Raccontare la pedofilia: “M – il mostro di Dusseldorf” e “Lolita” lo fanno in modo diametralmente opposto

Un film e un romanzo ci parlano, in modo diverso, di un tema ancora oggi ampiamente discusso.

Il tema della pedofilia è estremamente delicato da trattare, ancora oggi vittima di censure e pensieri assolutistici, che non lasciano scampo al carnefice dall’essere considerato al pari di una bestia agli occhi dell’ opinione pubblica. I motivi per cui si parla di questo argomento possono celare ragioni di diversa natura: scandalizzare il pubblico, impartire un insegnamento, romanzare una storia realmente accaduta, denunciare i fatti o mostrarli semplicemente.

Quando non mostrare le cose diventa un modo per raccontarle

M – il mostro di Dusseldorf (1931) è il primo film sonoro di Fritz Lang, nonché l’ultimo da lui prodotto in Germania, poiché dopo la sua distribuzione fu costretto a fuggire in America a causa delle persecuzioni dei nazisti che lo accusavano di essere andato contro il regime. Bisogna infatti sottolineare che se è difficile parlare di pedofilia ora, lo era sicuramente molto di più nella Germania degli anni Trenta, ma questo non ha spaventato Lang che ha creato un capolavoro a livello mondiale. Tutti i registi che sono venuti dopo di lui hanno visto, analizzato e di conseguenza amato la sua produzione e hanno preso spunto in particolare da due film: questo e Metropolis (1927).

Fritz Lang (il primo uomo a destra) nel 1929

La prima cosa che si pensa guardando è che sembra girato l’altro ieri. Lang è un vero maestro del fuoricampo sia sonoro che a livello di montaggio. Il film non fa mai capire esplicitamente quello che l’assassino fa con le sue vittime, ma lo capiamo proprio attraverso i movimenti di macchina, le luci, il montaggio e l’uso del sonoro. Ad esempio, una delle scene iniziali mostra una mamma che aspetta sua figlia da scuola proprio nel periodo in cui in città si sono verificati i primi infanticidi. La macchina da presa ci mostra più volte l’orologio della cucina il quale scandisce i minuti che passano senza che la bimba torni e la mamma preoccupata che, mentre cucina il pranzo, ad ogni rumore del condominio apre la porta credendo di vedere la figlia. Ma la maestria di Lang diviene lampante quando la mamma, accortasi che gli altri bambini sono tornati e la sua no, inizia a chiamarla dalla finestra e l’eco della sua voce, in fuoricampo, fa da colonna sonora alle immagini che verranno dopo: il piatto vuoto, la tromba delle scale vuota, la cantina del palazzo vuota. Fino ad arrivare ad un’inquadratura dall’alto verso il basso che mostra una palla che rotola sull’erba e poi un’inquadratura dal basso verso l’alto che mostra un palloncino volare fino ad impigliarsi nei fili elettrici. L’arte di saper raccontare le cose è anche questa: non mostrarle. Da pochi frame e dal montaggio capiamo perfettamente quello che è successo: la povera bambina è appena diventata una vittima del mostro. Una delle immagini più famose del film è l’ombra dell’assassino proiettata proprio sul manifesto che parla di lui.

Simbolo che Lang non ha mai rinunciato a quella grottesca spettacolarizzazione del cinema tedesco degli anni Venti. Il motivo per cui Lang fece incazzare i nazisti è che al processo finale all’assassino, si rende esplicito il pensiero del regista sulla pena di morte, ovvero contrario. (DA QUI IN POI ALLARME SPOILER) Alla fine, la folla inferocita vuole catturare e uccidere il mostro senza badare alle leggi dello Stato. L’uomo proverà a difendersi, spiegando che le azioni che ha compiuto sono dettate da una specie di maligna energia che regna dentro di lui e che lo spinge a compiere queste cose. Spiega che è come se non dipendesse da lui, che quando uccide non si riconosce, perde addirittura la memoria, fino ad arrivare a un vero e proprio dialogo con se stesso, dove si scontrano due voci: NON VOGLIO! DEVO! NON VOGLIO! DEVO!  Ci sarà solo una persona a prendere le difese dell’assassino: il suo improvvisato avvocato.

