Quanto vale la vita di un detenuto? Ci risponde Cesare Beccaria

I suicidi in carcere sono all’ordine del giorno, quindi è fondamentale porsi il problema di cosa non stia funzionando.

Thn Phl Pelng Phiw / Fonte: EyeEm via Getty Images
Fonte: Thn Phl Pelng Phiw / EyeEm via Getty Images

Il 2022 sarà l’anno con il numero più alto di suicidi in assoluto. L’articolo ha l’obiettivo di analizzare le motivazioni di questo fenomeno, evidenziando come il carcere stia perdendo il suo focus: il reinserimento sociale dei detenuti.

MORTI PER SUICIDIO IN CARCERE: UN DRAMMA DA COMPRENDERE

Come testimoniato dalla rivista “Antigone”, nei primi otto mesi del 2022, 59 persone si sono tolte la vita in carcere. Questo è un evento al dir poco drammatico.

La notizia risalente a ieri, mercoledì 2 novembre, riporta un dato ancora crescente di suicidi in carcere: 4 poliziotti penitenziari e 74 detenuti, per un totale di 78 persone.

Ben venti persone avevano meno di vent’anni. (https://www.essenziale.it/notizie/gabriele-d-angelo/2022/11/02/suicidi-in-carcere-record)

Ciò che lascia di stucco è che la maggioranza dei ricorrenti al suicidio si trovava in carcere per reati minori…

Si legge di ragazzi molto giovani che avevano rubato in un supermercato per un bottino di circa mille euro, o di ragazzi che avevano rubato un telefonino, o ancora di un signore di 44 anni che aveva rubato e poi restituito un portafoglio ai legittimi proprietari.

Quello che fa ancora più male di tutta questa vicenda è pensare che molti di loro soffrissero di disturbi di personalità o di vere e proprie malattie psichiatriche.

Simone, quarantaquattrenne recluso nel carcere di Caltagirone, era affetto da disturbi psichiatrici molto gravi, e si trovava in lista da tempo per essere curato in una struttura apposita.

Riportiamo di seguito la testimonianza di una donna che conosceva il signore in questione:

“Era un soggetto fragile, con vari disturbi mentali, aveva lo sguardo perso nel vuoto, un viso
sofferente, e spesso non riusciva a comunicare in modo adeguato, ripetendo monologhi, o frasi
senza senso, talvolta appariva smarrito perché in stato confusionale, la sua igiene personale era
inesistente e sembrava molto più grande dei suoi 44 anni. Talvolta veniva picchiato per
divertimento dai bulli del quartiere.”

Porre l’accento su questa questione è di fondamentale importanza.

Sottolineiamo che il momento del primo ingresso in carcere è di grande impatto per i detenuti, quindi rende più alto il rischio che si ricorra alla pratica del suicidio.

 

 

 

 

 

QUALI SONO LE CAUSE PRINCIPALI CHE FAVORISCONO I SUICIDI IN CARCERE?

Fra le motivazioni principali che si celano dietro questo fenomeno diffuso e terribile ci sono senz’altro il sovraffollamento delle carceri, la mancanza di personale penitenziario e la scarsissima attenzione alla sanità mentale dei detenuti.

Alcuni studiosi degli Stati Generali dell’istituzione penale hanno lavorato dal 2016 a diversi provvedimenti per cercare di ovviare a questo problema.

L’articolo 11 che avevano strutturato prevedeva che all’atto dell’ingresso in carcere del nuovo detenuto si scattasse una foto intera, per avere la certezza che non gli fossero state procurate lesioni fisiche prima di entrare nel posto.

Questa sarebbe stata una misura cautelare per i detenuti e per il personale penitenziario di sicurezza, ma l’art. 11 non fu mai reso norma.

Se qualcuno si stesse chiedendo quale sia l’effettiva utilità di una norma del genere, consigliamo semplicemente di ricordare il famoso caso di Stefano Cucchi. Probabilmente oggi le cose sarebbero potute andare diversamente…

L’articolo 11 prevedeva anche la presenza di uno psicologo nel momento del primo ingresso nel carcere, che avrebbe dovuto valutare le condizioni psichiche del nuovo giunto.

Nella disposizione precedente a quella realizzata dal ministro Orlando, gli incontri con gli psicologi erano proattivi, quindi avvenivano indipendentemente dalla richiesta mossa dai detenuti.

