Il Superuovo

Quando le donne caddero dalla rosa dei beati e diventarono un pezzo di arredamento

Quando le donne caddero dalla rosa dei beati e diventarono un pezzo di arredamento

Nel Duecento c’era Beatrice, nel Trecento c’era Laura, nel Quattrocento c’era Angelica e nel Cinquecento c’era Clorinda. Oggi? 

C’era una volta una creatura, la donna. Questa era dolce, gentile, luminosa come una stella. Tuttavia, possedeva un potere, poteva sempre mutare forma: un attimo prima era un angelo e l’attimo dopo poteva assumere le sembianze di una strega. Non si riusciva neanche più a distinguere una donna dall’altra. Si confondevano tra loro e così confondevano anche gli uomini, che non sapevano più quale lodare con un sonetto e quale bruciare sul rogo. Si narra che ci sia ancora qualcuno di loro che stia cercando di capire quale delle due creature, alla sera, gli cucini la cena o gli leghi il nodo della cravatta prima di andare a lavoro.

“Servo d’Amore” o amore per le serve?

La donna, o meglio, la carica erotica che la donna possiede la rende un utensile di ultimissima generazione. Quello che proprio non puoi non avere in casa. Lei è la secolare colonna portante della nostra cultura, fondata sull’incrollabile principio del suo ruolo di casalinga-moglie-madre. Allora, applicandolo al passato, sorgono dei dubbi. Per esempio, se Petrarca, quando raccontava in termini così altisonanti dei capelli biondi di Laura, in realtà non li immaginasse scompigliati e annodati perché era troppo stanca per pettinarseli dopo aver passato lo straccio a terra. O, se piuttosto Orlando avesse perso il senno perché non sapeva più chi avrebbe lavato la sua armatura, dopo aver scoperto che l’amata Angelica era, in realtà, innamorata di un altro. Mi spiego meglio, le cosiddette donne-angelo erano davvero al pari di intelligenze superiori, degne solo dell’accompagnamento di Dio? Seriamente dobbiamo credere che fossero scese dall’alto dei Suoi cieli per illuminare il cammino dell’uomo sulla via della perdizione?

da Frammenti Rivista

Un’Armida per amica

Eppure, a quello stesso immaginario collettivo apparteneva Armida, la maga musulmana della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, stigmatizzata e demonizzata come femme fatale. Armida non aveva paura di essere una Giuditta, una donna-vampiro dannunziana ante litteram che piuttosto sembrava un misto tra Salomè e Circe. Però, di Armida, vengono sorpassati, calpestati e dimenticati tutti quei sentimenti reali e profondi che dimostra di provare sul serio. Anche da abile ingannatrice quale era.

Dalle donne di Cavalcanti e Boccaccio…

E io a lui: “I’ mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando”

Effettivamente, non sappiamo come gli uomini guardassero realmente le donne, dato che molto spesso quelli che si dedicavano alla letteratura dovevano tener fede al principio di convenienza al contenuto, cioè dovevano rispettare dei canoni e dei tòpoi tipici del genere scelto. Quindi, non possiamo affermare con certezza che Guido Cavalcanti temesse davvero così tanto la vista della donna amata da impallidire al primo incrocio di sguardi e da cadere in stato di shock, durante il quale gli era pressoché impossibile compiere alcun movimento o proferire parola. Giovanni Boccaccio, invece, sceglierà proprio la categoria delle donne innamorate come pubblico ufficiale per due delle sue opere, il Decameron e l’Elegia di Madonna Fiammetta, dicendosi spinto da una certa volontà caritatevole di consolarle. Le riteneva più deboli e bisognose di conforto degli uomini, a causa della condizione di repressione che questi stessi avevano imposto loro.

… agli uomini “informi” di Lucrezia Marinelli

Tuttavia, dobbiamo riconoscere diverso l’intento di Lucrezia Marinelli, che, all’inizio dell’anno 1600, decise di pubblicare il suo trattato Della nobiltà et dell’eccellenza delle donne. A detta dell’autrice stessa nell’introduzione del suo scritto, questa fu solamente una risposta alla provocazione che poco prima aveva ricevuto. Conviene dire che Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, cioè I donneschi difetti, del (come lo definisce la dama stessa) ravennate academico informe, Giuseppe Passi. La Marinelli ci spiega che l’autore, forse mosso da invidia, diede così principio ad un filone di letteratura misogino, che desiderava solo mettere in luce l’inevitabile sottomissione della creatura femminile all’uomo. Così, ci può sembrare più comprensibile il motivo che spinse la Marinelli a correre in aiuto delle sue pari.

L’ (impossibile?) emancipazione di Angelica

Oggi, tutte le donne vorrebbero essere come la Bradamante ariostesca. Una donna che sa brandire una spada con le sue forze, rimanendo sensuale con grazia, bellissima con vigore, in grado di conquistare da sola l’uomo di cui è innamorata. Il resto del mondo, però, continua a dipingerle solo come fanciulle inseguite o da salvare, come se tutte fossero un’Angelica persa nel bosco. Tutti ne sono innamorati, ma lei non ha quel quid che le permetterà di rendere davvero suo l’oggetto del suo amore. Il resto del mondo continua a trattare le donne come Dante decide di trattare la donna “Petra”. Quella che non si vuole concedere, che è dura, fredda, impenetrabile, che non cade in leggere tentazioni, che si conserva perché chi le si palesa di fronte non lo giudica idoneo, degno. Sarà proprio Dante, alla fine della canzone “Così nel mio parlar voglio essere aspro”, ad ammettere che “e non sarei pietoso né cortese, anzi farei com’orso quando scherza”. Sarà proprio Dante a dire di volerla violentare (magari, tirandole i capelli raccolti in trecce) per vendicarsi di averlo fatto prima innamorare, e poi soffrire. Questo perché lei ha deciso così, di non concedersi oltre.

Il Medioevo del XXI secolo

Quindi, rimane una sola domanda: qual è il vero Medioevo? Quello nel quale Cecco Angiolieri, anche se ha tradito la sua Becchina, prova costantemente, con la sagacia tipica della poesia comico-realistica, a farla tornare da lui? In fondo, forse lui la considerava la vera custode del suo cuore. O piuttosto quello nel quale viviamo oggi, dove le donne risorgono dalle loro ceneri (attenzione! sporcano il tappeto, poi chi dovrà pulirle?), per rinascere, come ha voluto l’artista Allen Jones, sculture in fibra di vetro dipinte? Proprio così. Queste icone glamour simulerebbero elementi d’arredo domestico (come sedie, tavolini, attaccapanni). E però, tutto questo mentre indossano stivali rigorosamente in latex, tacchi a spillo, mutandine di cuoio, parrucche e ciglia finte.

Probabilmente Cavalcanti, oggi, riscriverebbe “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira”. Probabilmente perché anche lui non vedrebbe l’ora di riposarsi i piedi, di poggiare la tazza di tè fumante sopra un mobile da collezione così, imperdibile quanto osceno, più unico che raro.

 

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