Il Superuovo

Ragione o sentimento? “La Casa di Carta” e Galimberti ci aiutano a risolvere l’antico enigma

Ragione o sentimento? “La Casa di Carta” e Galimberti ci aiutano a risolvere l’antico enigma

Cupido, il sequestratore più scaltro del mondo, ci rapisce a noi stessi, tenendoci in ostaggio. Se vogliamo liberarci dobbiamo pagare con la perdita della ragione: l’unica arma che avremmo per difenderci 

Una banda di otto rapinatori dai nomi di città, una riserva di caccia dispersa nelle campagne di Toledo, 5 mesi e una mente geniale: ecco elencati gli ingredienti per il colpo perfetto. Curato in ogni suo singolo dettaglio dal Professore, il piano prevede di rapinare la Zecca Nazionale spagnola. In una rapina come questa la posta in gioco è alta, e altrettanto alti sono i rischi: nessun errore è concesso. Una volta entrati nella Zecca, i membri della banda saranno come pedine degli scacchi nelle mani del Professore, il cui occhio esterno – incorporeo e imperturbabile come quello di un Grande Fratello – veglierà costantemente sulla situazione. Tra mille e mille regole, il Professore individua due linee guida essenziali per far riuscire il colpo: nessuno dovrà essere ucciso o ferito e, soprattuto, è vietato ogni tipo di rapporto personale. Infatti –  ce lo ricorda Tokyo all’apertura della prima stagione – quello tra amore e lavoro è un connubio fatale. 

L’unica falla di un piano perfetto

La prima regola per i membri della banda è dunque: niente relazioni! Una regola che il professore stesso si troverà ad infrangere, innamorandosi dell’ispettore di polizia Raquel Murillo. Una cosa inaspettata anche per lui: quella del professore è, infatti, una mente calcolatrice, mente che obbedisce al solo comando della ragione. Per questo motivo, quando si parla di escogitare il piano perfetto, Sergio è l’architetto migliore che si possa trovare: la matita si muove, appoggiata sul palmo della sua mano, individuando traiettorie nitide, senza nessuna sbavatura, nessun tremito o esitazione. In fondo con la ragione facciamo proprio questo: cerchiamo di non fuoriuscire dagli schemi. Ancora meglio, si potrebbe dire che la ragione è lo schema stesso all’interno del quale ci muoviamo. Umberto Galimberti dice che la ragione è un sistema di riferimento utile all’uomo, escogitato per liberarlo dall’angoscia dell’imprevedibile e per consentirgli di comunicare con gli altri. Tutto, nel regno della ragione, risponde al principio di non contraddizione, e così tutto ci tranquillizza: una cosa può essere solo se stessa e mai anche, contemporaneamente, il suo contrario. Il Professore ha fiducia nel colpo perché ha predetto e organizzato tutto nei minimi dettagli. Effettivamente, c’è solo una cosa che il professore non aveva calcolato: innamorarsi di Raquel. Un intoppo capitato proprio a lui: un uomo che ci viene presentato come apparentemente incapace di provare forti sentimenti. Così, ancora più della polizia, l’amore diventa l’acerrimo nemico della rapina: fa accelerare l’orologio e inghiotte tutto nel suo vortice, aprendo ampi spazi per gli imprevisti. L’amore (così come la morte, che del resto gli fa da contraltare) è l’unico nemico che ci troverà sempre disarmati. Al tempo stesso, però, l’amore è anche il nostro più potente alleato. Infatti: 

“L’amore è sempre una buona ragione per mandare all’aria tutto”

La follia in amore secondo Platone

Il Professore, da uomo colto qual è, potrebbe aver letto Platone, e senza dubbio lo ammirerebbe. Perché? Perché, come ci ricorda Galimberti, Platone ha inventato la ragione. Potremmo paragonare la ragione ad una bilancia, perché chi possiede l’arte della ragione è in grado di valutare le situazioni soppesando emozioni e opinioni. Ma cosa succede se un piatto della bilancia si svuota all’improvviso? Da un lato si scende e dall’altro si sale, così si rompe l’incantesimo dell’equilibrio ed entra in gioco la follia. Platone dipinge l’amore come mania: folle assenza di ragione, puro deliro ed eccedenza. Nel “Simposio”, uno dei suoi dialoghi più famosi, Platone ci mostra vari personaggi intenti a recarsi ad un banchetto a casa di Agatone, durante il quale si parlerà della cose d’amore. Il banchetto sta per cominciare, ma i commensali si accorgono della mancanza di Socrate: Alcibiade dice agli altri che Socrate è rimasto indietro perché è stato colto da atopia: cioè, proprio perché si parlerà d’amore, Socrate è stato scaraventato fuori dal luogo abituale della ragione. Se ci pensiamo bene, è la stessa cosa che accade con i sogni: in essi non vale il principio di causalità e le categorie di tempo e spazio vengono svuotate di ogni rilevanza. Un minuto prima possiamo trovarci a Roma e quello dopo a New York, ed è proprio così che si sente Socrate. Inoltre, è significativo che Socrate affermi di aver imparato l’amore da una donna, Diotima. Questo perché, sottolinea brillantemente Galimberti, le donne, rispetto agli uomini,  hanno molta più confidenza con la loro parte irrazionale. Nella Casa di Carta ne abbiamo un esempio brillante: l’esuberante  Tokyo, una ragazza impulsiva ma dal grande cuore. Si potrebbe iniziare a pensare che le due cose vanno di pari passo. Del resto, abbiamo bisogno di razionalizzare perché la follia eccede il nostro principio di realtà: questo è provato dal fatto che ci bastano pochi bicchieri di alcool per perdere il senno. Durante la prima stagione, Tokyo e Nairobi si ubriacano e ballano insieme in una delle scene che contribuiscono a creare quell’atmosfera di elogio della follia che vediamo insinuarsi in ogni dove, persino nella mente fredda del Professore, che in quel momento entra nella stanza richiamando le ragazze all’ordine. L’eterna lotta tra il trionfante principio di piacere e il  sempre più impotente principio di realtà: questo è quello che fa della Casa di Carta una sorta di inno a Dioniso. 

