Rancore e il Giovane Holden ci parlano del rumore e del silenzio

Il silenzio è rumore? 

I rumori di sottofondo nella metro, in fila alle poste, cosa sono per noi? Nulla forse, un fastidio momentaneo che con il passare del tempo diventa abitudine, diventa parte della routine quotidiana, diventa silenzio. Il rumore è un qualcosa che irrita, infastidisce, desta l’attenzione. Fanno rumore anche le cose che non ci sono più, quelle in silenzio da anni, tutte le occasioni che abbiamo perso.

A volte, anzi spesso, le ami di più se le cose son tolte, forse ne senti più forte il silenzio

Rancore nella canzone Silenzio ci pone una domanda: oggi cosa è silenzio e cosa è rumore? Quando tutto il mondo grida, le macchine in fila suonano i clacson e le orecchie sono inondate da brusii continui, sembra impossibile trovare un momento di pace. Il problema più grande che affligge la nostra società è il silenzio del rumore. Da quando sentiamo così marcato il rumore,  abbiamo innalzato una barriera per difenderci dal caos dispersivo del mondo. Non dobbiamo entrare nella casa del silenzio, non inteso come silenzio positivo che fa riflettere e maturare, ma come un abisso che ci fa sentire come uno strumento scordato, una chitarra senza corde, un microfono senza una voce. Tutte le cose che perdiamo finiscono per tacere e nascondersi in una parte di noi. Di quelle ne conserviamo il rumore del silenzio. E cosa sarebbe? Non è facile da comprendere ma è come se tutte le persone, gli oggetti con cui veniamo in contatto lasciassero una voce dentro di noi, un sospiro di malinconica vita. Rancore ci chiede, attraverso la nostalgia vitale di quel che è stato, di aggrapparci al mondo con la voce, di gridare finché avremo fiato, prima di ritornare a essere silenzio.

Il giovane Holden e la sensazione dell’addio

Holden, protagonista del romanzo scritto da Salinger, è stato per l’ennesima volta espulso dalla scuola che frequentava e quindi da lì a poco dovrà di nuovo trasferirsi. Il giovane, mentre tutti i suoi compagni si radunano per vedere la finale di Football, si ritira sopra una collina dove si gode di un’ ottima vista sulla scuola. Ecco un piccolo passo tratto dal libro: ” Lassù c’ero andato per riuscire a vedere se provavo un senso di addio. Mi è capitato di lasciare scuole e posti senza nemmeno sapere che me ne stavo andando. Ed è una cosa che odio. Non importa se è un addio triste o brutto: io quando me ne vado da un posto, voglio sapere che me ne sto andando. Altrimenti stai ancora peggio”. Le esperienze, belle o brutte che siano, devono lasciarci qualcosa. Non c’è cosa peggiore del silenzio, quando nelle mani non rimane nemmeno il graffio di rancore o il morso della presenza. Nel momento dell’addio l’uomo ricerca un rumore, qualunque esso sia, che lo trattenga, che lo faccia sentire ancora vivo. Il rumore è il ritmo della vita, una parola è uno spazio di tempo tra due silenzi. Anche la vita dell’uomo, infondo, è una parola, è assenza tramutata in esistenza. Non lasciamo marcire il passato nel silenzio. Si può fare rumore anche restando zitti.

Una voce nel silenzio

Il mondo si è fermato, le strade sono vuote e l’uomo, costretto a vivere rinchiuso nei suoi pensieri, percepisce in modo marcato questa mancanza di rumore. Le voci in treno, le grida di ragazzini che corrono dietro un pallone in piazza, dove sono finite? L’importanza del rumore si è percepita grazie al silenzio. Ci siamo accorti della voce del mondo, del valore della vita quando ci è stato impedito di vivere. Il rumore di due sguardi che si incrociano nel silenzio della sera, le mani che si stringono aspettando l’alba, l’attesa del crepuscolo dove sono? Forse nei nostri ricordi, quelli a cui ogni giorno domandiamo se siamo ancora vivi.

 

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