Purtroppo invece nella nuova disposizione la frequenza degli incontri viene totalmente eliminata, facendo affidamento alle richieste effettive dei detenuti, che devono essere sistematicamente valutate.

In passato esistevano i cosiddetti OPG, ovvero gli ospedali psichiatrici giudiziari. La chiusura di queste strutture ha peggiorato ulteriormente le condizioni dei pazienti detenuti, i quali sono stati trasferiti in sezioni specializzate all’interno delle carceri.

MA IL REALE SCOPO DELLA PENA QUAL È? TUFFIAMOCI NEL PASSATO CON BECCARIA E ARISTOTELE

Cesare Beccaria, uno degli esponenti più illustri dell’illuminismo lombardo, ci regala nel 1764 l’opera rivoluzionaria “Dei delitti e delle pene”, che merita di essere nominata e analizzata.

Innanzitutto è un testo che può essere inserito nella categoria della filosofia del diritto penale, perché qui Beccaria si concentra sul significato del crimine e sullo scopo delle pene.

Il primo punto affrontato dal pensatore è la giustificazione delle pene. 

Beccaria afferma che l’uomo è capace di rispettare le leggi e di vivere nella società, ma si riscontra una tendenza intrinseca a violare le leggi ogni qualvolta questo possa arrecare qualche tipo di vantaggio al trasgressore.

Questa tendenza è chiaramente nociva per la società, quindi per contrastarla Beccaria ci dice che è necessario paventare una qualche minaccia per spaventare i trasgressori.

In altre parole, sapere di essere puniti rende più attenti gli uomini con questa tendenza.

Il sovrano deve somministrare pene proporzionali agli atti di delinquenza commessi. Maggiore è la tendenza a  delinquere, maggiore dev’essere la pena, mentre se la tendenza è minore è sufficiente una pena lieve.

La parola “forza” per Beccaria, quindi, non è in contraddizione con il termine “diritto”. La giustizia per realizzarsi concretamente deve anche avvalersi della forza.

Il pensatore fa una riflessione anche sulla tortura, strumento di indagine che era utilizzato per estorcere delle confessioni.

Questo è uno strumento che dovrebbe essere totalmente eliminato e Beccaria articola due argomentazioni.

Innanzitutto, se torturiamo un uomo, prima o poi otterremo l’ammissione, pur che il dolore cessi.

Inoltre, se potessimo quantificare la soglia massima di resistenza al dolore del soggetto e se potessimo quantificare il dolore inferto tramite la tortura, sapremmo che, oltrepassata la soglia di sopportazione del dolore il torturato confesserebbe qualsiasi cosa, innocente o colpevole che sia.

Altra argomentazione che Beccaria ci presenta si basa sul principio per il quale si è innocenti fino a prova contraria.

Se il delitto è certo, è provato, non ha alcun senso infliggere dolore al condannato. In caso contrario, se il delitto non è certo, il soggetto imputato di quel delitto è innocente fino a prova contraria.

Anche la pena di morte potrebbe essere un incentivo a commettere crimini: se commettessi un omicidio e avessi una larga probabilità di essere condannato a morte, mi converrebbe uccidere anche un possibile testimone. In questo modo nessuno avrebbe più prove per incriminarmi.

A questo punto, qual è lo scopo della pena? Beccaria ci risponde che essa possiede uno scopo assolutamente preventivo.

Inoltre la pena non deve infierire sul corpo, bensì fare impressione sulla psiche del detenuto, facendo sì che egli non scelga mai la possibilità di commettere un reato.

Interessante è fare un passo indietro e mostrare brevemente come Aristotele intendesse l’agire morale nella sua grande opera, intitolata “Etica Nicomachea”.

Il filosofo greco si esprime sul modo in cui si possono compiere delle azioni virtuose ed etiche.

La risposta si trova nell’educazione, la quale ci predispone ad agire virtuosamente ed eticamente. Ovviamente un processo educativo non basta affinché vengano svolte delle azioni etiche, ma è necessario che vi sia un atto di deliberazione. Ciò corrisponde ad agire trovando il giusto mezzo tra eccesso e difetto. In poche parole, se si è virtuosi si desidererà soltanto ciò che corrisponde ed è conforme a certi precetti morali.

Insomma, educazione e reinserimento nella società sono i veri scopi della pena… Tutti i suicidi che abbiamo analizzato ci mostrano un problema di fondo, che non sarà risolto solo con l’ampliamento dell’edilizia carceraria… C’è molto lavoro da fare!

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