Il Superuovo

Psyco-Pass: quando un anime strizza l’occhio alla filosofia e ai dilemmi esistenziali

Psyco-Pass: quando un anime strizza l’occhio alla filosofia e ai dilemmi esistenziali

In questo articolo ci andremmo ad immergere in un mondo anime futuristico dove regna la tecnologia e la giustizia. Ma non sempre i sistemi ingegneristici sono infallibili, soprattutto se messi di fronte ai sentimenti umani, spesso contraddittori e oscuri.

 

Siamo a Tokyo nell’anno 2112; il mondo è dominato da una macchina informatica capace di misurare e monitorare lo stato mentale delle persone e le loro inclinazioni: lo ‘Psyco-Pass’. Sarà questo davvero capace di codificare le reali intenzioni e i sentimenti umani?

 

Di cosa tratta: una breve panoramica sulla storia

Il sistema tecnologico sopracitato, il quale dà il nome alla serie, serve a misurare il ‘coefficiente di criminalità’: chi lo supera viene neutralizzato grazie all’intervento della sezione di Pubblica Sicurezza della città. Questo corpo è formato da due figure: gli esecutori e gli ispettori.

I primi sono criminali latenti il cui compito è quello di catturare altri criminali; i secondi invece tengono sotto controllo la psiche dei primi, guidando gli stessi nelle loro missioni.

Ma a dare loro una mano vi è un’arma: il ‘Dominator’: una pistola capace di infliggere diversi colpi a seconda dell’entità del pericolo che si trova davanti; più grave è il pericolo più l’arma diventa letale.

 

Ma allora cosa c’entra con la filosofia?

Spesso, erroneamente, siamo portati a pensare all’anime come un cartone, quindi principalmente destinato ad un pubblico di bambini; ma in realtà non è sempre così e ‘Psyco-Pass ‘ è racchiuso in quella fetta di eccezioni che confermano la regola fino quasi a confutarla.

Uno dei temi più ricorrenti nell’anime è il libero arbitrio; in un mondo dove vigono tutte queste regole, il primo comportamento che appare disponibile è il conformarsi a quel sistema, lasciando quindi perdere l’individualità tanto amata da Kierkegaard, per lasciarsi travolgere da un ‘comportamento di massa’ per evitare di essere nei guai. Subito qui ci viene in mente lo stesso Orwell dove in questo caso non vi è un ‘grande occhio’ a spiare la città, ma il concetto appare il medesimo: controllo assoluto affinché nessuno si discosti dai limiti e dai parametri imposti culturalmente.

 

Scelta o non scelta, questo è il dilemma!

Vi sono diversi personaggi che calcano particolarmente la mano sul tema della ‘non scelta’. Su quest’ultimo argomento nasce quasi spontaneo il collegamento col filosofo esistenzialista già sopra citato: Kierkegaard. Nella sua opera ‘Aut-Aut’, quest’ultimo sottolinea l’importanza della scelta durante il percorso della vita umana. Questa però viene quasi sempre vista come un qualcosa di angoscioso; la principale fonte di sofferenza è proprio la vastità di scelte verso le quali possiamo convergere e la decisione di percorrere una di queste porta, inevitabilmente, all’esclusione di una delle altre. Questo comportamento reiterato porta ad una ‘paralisi esistenziale’: è come se ci trovassimo di fronte a così tanti gusti di gelato che non riusciamo a scegliere, fino a non scegliere alcun gusto. Sembra paradossale, vero!? Peccato che se ci pensiamo intensamente, o anche in modo superficiale, possiamo facilmente trovarci davanti agli occhi scenari simili.

Ma infondo come biasimare il nostro caro filosofo, la scelta porta con sé pesanti fardelli: responsabilità, libertà, instabilità; ovviamente pesi insignificanti in una società dove ti vengono già tracciati i confini e le strade. Egli stesso non sposò l’amore della sua vita perché non sapeva se sarebbe stata la cosa giusta, soprattutto se questo gesto avrebbe, probabilmente, comportato l’abbandono dei suoi studi filosofici.

A questo punto voglio lasciarvi con una domanda: è meglio una società alla ‘grande fratello’ dove regna il controllo a sfavore dei sentimenti e delle pulsioni umane, o prendersi il rischio di essere liberi?

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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