Il Superuovo

Quando le traduzioni letterarie (e Pablo Neruda) resero il mondo un po’ più democratico

Quando le traduzioni letterarie (e Pablo Neruda) resero il mondo un po’ più democratico

A tutti coloro che hanno portato, tra le pagine di un libro, il mondo chiuso fuori dall’ottusità e dalla paura di chi aveva una corona sulla testa o le chiavi di un carro armato tra le mani.

Nel 1971, Pablo Neruda, il poeta comunista, possibilizzava in Norvegia la possibilità per la cultura, con il Premio Nobel per la letteratura, di essere maleducata e abnegante. E se la vita di Pablo fosse un romanzo, il titolo sarebbe certamente El poeta y el pueblo con una splendida copertina dal colore rosso PCC. Forse, sarebbe indicato tra le letture estive di tutti quei poveri bambini che ancora credono che i comunisti, un giorno, se li verranno a mangiare.

Il traduttore, l’essere che risale le catene alimentari della letteratura

Pablo Neruda ha dedicato la sua intera esistenza al principio che fare letteratura = fare politica. Forse, aveva ben inteso che farsi promotori di una politica culturale, componendo poesie o scrivendo romanzi, dovesse convergere necessariamente verso la politica tout court. Il traduttore, una strana figura mitologica forse riconducibile ad un Messia che rivela il Verbo di Dio, dell’autore, al popolo affinché questo lo legga e lo comprenda fino ad idolatrarlo e a metterlo su un altarino speciale, che è lo scaffale, è ciò che più si avvicina al gradino più alto della scala ontologica dei letterati. Il traduttore, una sorta di Robin Hood dei fonemi, lascia, anzi regala, l’opera anche a chi non può capirla e la rende democratica, del popolo tutto (un po’ come i giveaways di Louis Vuitton organizzati su Instagram da Kylie Jenner, anche se quelli, in realtà, sono fake). Chi l’avrebbe mai detto che un turco si sarebbe potuto finalmente deliziare nel mezzo del cammin della sua vita senza dover per forza pagare un corso accelerato di lingua italiana che seguisse Dante e Virgilio fino all’ultima bolgia? E che uno spagnolo non avrebbe più dovuto capire un sonetto di Baudelaire solo dopo il terzo o quarto bicchierino d’assenzio? Però, occhio! Diffidate dai traduttori imperialisti che si appropriano indebitamente di elementi autoctoni estranei alla cultura d’arrivo. Anzi no, è meglio che diffidiate di quelli che, presi da un raptus di eccessiva democratizzazione, traducono persino il nome di Shakespeare in Guglielmo. Quella sì che è una tragedia vera, no?

Martin Lutero, l’uomo che non la dà vinta agli influencers come il Papa

È il 1521, sono un tedesco medio, abito in campagna, coltivo, ma soprattutto mangio, patate, indosso degli zoccoli rumorosi ai piedi e proprio non capisco il latino. Come fare? Niente paura, arriva Martin il traducitutto! Traduce l’Antico e il Nuovo Testamento, il Pentateuco e anche la guida romana su come comprare le indulgenze, insomma, tutto! Ideale per un jingle pubblicitario per la televendita di santini e rosari, la traduzione della Bibbia in tedesco intrapresa da Lutero è stata la rivoluzione dell’importanza della traduzione. Da quel momento in poi, si sarebbe detto addio (almeno in Germania) alla manipolazione dei cristiani ad opera della Chiesa. Niente più conoscenza spersonalizzata del messaggio evangelico. Fine di ogni obbligo di seguire l’insegnamento del Papa (definito da Lutero stesso come l’Anticristo) esattamente come noi oggi seguiamo i consigli del fashion-influencing di Chiara Ferragni, ciecamente. Lutero, un comunista ante litteram troppo infervorato, la cui volgarizzazione del testo sacro non ha mai lasciato indietro nessuno, soprattutto i contadini. Lutero, un monaco agostiniano hardcore che ha reso possibile per i fedeli ubriacarsi di vino rosso alle messe della domenica di Carlo Stadio, anche queste rigorosamente in tedesco. Lutero, uno che, se visualizzi e non rispondi alla sua polemica sulla grazia divina, ti appende fuori casa 95 tesi sul perché il ghosting da parte del Vaticano si ritiene maleducazione.

