Quando il moralismo soffoca la vita: Saba e De Andrè alla ricerca dell’autentico

Saba e De Andrè ci accompagnano nei quartieri più malfamati di Trieste e di Genova raccontandoci frammenti di vita autentica.

“Le Sofa”, Henri de Toulouse-Lautrec

Uomo e società. Due entità legate così strettamente, da rendere difficile capire dove finisca una e inizi l’altra. L’identità stessa dell’indiviuo è plasmata su ciò che la società gli rimanda di se stesso. Questo legame costituisce un’arma a doppio taglio perché, se da un parte capire gli altri e conoscerli può sicuramente aiutare a capire meglio anche se stessi, dall’altra entra in gioco un complesso sistema di valori ‘socialmente accettati’ e perciò rispettati ciecamente. Sono gli specifici di una morale all’apparenza onesta e ‘cristiana’ ma in realtà sporca e intollerabile. Proprio a questa intollerabilità alcune persone sono più sensibili di altre. Percepiscono la sporcizia nascosta sotto al tappeto e in qualche modo la rifiutano. Tuttavia nella realtà sociale, se il diverso affacina, viene poi sempre rinnegato nel momento in cui continua a non lasciarsi assimilare. La società non tollera eccezioni, e la moralità è la sua arma per tenere tutti sotto controllo. Su questa linea si muovono due grandi autori, Umberto Saba e Fabrizio De Andrè. E, se il secondo è l’artista disturbatore per eccellezza, sempre pronto a dissacrare e a guardare il mondo con un ironico sorriso, Saba elabora invece una riflessione più intima e delicata, e proprio per questo in grado di arrivare a cogliere la bellezza che il moralismo potrebbe altrimenti mascherare. Ecco perché “Città vecchia” e “La città vecchia” vanno letti insieme. Offrono due prospettive complementari e allo stesso livello necessarie per comprendere e combattere il prezzo della moralità.

“…dove più turpe è la via”: Saba e la ricerca della purezza

Uno fra i più famosi componimenti di Saba è certamente “Città vecchia”, ispirata alle passeggiate del poeta nelle vie più malfamate di Trieste. Qui l’autore incontra personaggi popolari come ubriaconi, prostitute, marinai ma, anzichè guardarli attraverso la lente del perbenismo, Saba semplicemente li sente. Sente pulsare la vita autentica, quella che gli uomini ‘civili’ non osano più vivere. Saba riconosce nella loro vitalità un valore positivo, un valore che lui e tutti ‘i civilizzati’ non riescono più a realizzare: “Io ritrovo, passando, l’infinito/ nell’umiltà.” Infatti, uno dei punti focali della poetica sabiana, è la convinzione che l’essenza della vita si esprima nelle forme più umili dell’esistenza. La civiltà costituisce per la vita una complicata prigione da cui evadere per tornare a farsi sentire. Perso in questo mondo di istinto e sincerità, il poeta riesce a sentire anche la religione: “sono tutte creature della vita/ e del dolore;/ s’agita in esse, come in me, il Signore”. Con questi versi il poeta vuole anche opporre la morale alla religione, intendendo la seconda come un sentimento intimo e la prima come una sua degenerazione sociale. Infine il componimento si chiude con i seguenti versi: “Qui degli umili sento in compagnia/ il mio pensiero farsi/ più puro dove più turpe è la via”. La dichiarazione di poetica, l’idea che dà un senso al vagabondare di Saba in quelle vie, è tutto racchiuso in questi versi finali. La ricerca introspettiva che Saba condurrà su se stesso per tutta la vita, trova nella vita che respira in questi quartieri una via promettente per perdersi, cercarsi e, forse, ritrovarsi.

