Il Superuovo

Quando la Festa dell’Europa era un po’ meno “festa” per i letterati neorealisti

Quando la Festa dell’Europa era un po’ meno “festa” per i letterati neorealisti

Happy birthday, dear Piano di Cooperazione Economica, anche detta Europa!

Save the date: oggi, 9 maggio, si festeggia il giorno in cui, nel 1950, Robert Schuman presentò il suo piano, la cosiddetta “Dichiarazione Schuman”, l’evento più atteso del dopoguerra. Era il principio della fine, con l’8 maggio del 1945 il V-E day (“Victory in Europe Day”), la definitiva capitolazione nazista nei pressi di Reims, si diceva finalmente addio al Mein Kampf a colazione e ai santini di Nietzsche sul comodino. Erano anche i tempi della riconciliazione fra la Francia e la Germania, il duumvirato più temuto della storia (ma solo dopo Carl Brave e Franco126) che, da quel momento in poi, con un po’ di carbone della Ruhr, e un po’ d’acciaio nella Lorena, sarebbe stata la base, con gli accenti più strani, dell’Unione Europea. Della nascita dell’Europa federale si sarebbe scritto “strumento di pace e integrazione fra le nazioni”, ma si sarebbe letto “assoggettamento degli stati più poveri e terrorismo psicologico per chi ha i bidet in casa o indossa i sandali senza calzini, rigorosamente in 100% cotone bianco”. E, mentre in Italia andavano di moda la pizza la pasta e mandolini vari, c’era, però, qualcuno che aveva iniziato un nuovo Risorgimento, una nuova Italia ascritta nel quadre astrale dell’impegno.

Solo se segui il sentiero…

Forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che avrò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia.

La neorealist icon più reale e realista che mai è assolutamente Italo Calvino. Classe 1923, prodotto DOP direttamente da quel di Cuba, approda in Italia per fare della brigata partigiana comunista uno spazio materico in cui la Resistenza avrebbe potuto finalmente acquistare un inaudito taglio “prog”. Calvino è stato proprio l’ambassador di quella parte della letteratura italiana in cui la richiesta prioritaria era diventata impegnarsi in un’azione in un mondo di consumatori consapevoli di capitalismo, industria culturale e polvere da sparo. Rileggendo a posteriori il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, Calvino pubblicò, nel 1964, un’acuta Prefazione, che ancora oggi costituisce il pezzo d’arredamento con più valore nella mia cameretta tutta rosa. Fondamentalmente, Calvino, insieme ai suoi, aveva avuto il coraggio di Davide contro Golia, non aveva perso alcuna guerra, anzi, sentiva scorrere nel suo sangue tinto di rosso-comunismo la vittoria intellettuale di quell’enorme sassolino lanciato contro il minuscolo gigante dell’odio e dell’indifferenza. La vittoria di avere uno spazio da riempire con la tensione giovanile e (why not?) con l‘ostentazione di spavalderia della rinascita, perché, si sa, è sempre dal letame dei carri armati che nascono tutti i fiori più profumati. Ma, tutto a un tratto, si chiariva ogni cosa, si palesava davanti a loro, davanti a quei nuovi fiori, la via della Seta delle scelte: quello che doveva fare chi aveva avuto la forza di (soprav)vivere era fondare la sua esistenza con la contingenza, con il presente. Ma solo così, solo seguendo quel sentiero di nidi.

Nel nome del padre di famiglia, del figlio operaio e dello spirito comunista

Il pane del povero è duro e non è giusto dire che c’è poca roba, c’è poco pensiero. Al contrario, stare a questo mondo è una fatica, soprattutto saperci stare.

Prima che diventasse distopico come Black Mirror e dispotico come le mamme il giorno della Festa della Mamma, il comunismo era una, banalmente, una cosa bella, un’ideologia che univa, una lotta che stringeva i pugni, ma soprattutto i cuori, tutti assieme e li rendeva più vivi, più incollati che mai. Certo è che, ad un certo punto, divenne una fede esclusiva, tipo il motto delle mean girls “on Wednesday we wear pink”, ma con il rosso PCI d’obbligo tutti i giorni. E questo è proprio il caso di Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, un’opera letteraria che, sicuramente a suo tempo, riportava la scritta sulla fascetta pubblicitaria “il fumo uccide, ma la Destra e le fabbriche di più”. Si tratta della solita opposizione fra i morigerati eroi positivi, praticamente usciti da un libro di Dickens, antifascisti dal cuore grande come la casa popolare che abitano in via del Corno a Firenze, e i goderecci borghesi negativi, fascisti antipatici perché fascisti. Qui, Pratolini veste i panni di un autore trendsetter di un comportamento diventato comune (e comunista) norma, cioè la condanna di una realtà spesso sgradevole di fronte alla quale non è facile porsi nell’atteggiamento più opportuno. Più o meno, come la domanda se è più buono il tè alla pesca o al limone e la risposta è che sono buoni entrambi: la vita quotidiana, in quel momento, si componeva di tasselli, di individui ambigui che, talvolta, potevano non rispecchiare quel codice di valori di moda che imponeva una contrapposizione netta nel discorso politico, come nel discorso dei tè, appunto.

Modern Family, ma con l’UE

Se dovessi immaginarmi l’Unione Europea, di cui oggi si festeggia il primo passo verso la costituzione effettiva, me la immaginerei come la classica sitcom americana sulla classica grande famiglia allargata. Ad oggi, anche se con un prezzo di mercato piuttosto alto per l’offerta (l’Italia nel 2016 pagò quasi 14 miliardi di euro per far parte di questa NBA della pace) e con qualche frontiera francese chiusa ai migranti, l’Unione Europea costituisce la carta gold delle nazioni unite. Cosa sarebbe successo alla “polveriera balcanica” senza l’UE? Cosa avrebbe impedito il ritorno in auge del revanscismo o del panslavismo? Quante sarebbero state ancora le vittime di shell shock se il nazionalismo, un surrogato del sovranismo, avesse ancor preso il sopravvento? L’Europa ha reso e rende, ha mantenuto e mantiene liberi, anche con tutti i suoi difetti, anche se i cittadini fanno ancora oggi fatica a identificarsi nei loro leader, anche se il mantra di tutti i boomer europei è “l’euro fa schifo, si stava meglio prima”.

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