idea i cui perni rimangono però fissi, perché sono la voce di un concetto, la voce di una speranza e quando viene eseguita l’ultima “ ricorsività “, nel momento in cui sembra ribaltato il concetto stesso e ribadito uno nuovo, noi comprendiamo infine la storia e concediamo un sentimento empatico allo sconforto alla rabbia alla speranza.

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