“Se non sono gigli…”: De Andrè e l’ironia contro il perbenismo

La città vecchia/ Delitto di paese (1965)

“Nei quartieri dove il sole del buon Dio/ non dà i suoi raggi/ ha già troppi impegni per scaldar la gente/ d’altri paraggi”. Questi sono i versi iniziali di una canzone di De Andrè intitolata “La città vecchia”, in cui il cantautore racconta alcuni frammenti di vita respirati nei quartieri più malfamati di Genova. La canzone, che fa parte di un 45 giri del 1965, è chiaramente ispirata alla poesia omonima di Umberto Saba, sebbene vi siano rimandi anche ad altri poeti (Prevert per il verso iniziale, Brassens per la musica). Presentando la canzone prima di un’esibizione del ’97, De Andrè disse: “[…] e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e che cosa sia l’errore.” Il testo è sarcastico e dissacrante fin dai primi versi, dopo i quali viene descritta la colorata vita che caratterizza i personaggi di quei quartieri. Subito dopo, in netta contrapposizione e, implicitamente, in altrettanto netta comparazione, viene descritta la vita infelice e ipocrita di un “vecchio professore” il quale, come esponente tipico della borghesia perbenista, offende e condanna l’amore di una prostituta, che poi di notte va però a cercare per soddisfare quelle stesse pulsioni che rinnega. In contrapposizione a questa ipocrisia, c’è la vita di quei quartieri malfamati, dove queste pulsioni vengono accettate come parte dell’uomo e dove, di conseguenza, vengono vissute con una saggezza tutta popolare. Inoltre Dè Andrè innalza la prostituta al di sopra del professore, dando il colpo di grazia al moralismo (“Vecchio professore cosa vai cercando/ in quel portone?/ Forse quella che sola ti può dare/ una lezione”; e ancora “diecimila lire per sentirti dire ‘micio bello e bamboccione'”). Infatti la vitalità della prostituta fa emergere ancora di più la povertà del professore, che se la racconta e poi finisce per cedere a quelle stesse pulsioni che nega e condanna. Così facendo, De Andrè accompagna l’ascoltatore in una nuova prospettiva, resa evidente dal netto paragone delle strofe precedenti. Questa prospettiva diventa poi esplicita nella strofa finale, dove De Andrè palesa l’ipocrisia del perbenismo e propone una visione più umana e cristiana: “se tu penserai e giudicherai/ da buon borghese/ li condannerai a cinquemila anni/ più le spese/ ma se capirai se li cercherai/ fino in fondo/ se non sono gigli son pur sempre figli/ vittime di questo mondo.” La rima ‘gigli-figli’ richiama da un lato la purezza, dall’altra però la concezione cristiana. Inoltre, in questo essere vittime, e quindi in questo dolore comune a tutti, vi è un punto comune a poeti e marinai, professori e prostitute. Presentata in questa prospettiva finale, la moralità svela tutta la sua debolezza implicita, la sua superficialità e la sua invidia.

In sostanza, c’è un dolore comune e ci sono comuni desideri. La civiltà ha semplicemente sviluppato l’abilità di rinnegarli. Forse per questo, davanti a chi ha il coraggio di viverli e di accettarli, alcuni sentono il bisogno di difendersi con l’ipocrisia e il giudizio. Le persone raccontate da De Andrè, hanno ancora il coraggio di essere umane, e la capacità di perdonarsi per ciò che questo talvolta comporta. Sebbene la prospettiva di Saba sia più intimistica, mentre quella di Dè Andrè più ironica e disincantata, potremmo dire più ‘socialmente impegnata’, entrambi riconoscono autenticità in queste vite che sanno ancora vivere senza scuse, accettando l’allegria come il dolore e considerandoli entrambi parte della vita stessa. Questo spinge i due artisti a considerarsi al loro stesso livello, a riconoscersi uguali ad essi, non migliori e non diversi. Entrambi mostrano al lettore una strada per superare le barriere sociali e riconoscersi tutti “figli, vittime di questo mondo”. Entrambi smascherano l’ipocrisia e, oltre a procurare un educativo quanto sano fastidio, danno la possibilità di essere più umani. Danno la speranza di non essere soli, almeno in questo.

Viviana Vighetti

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