Il Superuovo

Quella vita breve ma intensa del “Club 27” e della seconda generazione del romanticismo inglese

Quella vita breve ma intensa del “Club 27” e della seconda generazione del romanticismo inglese

La morte ci ha portato via troppo presto i geni della musica, oggi inseriti nel cosiddetto “Club 27” e i maestri della poesia moderna, Byron, Shelley e Keats.

Irreparabilmente e ingiustamente, a queste due generazioni di artisti e di poeti, divenuti per noi oggi delle vere e proprie leggende, la morte ha sottratto la vita. Solo una cosa può opporsi alla morte: l’arte. L’arte rende immortali. La prematura scomparsa di queste promesse ne è la prova: l’unico mezzo grazie al quale non verranno mai dimenticati.

COSA SI INTENDE PER “CLUB 27”?

È la mattina dell’otto aprile del 1994, viene rinvenuto da un elettricista il corpo di Kurt Cobain, leader dei “Nirvana“, alla giovane età di 27 anni. Di lì a poco, nella stampa si diffonderà il termine “club 27” per comprendere tutti gli artisti morti in questo anno della loro vita. Con la premessa dell’alone di mistero e delle ipotesi discordanti fra loro che avvolgono le morti tragiche di queste leggende, vediamone alcune.
Il 3 luglio del 1969 Brian Jones, fondatore del celeberrimo gruppo musicale “Rolling Stones“, viene ritrovato morto a bordo della sua piscina a Sussex, in Inghilterra.
Il 18 settembre del 1970 perdiamo Jimi Hendrix, nessuno come lui rivoluzionerà l’uso della chitarra. La sua ragazza lo rinviene morto in un conato di vomito, composto di alcool e tranquillanti.
Il 4 ottobre del 1970, a Los Angeles, una donna entra a far parte di questo club maledetto, Janis Joplin, morta nella sua stanza per una overdose di eroina. Una voce straordinaria, in grado di dare vita ad una fusione di soul, rock e blues.
Il 3 luglio del 1971, il cantante della band “The Doors“, Jim Morrison, muore nella vasca da bagno ed è la moglie Pamela ad accorgersene. Non verrà mai fatta un’autopsia del suo corpo.
Ultima ma non meno importante, la mitica Amy Winehouse ci ha lasciati il 23 luglio del 2011. La cantautrice, che ha scalato gran parte delle classifiche mondiali, è morta per quello che definiscono uno “stop and go” e cioè, un abuso di alcool in seguito ad un periodo di astinenza.
Parliamo di ferite aperte che, soltanto l’ascolto della loro musica, può e potrà per sempre guarire.

LA VITA INTENSA…

La seconda generazione del romanticismo inglese è composta da George Gordon Byron (1788-1824), Percy Bysshe Shelley (1792-1822) e John Keats (1795-1821). Non tutti conosciamo l’amicizia e la morte precoce che legò, direttamente e indirettamente, questi tre poeti. Un paese in particolare attirò questo trio, l’Italia. Byron incarna perfettamente la figura del dandy: uno stile di vita provocatorio, al di fuori di un qualsiasi tipo di convenzionalismo, volto alla ricerca del piacere. La sua dimora preferita è Venezia, qui si diverte ad illudere donne, talmente affascinate da accettare che le tradisca. Il 27 maggio del 1816, conosce Shelley. Un tipo elettrico ma non tanto quanto Byron: Shelley è impregnato di filosofia e credi, che non gli consentono di passare da una donna all’altra. Egli è di fatto il marito della celebre Mary Shelley, scrittrice del romanzo “Frankenstein“. La terza e ultima figura è quella di Keats. Fisicamente debole ma mentalmente forte, ci insegna a reagire al dolore e alla malattia. Keats soffre di una patologia chiamata “tisi”, per la quale anche il fratello Tom era morto. Il dottore gli consiglia di trasferirsi in Italia, affinché il clima italiano possa essergli d’aiuto. Nonostante l’invito di Shelley a Pisa (i due sono amici), ha dei contatti che gli procurano un soggiorno a Roma, in piazza di Spagna 26. Oggi la casa è divenuta un museo.

…E LA MORTE IMPROVVISA

Keats aveva questa ossessione di non riuscire a concludere le sue opere che lo portò a dare vita ad una produzione eccezionale. Non conobbe molto dell’Italia, perché morì a soli 25 anni. Questo l’epitaffio che ha voluto:

“Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua”

Poeticamente, il migliore fra i tre. Un anno dopo (1822) sarebbe morto Shelley. Significativo il modo in cui egli perse la vita: alla ricerca del sublime. Non lo abbiamo ancora citato ma, il sublime è alla base del romanticismo inglese e, con questo termine, s’intende tutto ciò che vi è di pauroso e misterioso e che va ricercato, in quanto stimola forti emozioni. L’acqua infatti spaventava Shelley. Byron era un nuotatore provetto ma Shelley, per quanto trovasse l’acqua affascinante e occulta, non sapeva nuotare. Così, un giorno, decise di sfidare la natura allontanandosi, durante una tempesta, con la barca. Morì a 30 anni, vicino Lerici. Quando il corpo venne ritrovato, Byron estrasse da una sua tasca un libro di poesie di John Keats. Si chiude un cerchio: ecco come la morte prematura ha avvicinato questi tre poeti. Due anni dopo Byron morì in Grecia, a Missolungi, all’età di trentasei anni.

RICORDIAMOLI COSÌ

Due generazioni, una poetica e l’altra musicale, contrassegnate e accomunate da una limitata esistenza. Storie commoventi che se da un lato ci affascinano, dall’altro lato non possono fare altro che provocarci rabbia e dolore. Delle perdite che hanno lasciato un vuoto, che avrebbero potuto dare tanto al mondo e rendercelo più leggero, se solo fosse stato possibile. Parliamo di vite intense, passate sopra ad un palco scenico o alla ricerca del sublime. Anime fragili, chi più, chi meno. Byron per quanto ribelle, nascondeva sotto quell’umorismo un uomo compassionevole, che soffrì per la morte del suo amico. Non li abbiamo visti invecchiare, li abbiamo persi così, giovani e freschi di vita. Sarà questa l’immagine alla quale ci rifaremo, mentre li sentiremo vivi ascoltando le loro canzoni e leggendo le loro poesie.

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