Mia: non odi tutto questo?

Vincent: odio cosa?

Mia: i silenzi che mettono a disagio. perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?

Vincent: non lo so, è un’ottima domanda.

Mia: è solo allora che sai di aver trovato qualcuno speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento, e condividere il silenzio in santa pace.

Questo celebre picco di informalità nel film Pulp Fiction invade prepotentemente le terre della speculazione socio-filosofica, ed è estremamente liberatorio e catartico. Nonostante Vincent dica –ma, non credo che siamo già arrivati a questo, ma non te la prendere, ci conosciamo appena-, in realtà, decostruendo lo standard colloquiale, sono arrivati a conoscersi molto più a fondo della maggior parte delle persone. È un momento magico, quasi di tenerezza intellettuale. D’altronde è assodato, per qualche ragione congenita nelle conversazioni che facciamo, il fatto che non ci diamo neanche il tempo per pensare a cosa dire. Quasi come se l’unico obiettivo fosse non rallentare le vibrazioni nell’aria e colmare continuamente il vuoto che il silenzio sembra portare a galla.

Questione di convenevoli 

Il filosofo Bronislaw Malinowski con la sua opera Il problema del significato nei linguaggi primitivi pone attenzione alle casistiche in cui il linguaggio viene usato nei rapporti sociali, liberamente e senza scopi determinati. Per intenderci si parla di situazioni in cui si chiacchiera ad esempio di cose totalmente avulse al contesto. Il linguaggio qui non dipende da ciò che si sta facendo in un momento dato, pertanto esso sarà scevro di qualsivoglia influenza contestuale e situazionistica. Ci troviamo così di fronte ai cosiddetti convenevoli.  

Una frase detta per educazione sia tra le tribù selvagge, sia nei pranzi di famiglia, adempie ad una funzione con la quale il significato delle parole non ha nulla a che fare. Domande sulla salute, commenti sul tempo, frasi su qualche cosa di dannatamente ovvio, tutto ciò secondo Malinowski è diametralmente opposto all’esigenza di esprimere un pensiero. In aggiunta il filosofo sente il dovere di sdoganare tali espressioni da qualsiasi tipologia di atteggiamento tendente all’intesa emotiva con l’interlocutore. Ma se non si cerca l’intesa emotiva a questo punto occorre chiedersi, qual è la ragion d’essere di frasi come “Bella giornata”, “come va?”, “eccovi qui” e oltre?

La tendenza alla socialità

Aristotele attribuisce all’uomo lo status di animale sociale, dovuto alla sua tendenza a congregarsi e godere della compagnia reciproca. Malinowski sulla falsariga aristotelica asserisce che molti istinti e tendenze innate come la paura, la bellicosità, la vanità o la sete di potere siano in qualche modo dipendenti da o collegati con la tendenza fondamentale che rende necessaria per l’uomo la presenza altrui. Idealmente oggi, come nel più antico stato di natura, il silenzio di un altro uomo non è un fattore rassicurante, e anzi da sempre chi è taciturno viene considerato un brutto tipo.

La rottura del silenzio, la comunione delle parole è il primo atto per stabilire quei vincoli di amicizia che si consolidano durevolmente solo con la rottura del pane e la condivisione del cibo. Tali convenevoli esistono solo in quanto entità linguistiche e avrebbero la funzione di rompere quel silenzio. Secondo Malinowski la comunione delle parole può non consistere in un uso simmetrico del linguaggio dal momento che chi parla di più avrà la maggiore gratificazione sociale, e anche se il ruolo di ascoltatore non dà un piacere altrettanto intenso, resta essenziale in vista della reciprocità dello scambio di ruoli.

Parlare per riconoscersi

La comunione di cui ci parla Malinowski viene definita da quest’ultimo comunione fàtica (fàsis), ossia un tipo di discorso propedeutico unicamente alla creazione di un legame con il puro scambio di parole, vedersi per il puro e semplice fatto di parlarsi. Non esiste nessun fine esterno al parlare stesso, perché, come si sostiene nell’opera, il contenuto discorsivo viene in linea temporale e d’importanza dopo il puro e semplice atto linguistico del parlare per riconoscersi. La comunione fàtica implica un reciproco riconoscimento e passa attraverso il fatto di prendere la parola, il filosofo Lichtenberg diceva parla affinché io ti veda, ossia affinché tramite la pura esecuzione dell’enunciazione linguistica io ti riconosca davanti ai miei occhi.

Un tale discorso presenta forti affinità con il riconoscimento delle auto-coscienze hegeliano. Anche Hegel seppur in modo diverso aveva intuito quella forte tendenza squisitamente umana nell’auto-riconoscersi tramite il confronto dialettico con l’altro. Celebre resta infatti l’esempio del bambino che lanciando il sasso nell’acqua studia genuinamente e irrazionalmente le onde che vengono generate all’impatto, paradigma dello spirito che cerca di riconoscere sé stesso nella natura, secondo la dialettica triadica dell’Aufhebung (idea-natura-spirito).

 

 

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