Fernanda Pivano, la donna che ci portò e visse l’American Dream

Classe 1917, libera professionista (ma solo perché libera pensatrice). Fernanda Pivano se ne infischiò delle camice nere e pensò che sarebbe stato davvero entusiasmante far arrabbiare i fascisti per qualche verso in rima. Una donna straordinaria, straordinariamente insoddisfatta, già a vent’anni, del silenzio straniero della censura, che lei, e solo lei, avrebbe fatto tacere. Una donna geniale, genialmente impegnata nel farsi interprete delle new waves americane, di cui viveva i sogni, le tragedie, le speranze e le opere. Traduce l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che esce per Einaudi nel 1943 col titolo S.River, perché solo se fosse stato il nome di un santo i fascisti non l’avrebbero bloccata. Che scemi. Poi, chissà che soddisfazione sarà stata per Nanda concludere la traduzione di Addio alle armi di Hemingway, vietata in Italia perché Mussolini non aveva preso bene proprio il dissing di Hemingway sulla disfatta di Caporetto. Ma Ernest, proprio per il coraggio controcorrente dimostrato da Nanda, volle incontrarla e, magari, nel 1948 hanno persino sorseggiato un mojito insieme. Fernanda, una donna riot che fa delle sue operazioni lo statement di cult generazionali, come quando firma la prefazione di Sulla strada di Jack Kerouac. La Beat Generation, il minimalismo di Masters, Hemingway e la sua crudezza realistica! Tutto viene capovolto e trascinato a forza fuori per, finalmente, uscire dal bozzolo della sottocultura e aprire le ali della controcultura. Fernanda, anzi cara Nanda, tu non ci sei più da qualche anno e io non so come ringraziarti per avermi fatta sentire, quando chiudevo la porta della mia camera al mondo, un po’ vagabonda e ribelle e per avermi dato forza solo leggendo il tuo nome sulla mia edizione di Autobiografia di tutti di Gertrude Stein. Tu non ci sei più, ma la tua eredità è a casa nostra. Poggiata un po’ sbadatamente sul comodino, con le pagine spieguzzate ai lati, è la tua, la nostra America di carta.

Traduzione a cura di

Nessuno legge mai il nome di chi cura la traduzione di saggi, poesie, romanzi che leggiamo quotidianamente ed è un peccato. Effettivamente, non ci rendiamo conto che quell’espressione, quella che dice “traduzione a cura di”, lessicalizza e racchiude ogni cosa. Non per fare lezioni di semantica, lasciamo da parte le dicotomie saussuriane sul significato e il significante, ma il traduttore ha davvero cura di qualcosa. Ha cura che ci appassioniamo, che piangiamo, che odiamo, che proviamo qualcosa per ciò che leggiamo. Perché se proviamo qualcosa, se ci emozioniamo per davvero, è perché capiamo ciò che i nostri occhi danno per scontato. Ci sembra impensabile dover leggere Kazuo Ishiguro in lingua originale, eppure continuiamo a non sapere chi cavolo lo abbia mai tradotto. Mi alzo la mattina e davanti a me, nella mia libreria, spunta la copertina azzurra de Il conte di Montecristo di Dumas, ma chi lo ha trasposto in italiano? Chi in croato? Chi in russo? A chi dobbiamo il merito, ogni giorno, di aver dato inizio e un continuo senza sosta, inarrestabile, a questa rivoluzione? A chi dobbiamo dire grazie se a Teheran possono leggere Lolita, magari rischiando la reclusione in casa e la pubblica vergogna (solo sei donna, ricordiamolo)? Non riusciamo a immaginare un’esistenza fatta di divieti, di arresti, di censura. Però, chiedetelo a Hitler. Chiedetegli perché il suo rogo dei libri sulla cultura che lui, fanaticamente, riteneva anti-tedesca ha incentivato ancor di più la clandestinità del pensiero. Chiedete a Mao Zedong dove ha spedito gli scrittori e con cosa ha distrutto la letteratura precedente a lui e la cultura antica. Chiediamoci tutti perché il potere si sente intimidito e schiaccia la letteratura? Forse, crede che daremmo più ascolto ad uno dei tre moschettieri che ad una sua marionetta? Chediamoci tutti chi è che ha davvero cura?

Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera. No, Pablo. Noi avremo cura.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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