Profughi e detenuti: la nuova crisi migratoria ci ricorda la somiglianza delle loro condizioni

Vite diverse nell’origine, nell’andamento e nei risultati, ma accomunate dalla drammatica condizione in cui moltissimi migranti e detenuti si ritrovano.

Persone come noi che si ritrovano, a un certo punto della loro vita, in una situazione che nessuno di noi si augurerebbe mai: stiamo parlando dei detenuti nelle carceri italiane (ma non solo) e dei profughi e richiedenti asilo del nuovo millennio. Nel mezzo di una nuova, devastante ondata migratoria che sta destabilizzando l’Unione Europea intera, andiamo ad analizzare i punti di contatto fra le condizioni di questi due sottogruppi sociali, che, seppur diverse, sono spaventosamente simili.

L’ampio concetto di pena

Facciamo un passo indietro. La pena, unità fondamentale per comprendere la condizione dei detenuti, altro non è che una sanzione negativa comminata dalle istituzioni designate dalla legge ogni qual volta che un membro del consorzio sociale viola una norma giuridica. Ben pensandoci, possiamo fare un parallelo fra la penalità nel senso più classico, quello giuridico, e la penalità che coinvolge, loro malgrado, i profughi che approdano in Europa (ma non solo). Questi, infatti, si ritrovano a vivere, molto spesso, in hotspot o in campi di accoglienza, una situazione molto somigliante a quella delle carceri italiane. Il parallelo può essere fatto sicuramente a livello materiale, ma soprattutto sul piano funzionale di questi due particolari tipi di segregazione.

La funzione retributiva

Partiamo dalla funzione più antica che la penalità ha assunto: quella retributiva. La pena, infatti, fin dalla legge del taglione, viene definita giusta quando definisce un’equilibrata proporzionalità fra il reato commesso e la sanzione disposta dallo Stato. La ratio è che gli interessi del reo vengono colpiti tanto quanto lui ha colpito quelli della vittima o della società tramite il suo illecito, restituendo il male al mittente e soddisfacendo il corpo sociale offeso. Questa funzione concepisce la violazione della legge come una violazione di un ordine superiore da ristabilire e come una colpa che va espiata. Nel carcere ciò è molto visibile: la lunghezza e la durezza della condanna hanno una corrispondenza precisa con il reato commesso. Nei centri di accoglienza, ciò è pur sempre ravvisabile, ma più velatamente: i profughi, in quanto distruttori dell’armonico ordine sociale, vengono lì reclusi, in condizioni misere, per “ripagare” il turbamento apportato.

La funzione deterrente

Questa funzione viene formulata da Cesare Beccaria nella seconda metà del XVIII secolo. Secondo il suo pensiero e quello della Scuola Classica di Diritto Penale, la pena, oltre che giusta, deve essere anche utile. Infatti, deve essere uno strumento di ripristino dell’ordine sociale violato e messo in discussione dalla commissione del reato, e di prevenzione del prodursi di altri illeciti da parte del colpevole stesso, ma anche degli altri cittadini. Oltre alla deterrenza, un carattere fondamentale della penalità è anche la prevenzione: essa compie un’opera di dissuasione e di disincentivazione a commettere un reato, sia nei confronti del reo, che non deve reiterare la sua condotta criminosa, sia nei confronti della popolazione tutta, ammonita collettivamente alla non devianza. Nel carcere, tutto ciò è chiarissimo: i colpevoli sono reclusi perché non commettano più lo stesso errore. Negli hotspot, invece, i migranti (ma soprattutto i possibili futuri tali) vengono scoraggiati dal far perdurare la loro condizione.

La funzione rieducativa-riabilitativa

La pena è utile, in quanto, accompagnata da azioni positive, deve servire a cambiare in meglio il reo, facendo sì che lui rifletta sul suo vissuto e sull’accaduto, guidato da figure istituzionali, per renderlo consapevole dei propri errori e capace di non ripeterli. La penalità, infatti, deve portare all’adesione di valori positivi, essendo pedagogica e risocializzante, permettendo di riconoscere e rispettare l’altro vivendo in comunità e incrementando l’empowerment del soggetto. Ciò è utile non solo per l’individuo, ma anche per la società, visto che la sanzione è finalizzata alla costruzione di un nuovo progetto di vita volto al ritorno nel consorzio sociale del reo come uomo nuovo. In entrambi i nostri campi d’indagine, questa funzione, sebbene sia la più auspicabile e auspicata, è quella più difficilmente ravvisabile: in carcere e negli hotspot non si riesce mai davvero a riabilitare i detenuti e i migranti a integrarsi nella società come persone nuove.

La funzione incapacitante e di neutralizzazione

La pena serve a escludere il reo dalla società, isolandolo, estromettendolo dalla società, al fine di impedirgli di fare danno e di renderlo innocuo. Si manifesta principalmente per categorie di soggetti di cui si teme la pericolosità sociale o l’incorreggibilità; è alla base della legittimazione del carcere e di altre pene altamente impattanti, come la castrazione chimica o la pena di morte. Nella contemporaneità è l’aspetto dominante, insieme a quello dell’allontanamento del diverso e della paura del crimine. Sia nelle carceri, sia nei centri di accoglienza, questa funzione è la più evidente e la preponderante: i detenuti e i migranti sono volutamente esclusi dalla società, così da non compiere atti che potrebbero turbarla e, soprattutto, per la paura che originano nel consorzio sociale.

Lascia un commento