Quando l’estate diventa Musa: come la raccontano poeti e cantanti

L’estate, con i suoi colori e i suoi sapori, ha ispirato tanti poeti e continua ad ispirare molti artisti. Ma lo fa nello stesso modo?

A tutti capita, durante i mesi estivi, di sentire in radio ‘quella canzone’ che poi non ci si riesce a togliere dalla testa. Quella canzone che si continua a canticchiare fino a sentirla di nuovo, in una pubblicità o in un locale. Ed è un circolo vizioso dal quale soltanto il sopraggiungere dell’inverno potrà salvarci.

Dickinson, Neruda e Caproni: quando l’estate diventa poetica

Le stagioni sono state spesso oggetto di poesia, e perciò ritratte dai poeti nelle loro varie sfumature, interpretate dall’occhio personale di grandi autori come Pascoli, Saba, Pavese e tanti altri. Anche l’estate ha così destato l’interesse di numerosi poeti. Così, ad esempio, Emily Dickinson ce la descrive in Sarà estate. La poesia inizia con la descrizione della folla eterogenea che l’estate porterà con sé,  ritratta così dall’autrice: “Sarà Estate – finalmente./ Signore – con ombrellini –/ Signori a zonzo – con Bastoni da passeggio –/ E Bambine – con Bambole –/ Coloreranno il pallido paesaggio –/ Come fossero uno splendente Mazzo di fiori”. Poi, dopo aver descritto la natura in rapporto all’estate, chiude il componimento con una bellissima strofa, ricca di spunti: “Finché l’Estate ripiegherà il suo miracolo –/ Come le Donne – ripiegano – le loro Gonne –/ O i Preti – ripongono i Simboli –/ Quando il Sacramento – è terminato.” Anche Pablo Neruda, ispirato dall’estate, le ha dedicato un componimento chiamato Oh Estate!. La poesia si presenta come un bombardamento di immagini, in molte delle quali tutti possiamo riconoscervi l’estate. Sono immagini simbolo, sono immagini-ricordo di tutti, e vengono rievocate da Neruda con grande maestria. Il componimento è questo: “Oh estate/ abbondante,/ carro/ di mele/ mature,/ bocca/ di fragola/ in mezzo al verde,/ labbra/ di susina selvatica,/ strade/ di morbida polvere/ sopra/ la polvere,/ mezzogiorno,/ tamburo/ di rame rosso,/ e a sera/ riposa/ il fuoco,/ la brezza/ fa ballare/ il trifoglio, entra/ nell’officina deserta;/ sale/ una stella/ fresca/ verso il cielo/ cupo,/ crepita/ senza bruciare/ la notte/ dell’estate.” Alla lista di poeti che dedicarono spazio all’estate possiamo aggiungere anche Giorgio Caproni, che scrisse una poesia intitolata Vento di prima estate: “A quest’ora il sangue/ del giorno infiamma ancora/ la gota del prato,/ e se si sono spente/ le risse e le sassaiole/ chiassose, nel vento è vivo/ un fiato di bocche accaldate/ di bimbi, dopo sfrenate/ rincorse.” 

Emily Dickinson (1830-1886)

