“Quasi amici”: ecco tre “tradimenti” che sono accaduti nella storia della filosofia

La filosofia è tutt’altro che una disciplina tranquilla, vediamone tre esempi.

Schopenhauer e Nietzsche (fonte: dpurb.com)

Si sa, nella vita gli amici alcune volte possono deludere, i discepoli superare i maestri e, alcune volte, voltargli le spalle. La filosofia non è immune da queste dinamiche, essendo qualcosa, come direbbe Nietzsche, di “umano, troppo umano”. 

1. Schopenhauer e Nietzsche 

Nonostante l’istruzione principalmente filologica di Friedrich Nietzsche, egli considera il filosofo Arthur Schopenhauer fondamentale per la sua formazione. Nella prima grande opera filosofica nietzscheana, La nascita della tragedia, è evidente l’impronta di Schopenhauer nell’intera struttura. Dopo aver letto per la prima volta, nel 1865, la più grande opera schopenhaueriana, Il Mondo come volontà e rappresentazione, Nietzsche scrive all’amico Gersdorff: 

“Se la filosofia ha il compito di elevare, allora non conosco nemmeno un filosofo che elevi più del nostro Schopenhauer”.

Nietzsche esalta il filosofo di Danzica definendolo un genio, un pensatore inattuale, che, proprio grazie alla sua inattualità, è in grado di educarci contro il falso tempo attuale, portandone alla luce le avversità. Tuttavia, qualche anno dopo, Nietzsche farà una feroce Autocritica alla sua “Nascita della tragedia”, rivedendone completamente alcuni assunti di fondo, compreso il rapporto con il proprio maestro. In Ecce homo avrà parole pesantissime nei confronti di quest’ultimo: poiché “proprio la tragedia è la prova che i Greci non erano pessimisti, su questo, come su tutto il resto, Schopenhauer si è sbagliato”. Nietzsche critica la sua prima opera:

“Ha un ripugnante odore hegeliano e solo in certe formule è impregnata del profumo di cerimonia funebre di Schopenhauer”.

Il suo è un “istinto degenerante, che si rivolta contro la vita con rancore sotterraneo”, contro il sì alla vita e a tutte le sue problematicità affermato da Nietzsche, per il quale non c’è bisogno di confutare la filosofia di Schopenhauer, chi comprende ciò, dice, “fiuta la putrefazione”. 

2. Hegel e Schelling 

George Wilhelm Friedrich Hegel e Friedrich Schelling sono entrambi rappresentanti di spicco della corrente filosofica nota come idealismo tedesco, oltre che, negli ultimi anni del Settecento, ottimi amici. I rapporti epistolari fra i due sono intensi: in una lettera del novembre del 1800 Hegel chiede l’aiuto di Schelling:

“Ti sarei grato se mi procurassi l’occasione di qualche conoscenza nell’ambiente letterario. […] Ti prego di consigliarmi; cerco un posto dove il vitto sia a buon prezzo, la birra sia buona, o che almeno mi vada giù senza problemi, e dove abbia poche conoscenze; […] Tra tutti quelli che mi circondano, scorgo solo in te, […] colui che vorrei ritrovare come amico”.

Schelling risponderà all’amico consigliandogli di raggiungerlo nella città di Jena, dove sarà suo ospite, permettendogli di frequentare il circolo letterario più florido della Germania di inizio Ottocento. Tuttavia, con il passare degli anni, le loro divergenze sul piano filosofico porteranno anche a un raffreddamento dei loro rapporti personali: una rottura che si consumerà definitivamente nel 1807 con la pubblicazione della Fenomenologia dello spirito di Hegel, nella quale ci sarà un duro attacco alla filosofia di Schelling, accusata di voler ricondurre le differenze e le varie articolazioni che costellano la realtà in un’unità indifferenziata, incapace di preservare la molteplicità e la diversità che caratterizzano il mondo, per cui questa falsa unificazione sarà simile a: 

“Una notte nella quale, come si suol dire, tutte le vacche sono nere”.

I rapporti fra i due si interromperanno bruscamente, lasciando spazio solamente a discussioni pubbliche.

Hegel

 3. Jacobi e Fichte

I due filosofi Friedrich Jacobi e Johann Fichte hanno ottimi rapporti dal punto di vista personale: tuttavia, i due vedono da sempre le proprie teorie filosofiche come opposte. Jacobi ritiene addirittura la speculazione fichtiana un vero e proprio pericolo per il rapporto fra l’uomo, il sapere e la fede. Questa distanza si rivela in tutta la sua profondità quando Fichte rimane coinvolto in una forte polemica che arriva ad accusarlo di ateismo, a tal punto da far traballare persino il suo posto all’università di Jena. Egli decide, allora, di chiedere a diversi personaggi una presa di posizione pubblica per difenderlo da quelle che, a suo parere, sono delle ingiustificate accuse nei suoi confronti. Jacobi, nel 1799, risponde prontamente all’appello pubblicando la Lettera a Fichte, nella quale viene ribadita la bontà d’animo del destinatario, compreso il fatto che la sua filosofia non sia atea più di quanto non lo siano la matematica o la fisica.

 Tutto sembra filare liscio, finché, sebbene Jacobi non accusi Fichte di ateismo, egli arriva a definire quest’ultimo un nichilista! In quel momento, essere tacciati di nichilismo significava inserire Fichte in una sorta di lista nera, un’etichetta che pesava come una condanna sulle spalle del soggetto. Per Jacobi, il nichilismo porta a svalutare il mondo di ogni reale consistenza, a dissolverlo in un’apparenza, compresi aspetti come i valori etici presenti in esso, esito a cui arriverebbe anche l’Io fichtiano, poiché riduce la realtà a una produzione del soggetto. Jacobi paragona la filosofia di Fichte a una maglia fatta a mano:

“In questa mia maglia faccio raggi, sole, luna e stelle, tutte le figure possibili, e riconosco che il tutto non è altro che il prodotto dell’immaginazione produttiva delle dita, oscillante tra l’Io del filo e il non-Io del ferro ”.

 Inutile dire che questo intervento non ha aiutato il povero Fichte, che dopo pochissimo tempo sarà costretto a lasciare la cattedra universitaria. 

 

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