Scopriamo attraverso “Il testamento di Tito” una nuova interpretazione dei Dieci comandamenti

De Andrè reinterpreta e confuta il manifesto della religione ebraica e cristiana per insegnarci l’amore verso il prossimo.

Ripercorriamo la storia dei Dieci comandamenti e il loro significato nella dottrina cristiana per poi confrontarli con la nuova concezione che di essi il cantautore Fabrizio De Andrè  ci fornisce nel suo brano “Il testamento di Tito”.

I DIECI COMANDAMENTI

I Dieci Comandamenti, chiamati anche “Decalogo”, sono il fondamento dell’Antico Testamento per la religione ebraica e per quella cristiana. Nello specifico possiamo identificarli come le leggi fondamentali che Dio avrebbe dato agli uomini tramite Mosè affinché questi, osservandole correttamente, avrebbero potuto raggiungere la salvezza eterna. Storicamente secondo la tradizione cristiana i Dieci comandamenti, sarebbero stati scritti da Dio stesso sul Monte Sinai e sarebbero stati portati da Mosè in tavole di pietra a tutto il popolo ebraico che si trovava nel deserto. Successivamente queste tavole sarebbero state conservate nell’Arca dell’Alleanza, secondo la Bibbia una cassa di legno d’acacia con un coperchio d’oro segno visibile della presenza di Dio in mezzo al popolo d’Israele. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme le tavole sarebbero andate perdute e quindi il loro contenuto sarebbe stato in seguito tramandato oralmente di padre in figlio fino all’ottavo secolo a.C. quando venne infine messo per iscritto in due libri dell’Antico Testamento. I due libri dell’Antico Testamento in cui furono scritti i Dieci Comandamenti sono l’Esodo e il Deuteronomio, le due versioni sono in parte diverse e ciò ha portato a differenze nella scansione dei dieci precetti. La chiesa diede particolare importanza al Decalogo attraverso i concili della sua storia, soprattutto quello di Trento e il Vaticano II, proclamando la sua obbligatorietà per i cristiani. Dunque Il Decalogo, oltre a rappresentare l’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele, ha rappresentato per moltissimi cristiani nel corso dei secoli la via dell’integrità etica e morale, nonché le regole indispensabili da seguire al fine di raggiungere la vita eterna e la capacità di amare secondo la dottrina propagandata dalla chiesa.

“IL TESTAMENTO DI TITO”

Il “Testamento di Tito” è un brano tratto dall’album “La buona novella” di Fabrizio De Andrè in cui viene data un’interpretazione del tutto nuova dei dieci comandamenti che vengono analizzati dall’inedito punto di vista di Tito, ovvero il nome che nei vangeli apocrifi viene dato al ladrone crocifisso accanto a Gesù. Il cantautore genovese passa in rassegna i dieci comandamenti facendo intendere a chi ascolta il brano che essi non hanno un significato assoluto come la chiesa ha da sempre voluto far intendere ma possono essere relativizzati in base all’interpretazione personale che ognuno dà di essi.  Rilevante è già l’esordio in cui viene messo in discussione il primo comandamento, l’incipit del testo recita infatti: “Non avrai altro Dio all’infuori di me, spesso mi ha fatto pensare; genti diverse, venute dall’est, dicevan che in fondo era uguale. Credevano ad un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male.” Viene quindi subito confutato uno dei principi cardini della dottrina cristiana, ovvero quello che afferma l’esistenza di un unico Dio. Dopo aver abilmente smentito anche il secondo, il terzo ed il quarto comandamento, viene analizzato il quinto: “Il quinto dice: non devi rubare, e forse io l’ho rispettato, vuotando in silenzio le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato. Ma io senza legge rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”. Qui De Andrè fa probabilmente  riferimento ai tanti episodi nella storia in cui la chiesa, nel nome appunto di Dio, utilizzò i soldi dei fedeli per i propri interessi; eclatante per esempio fu a questo proposito la vendita delle indulgenze promossa con foga da papa Leone X per ultimare i lavori di costruzione della basilica di San Pietro. Dopo aver passato in rassegna il sesto ed il settimo, nell’ottavo viene mossa un’accusa di ipocrisia nei confronti di quegli uomini di fede che osservano scrupolosamente la legge divina nei tribunali ma dimenticano uno degli insegnamenti più importanti di Gesù, ovvero il perdono.

Non dire falsa testimonianza e aiutali ad uccidere un uomo. Lo sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono.

Nella successiva strofa vengono insieme confutati sia il nono che il decimo comandamento; in particolare per quanto riguarda il decimo De Andrè lascia intendere attraverso le sue parole che la colpa di un tradimento va ricercata unicamente in chi ha permesso che quel tradimento avvenisse, sottolineando che pochi sono gli uomini che possono dire di aver veramente avuto il cuore e la fedeltà di una donna: “Non desiderare la roba degli altri, non desiderarne la sposa. Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna e qualcosa”.

UN MESSAGGIO PER IMPARARE L’AMORE

Dopo aver dato la propria interpretazione di ognuno dei dieci comandamenti, nella strofa finale De Andrè chiarisce cosa in realtà gli uomini avrebbero dovuto fare per imparare l’amore. Gli ultimi due versi del testo racchiudono il significato di tutta la canzone: “Io nel vedere quest’uomo che muore, madre io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore madre ho imparato l’amore.” In queste parole è chiaro come il cantautore voglia comunicare a tutti gli uomini di fede che per amare non bisogna necessariamente o unicamente osservare i Dieci comandamenti, proprio perché ognuno di essi può facilmente essere confutato, criticato ed interpretato in modo soggettivo. Per amare, ci insegna De Andrè, bisogna non rimanere indifferenti di fronte al dolore degli altri uomini e non lasciare che il rancore vinca la pietà, perché è essa che ci rende umani. Nonostante dunque De Andrè avesse assunto un atteggiamento critico nei confronti del Decalogo, il messaggio che ha comunicato ai suoi ascoltatori tramite “Il testamento di Tito”, pur essedo rivoluzionario e distante da molti principi propagandati dalla dottrina cristiana, è in realtà perfettamente coerente con il messaggio che Dio, a prescindere dalla sua esistenza, avrebbe lasciato agli uomini perché lo mettessero in pratica ogni giorno della loro vita terrena.

 

 

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