Estate e musica: come la ritroviamo nelle parole delle canzoni

L’esperienza insegna che ogni anno, con l’avvicinarsi dell’estate, si fanno avanti anche i classici ‘tormentoni estivi’. Questi tormentoni sono canzoni che scalano le classifiche e che vengono trasmesse per radio (e non solo) in loop infinito. Nel 1961, Gino Paoli ci propone un classico, Sapore di sale: “Sapore di sale/ Sapore di mare/ Un gusto un po’ amaro/ Di cose perdute/ Di cose lasciate/ Lontano da noi/ Dove il mondo è diverso/ Diverso da qui”. Se andiamo avanti fino al 1981, troviamo una canzone di Gianni Russo che ancora oggi tutti hanno presente, Un’estate al mare. Eccone un breve estratto: “Un’estate al mare/ Voglia di remare/ Fare il bagno al largo/ Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni / Un’estate al mare/ Stile balneare/ Con il salvagente/ Per paura di affogare”. Nel 1985 i Righeira ci propongono L’estate sta finendo: “L’estate sta finendo e un anno se ne va/ Sto diventando grande lo sai che non mi va/ In spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più/ È il solito rituale, ma ora manchi tu”. Accelerando fino al 2001, troviamo Max Pezzali, con gli 883, che ci propongono La lunga estate caldissima:I tavolini all’aperto/ il suono quasi distorto/ il megamix che dà dentro/ la radio grida cantando/ e sembra di essere al mare/ che neanche più le zanzare/ sembrano farsi sentire/ c’avranno altro da fare/ Con tutte queste gambe che si ripropongono/ dopo quasi un anno che si nascondevano/ sotto strati per proteggersi dal freddo/ come và ben tornate in libertà//Questo senso di festa che vola e che va/ sopra tutta la città/ nella lunga estate caldissima/ Questo senso di vita che scende e che va/dentro fino all’anima/ nella lunga estate caldissima”. Nel 2011, così iniziava Notte di mezza estate di Britti e Bennato: Notte di mezza estate/ Feste improvvisate/ Diavoli alle chitarre/ Ma angeli sotto le stelle/ Sogno di mezza estate/ Beati o voi che entrate/ Nel girone degli innamoramenti/ Miracoli e tradimenti”. L’anno scorso tutti i media ci trasmettevano costantemente Italiana, di J-Ax e Fedez: “Italiana/ L’estate che cerchi non è lontana/ La gente per nulla, lo sai, si innamora/ Se vieni dal mare ti stiamo aspettando/ Con l’acqua alla gola/ Ti racconteremo una storia italiana/ Vedrai che il lavoro nemmeno ti sfiora/ E anche se piove la musica suona”. Anche quest’anno la storia si ripete, basti pensare a canzoni come Mambo salentino, Margarita, Jambo, Ostia Lido.

Gino Paoli, copertina del 45 giri contenente il singolo Sapore di sale

Estate: differenze e analogie fra poesia e musica

Ricapitolando, l’estate è un’ottima Musa. Ha infatti ispirato versi celebri di canzoni e poesie però, leggendo i testi delle ultime hit estive, una cosa che salta subito agli occhi è la tendenza ‘festaiola‘ che ora caratterizza questi testi. Un’altra cosa è la tendenza ‘modaiola‘ che unisce tutti questi testi, che poco hanno a che ora con le poesie citate sopra. Ma come può essere così diverso il prodotto se la materia prima è la stessa? Sono raccontate le stesse identiche cose. La risposta è, secondo me, la bellezza. La Dickinson, così come Neruda e Caproni, cercano la bellezza. O, meglio ancora, vedono la bellezza. Non importa che stiano guardando dei bambini giocare sotto il sole, una fila infinita di ombrelloni o una strada sterrata. Il filtro attraverso cui colgono tutti questi dettagli ‘estivi’ è la bellezza. La bellezza del mondo che, se si riesce a vedere, rimbomba dentro e si amplifica. In questo rimbalzare dentro assume poi tratti assolutamente personali. Ecco che diventa passionale, carnale in Neruda, ma malinconica nella canzone di Gino Paoli. Quando però si smette di cercare la bellezza, allora il mondo diventa tristemente oggettivo. Riconoscere la bellezza è un modo anche per distinguersi, poiché con essa il mondo assume colori molto diversi. Se si smette di inseguirla, non c’è più il tocco interiore a colorare la realtà. Ecco quale differenza forse si può cogliere tra le varie fonti citate. E’ un metodo di distinzione immediato perché, un altro vantaggio della ricerca della bellezza, è che le persone in genere percepiscono questo sforzo istintivamente. Tutto ciò fermo restando che siamo tutti vittima dei tormentoni, e che probabilmente tutti li cantiamo e balliamo nelle sere d’estate. Insomma, funzionano. Ma è davvero questo ciò di cui l’arte ha bisogno? Funzionare? Ed è ancora arte?

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