La moda

Con tatuaggi dell’infinito mi riferisco alla rappresentazione del suo simbolo, definito lemniscata. Il primo ad utilizzare tale simbolo è stato John Wallis un matematico inglese vissuto nel XVII secolo. Il concetto di infinito, però, ha radici molto più antiche e attraversa varie culture in vari periodi storici. Nella nostra società, in particolare, si sono diffusi progressivamente i tatuaggi, pratica artistica consistente nella decorazione corporale le cui origini sono forse ancor più lontane di quelle del concetto in questione. Inizialmente malvisti,  sono stati lentamente rivalutati: c’è chi li apprezza complessi e vistosi e chi invece preferisce qualcosa di semplice, come può essere appunto un lemniscata.

Il simbolo, però, è diventato una moda, tanto che molta gente si è ritrovata col fare un tatuaggio del genere anche senza un motivo apparentemente valido, finendo per essere accusati di scarsa originalità. Questo concetto però non è così scontato, così come a mio avviso non lo è la sua frequente riproduzione. La tendenza all’infinito è una componente imprescindibile della nostra natura: vogliamo raggiungerlo, vogliamo comprenderlo e vogliamo farne parte. A volte nemmeno ce ne accorgiamo, ma nel profondo ne siamo consapevoli, tanto da imprimerlo sulla nostra pelle.

(fonte: collegian.com)

Il concetto di infinito nei vari periodi storici

Come ho già anticipato in precedenza, numerose culture si sono poste il ‘problema’ dell’infinito. I maggiori esponenti di tali culture in questo ambito sono stati perlopiù i filosofi. I greci attribuivano un valore negativo al concetto in questione, poiché ritenevano sinonimo di perfezione il suo opposto, il finito, in quanto ciò che non ha un termine per loro non può compiersi nella realtà. Questa visione ha attraversato i pensieri dei diversi autori ellenici, dai presocratici, come i pitagorici o Parmenide, fino ad Aristotele, il quale pone l’attenzione sull’impossibilità dell’infinità della catena causale delle cose.

Il tema, però, viene rivalutato con l’avvento del Cristianesimo, ribaltando completamente il precedente rapporto con il finito: quest’ultimo è peculiare del mondo materiale in cui vive l’uomo, lontano da Dio, infinito in ogni aspetto e dunque perfetto. Questa concezione è condivisa soprattutto a partire dal Medioevo, raccogliendo i pensieri di filosofi neoplatonici e scolastici, oltre a quelli di personaggi di particolare interesse come Nicola Cusano e Giordano Bruno. Da qui in poi, il concetto viene affrontato nelle sue varie sfaccettature da diversi filosofi di età moderna e contemporanea. Genera sempre un senso di curiosità, a volte misto a timore come nel caso di Blaise Pascal, incastrato in una sorta di relativismo tra l’infinita grandezza dell’uomo contemporanea alla sua infinita piccolezza. Interessante è anche l’analisi morale che ne fa Leibniz, con la sua teoria del migliore dei mondi tra gli infiniti mondi possibili. Ma una delle più brillanti riflessioni intorno a questo concetto è data da niente meno che Immanuel Kant.

(fonte:trend-online.com)

L’infinito è fuori di me e dentro di me

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di reverenza sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e più a lungo il pensiero vi si ferma su: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

Queste sono le parole emblematiche con cui si conclude la Critica della ragion pratica. Kant esprime la definizione della vera natura dell’uomo, completando quel che aveva esposto nell’opera precedente, la Critica della ragion pura. Con “il cielo stellato sopra di me”, l’autore si definisce come essere fenomenico, la cui posizione non è nulla in confronto all’incommensurabilità dell’universo che genera ammirazione in lui. Con la presa di coscienza di questa condizione, però, realizza di essere strutturalmente aperto all’infinito e “la legge morale dentro di me”, per il filosofo di Königsberg, non è altro che la prova schiacciante che il destino dell’uomo è l’infinito stesso. La massima kantiana è fondamentale anche perché questo tema sarà uno dei più trattati dalla letteratura e dalla filosofia del periodo successivo, il Romanticismo.

In conclusione, sia che si tratti di una moda, sia che si tratti di un atto inconscio, il tatuaggio del simbolo non è un così banale, così come non lo è l’arte stessa. L’infinito è un concetto stupendo, ricco di significato e di ampia interpretazione. Utilizzato come tatuaggio, quindi, è una magnifica rappresentazione di quello che è un valore molto profondo della natura umana, ma solo se si accompagna ad una lucida comprensione.

Niccolò Martini

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.