Spegniamo la testa e accendiamo la vita

Platone non intende certo dire che solo la ragione conserva una propria utilità: esiste senza dubbio una follia necrofila e deleteria, ma esiste anche una follia che ci fa bene al cuore. La follia d’amore consente addirittura di arrivare alla conoscenza, e forse più completamente di quanto non possa fare la ragione. L’amore è infatti ciò che ci spinge all’azione: se non cercassimo qualcosa, se pensassimo di avere tutto ciò che ci serve, nessuno di noi muoverebbe un dito. Possiamo amare un’altra persona (come Tokyo ama Rio) oppure un’idea (come Palermo ama il piano): poco importa, l’importante è comprendere che tutti noi siamo alla perenne ricerca di qualcosa. Passiamo la nostra vita a costruirci e a costruire, e alla fine ci rendiamo conto che il pezzo finale del puzzle è proprio quel pezzo che non si incastrerà mai. Perché il tassello mancante non è quello che fa quadrare le cose, è quello che le sconvolge.  Nel “Simposio“, Platone ci racconta la nascita di Eros (amore) da Penia (mancanza) e Poros (via d’uscita). L’amore infatti è la volontà, insita in tutti noi, di uscire dall’iniziale stato di mancanza che ci caratterizza come esseri umani. Secondo il mito degli androgini, riportato da Platone, gli uomini sono nati essendo uniti in coppia: questi uomini erano talmente belli e potenti da poter competere con gli dei, per questo gli dei decisero di punirli, separandoli. Così oggi nasciamo soli, vagando per il mondo in cerca della nostra metà perduta. È come se il nostro cuore fosse costellato da miliardi di frecce di Cupido, e ogni volta che muoviamo il primo passo verso una meta andiamo in extasis: trabocchiamo, sporgiamo fuori di noi per riversarci nel mondo. L’uomo innamorato è colui che ha l’ardire di mirare al cielo, ricongiungendosi con il dio. Solo gli dei infatti possiedono la vera sapienza, mentre l’uomo resterà per sempre un philosophos, un amante della sapienza, e continuerà a cercarla proprio perché non la possiede.

L’amore ci rende più ricchi di qualsiasi rapina

L’amore sembra allora quello slancio dell’animo che ci fa compiere il salto verso la terra della verità. L’amore infatti non ci fa perdere nulla, ci arricchisce solamente: dona alla nostra vita un surplus di significato. Al contrario, la ragione tende a renderci sopportabili le cose semplificandole, e questa semplificazione razionale avviene soprattutto quando comunichiamo per mezzo del linguaggio. I bambini fanno eccezione a questo perché non hanno ancora ben sviluppato il principio di realtà, per cui possono giocare con gli slittamenti semantici: un bambino può usare un pennarello sia come strumento per disegnare che come corpo contundente. Il teatro della follia è il teatro della contraddizione: tutto può essere tutto e il contrario di tutto. La ragione è invece ciò per cui possiamo stare sicuri che, se un insegnante tiene in mano un gessetto, lo userà per scrivere alla lavagna e non per colpirci. Abbiamo paura dei bambini e dei folli perché non riusciamo a prevedere i loro comportamenti: ci dimentichiamo però che è la vita stessa ad essere folle. È questo che manda all’aria tutti i nostri piani, e il Professore lo capirà sempre di più, arrivando a dire che il vero senso della sua vita è lo stare insieme a Raquel. Quanti di noi avrebbero il coraggio di smettere di pilotare i propri pensieri per lasciare spazio al profondo caos dell’esistenza? Probabilmente pochi, eppure ci succede lo stesso: l’amore è tutto ciò di fronte a cui siamo impotenti.

 

 

 

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