Quel matto di Alfieri: 5 cose che non sapevi sulla sua vita

Vittorio Alfieri, noto a tutti per la sua attività di tragediografo, presenta altresì una personalità irrequieta e complessa che vale la pena approfondire. 

Vittorio Alfieri (ebook gratis.biz)

Alfieri, nato ad Asti nel 1749 e spentosi a Firenze nel 1803, si impegna dal 1790 nella stesura dell’opera autobiografica ‘La vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso’. L’autore nell’introduzione della Vita dichiara di averne intrapreso la composizione per il “molto amor di sé stesso“. Egli afferma che l’amor proprio corrisponde a “quel dono cioè, che la natura in maggiore o minor dose concede agli uomini tutti” e pare, dalle sue dichiarazioni, che ad Alfieri la natura ne abbia concesso parecchio. Eppure il  tragediografo non è sempre stato così deciso e fiducioso nei confronti della propria persona. Numerosi sono gli episodi e gli spunti presenti nell’autobiografia che permettono di comprendere i tormenti interiori e le stranezze dell’Autore.

1) L’episodio della cicuta: prematuro sconforto e istinto suicida di Alfieri bambino

Nella prima parte dell’opera, o prima ‘Epoca’ come da lui definita, Alfieri descrive un episodio in cui, all’età di otto anni, in preda alla malinconia e allo sconforto, inizia a strappare ed ingerire in maniera compulsiva l’erba del prato del proprio giardino. Aveva infatti sentito parlare di un erba in grado di provocare la morte per avvelenamento di chiunque la ingerisse, la cicuta, e sperava di imbattersi proprio in quella. Tutto quello che otterrà sarà una forte indigestione. L’Autore dichiara che fu spinto a quell’atto da un istinto naturale, da un forte dolore innato intrinseco nella propria anima. Prima di quel momento non aveva mai desiderato la morte né tantomeno era consapevole di cosa essa fosse.

Sembra così che Alfieri sin da piccolo avesse iniziato a dare segni di un atteggiamento nevrotico e di un carattere impulsivo e disturbato che lo accompagneranno per tutta la vita.

2) L’ossessione per i chierichetti della Chiesa del Carmine

Sempre appartenente all’infanzia è il manifestarsi di una bizzarra fissazione che riguarda il piccolo Vittorio. A causa della solitudine e del perenne stato malinconico avvertito, il giovane Alfieri iniziò a recarsi in modo pedissequo alla Chiesa del Carmine di Asti con l’unico scopo di ammirare i ‘visi giovenili’ dei ‘fraticelli novizi’ del Carmine.  Provava verso questi volti un’attrazione magnetica, un vero e proprio ‘amore’ tanto che, assorto in queste immagini, iniziò a trascurare i propri studi. Nemmeno Alfieri comprendeva perché questi volti fossero in grado di sedurlo con una tale intensità e provava quasi vergogna verso questo prematuro sviluppo di un ‘carattere appassionato’. Ipotizzò che il motivo dell’attrattiva fosse la loro somiglianza con l’innocente volto dell’amata sorella Giulia, trasferitasi in un monastero all’età di nove anni.

Anche in questo episodio l’Autore è succube di un comportamento ossessivo benchè in questo caso non sia nocivo ma rappresenti l’albore delle sue facoltà amatorie.

Ossessioni (stateofmind.it)

3) La smodata passione per i cavalli

I disturbi di Alfieri non sono però finiti qui. In corrispondenza della seconda Epoca, seconda sezione della Vita che comprende gli episodi propri dell’adolescenza dell’Autore, Alfieri inizia a manifestare un’irrazionale passione, poi degenerata in ossessione, per i cavalli. Egli riesce ad instaurare un rapporto fortemente empatico con queste creature tanto che cavalcare gli provoca una ‘continua palpitazione al cuore’, un tremendo piacere. Arriverà a possedere otto cavalli o più e la fissazione inizierà a togliergli la fame ed il sonno e lo spingerà ad organizzare viaggi con l’unico scopo di acquistare nuovi destrieri.

Alfieri tenta di moderare questa nuova ossessione poichè si rende conto di aver condotto per troppo tempo una ‘vita giovanile oziosissima’. La passione non morirà però facilmente, da poeta dichiara di essersi ‘ripristinato cavallaio’ e costanti saranno le sue fantasie per le ‘belle teste, be’ petti, altere incollature, ampie groppe’ dei cavalli.

(italcasadecor.com)

4) Il secondo tentativo di suicidio

Dopo il tentativo con la cicuta, Alfieri riprova, anni dopo, a sottrarsi la vita. Questa volta, però, agisce consapevolmente. Era reduce infatti di una delusione amorosa e voleva porre fine al proprio dolore. Vittorio decide così di farsi prelevare una quantità considerevole di sangue per mezzo della pratica del salasso con delle sanguisughe ma, trovatosi solo, si strapperà le bende con l’obiettivo di morire dissanguato. Fortunatamente interverrà il fedele servitore Elia salvando lo sconsiderato Alfieri.

5) Il processo per la relazione con una donna sposata, Penelope Pitt

Come testimonia il quarto episodio, anche l’amore per Alfieri rappresenta una vera e propria piaga. Le prime esperienze amorose da lui vissute verranno interpretate come trappole ed intoppi. Sarà solo con Penelope Pitt che riuscirà finalmente a lasciarsi trasportare da un amore passionale. A lei dedica nella terza Epoca della Vita due interi capitoli e intitola il passo ‘Secondo Fierissimo intoppo amoroso a Londra’. La relazione con la donna pare procedere felicemente ma, essendo lei sposata con Lord Edward Ligonier, Alfieri incorrerà in un gravoso processo che si concluderà con un’onerosa condanna pecuniaria per l’Autore.

Nuovamente, anche a serenità ritrovata a fianco di un’ amabile donna, un evento inatteso è riuscito a straziare l’animo del povero Alfieri.

 

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