Fuoco dei miei lombi

Chi invece, squisitamente, non si fa scrupoli nel raccontare anche i più piccoli dettagli è Humbert Humbert, il protagonista di Lolita, celeberrimo romanzo di Vladimir Nabokov del 1955. Humbert è un uomo di quarant’anni consapevole di essere attirato da donne molto più giovani di lui. Le cosiddette ninfette sono quelle ragazzine che non hanno ancora compiuto lo sviluppo, tra i 12 e i 14 anni, quando iniziano a cambiare i loro tratti fisici. Humbert è attratto da quella innocenza e spensieratezza delle preadolescenti che non sono consapevoli né di essere ammirate né di portare una freschissima bellezza, lui le cerca e le spia nei parchi, nei posti pubblici e fantastica su come potersi avvicinare a loro. Humbert non prova un minimo di imbarazzo nel raccontare queste cose, sebbene sia molto consapevole che agli occhi di tutti siano estremamente orripilanti, più volte infatti immagina le reazioni del lettore nello scoprire certe cose, ma questo non gli impedisce in alcun modo di descriverle. A differenza di M, qui non vediamo un briciolo di pentimento, anzi:

Signori e signore della giuria, la maggioranza dei criminali sessuali che bramano un rapporto palpitante, dolce-gemente, fisico ma non necessariamente coitale con una fanciulla sono sconosciuti, innocui, inadeguati, timidi e passivi, che chiedono alla comunità solo il permesso di preservare nel loro comportamento cosiddetto aberrante e concretamente inoffensivo – i loro piccoli, umidi, ardenti, privati atti di deviazione sessuale – senza che la polizia e la società tutta infieriscano troppo su di loro. Noi non siamo dei depravati! Non violentiamo come fanno i bravi soldati. Siamo miti signori infelici, con occhi da cane, sufficientemente ben integrati da poter controllare i nostri impulsi in presenza degli adulti, ma pronti a dare anni e anni di vita per un’unica occasione di toccare una ninfetta. (V. Nabokov, Lolita, Gli Adelphi,1996).

Frame tratto dal film Lolita di Stanley Kubrick, 1962

La vita di Humbert cambia quando incontra Dolores Haze ,una bambina di 12 anni. A volte chiamata Lo, altre Dolly, ma per il nostro protagonista, e per noi, è Lolita. Un nome divenuto ormai nel nostro parlare comune un aggettivo, per indicare tutte quelle ragazze che attirano uomini più maturi. In realtà Lolita non fa mai niente per sedurre Humbert, lei è semplicemente se stessa con i suoi piccoli gesti innocenti da fanciulla che il protagonista interpreta come tentativi di voler attirare la sua attenzione e dargli l’impressione di ricambiarlo. Humbert non è semplicemente attratto da Lolita, ma sin dal primo momento prova per lei un assoluto e incondizionato amore. Arriverà a sposare la madre, pur di poter restare per sempre con lei. È pazzesco come riesca a provare sentimenti e sensazioni così scombussolanti e restare contemporaneamente lucido. Il rapporto che si verrà a creare tra i due sarà oltremodo strano e destabilizzante, Humbert rivestirà il ruolo di amante e padre, mentre Lolita inevitabilmente non saprà distinguere il confine che c’è tra le due figure. La scrittura di Nabokov è lenta e dettagliata, ci descrive spesso come Lo è vestita, come e cosa mangia, come parla, come si muove, il suo profumo, i suoi gesti, i suoi sguardi. Ad ogni pagina sembra di vederla.

Quelli di Lang e Nabokov sono due modi molto diversi di raccontare una realtà disturbante: il primo ce la fa intuire con collegamenti che deve compiere lo spettare, il secondo ci fa immergere nella storia e non ci fa perdere nulla. In entrambi i casi sta allo spettatore e/o lettore scegliere se graziare o condannare gli uomini, tenendo conto di una cosa: “Il senso morale è nei mortali il prezzo da pagare al mortal senso di bellezza.” (V. Nabokov, Lolita, Gli Adelphi,1996).

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