Populismo e l’amicizia tra potenti e il popolo: Salvini e Aristotele a confronto

Dopo una prima bocciatura, il decreto, proposto dal ministro degli interni Matteo Salvini, ha ricevuto approvazione dal Consiglio dei Ministri: in che misura tale mossa fa parte della politica di Salvini così legata ai cittadini? 

Spiegazione del decreto sicurezza bis

Da pochi giorni è passato il decreto sicurezza bis proposto dal ministro dell’interno Matteo Salvini. Il nuovo provvedimento contiene indicazioni riguardanti i comportamenti da seguire in materia di immigrazione clandestina, in particolar modo rispetto alle navi ong che continuano ad operare da indipendenti nel Mar Mediterraneo.

L’approvazione di tale decreto può essere definita “populista” nella misura in cui risponde alle richieste e al volere della maggior parte dei cittadini italiani che si sentono minacciati dal fenomeno dell’immigrazione clandestina.
Dopo anni di politica fatta da chi si poneva sopra il popolo e cercava di essere super partes, si può ora giustamente affermare che vi sia un ritorno di chi invece afferma di portare avanti la voce del popolo e i suoi interessi. Da ciò deriva il grande successo dei populisti che affermano di essere soprattutto parte del popolo e di provenire da esso, e di conseguenza di esserne amici.
Ma questo è effettivamente possibile? In che misura i politici possono affermare di essere parte del popolo e in quale invece sono sempre più elevati in base alla posizione che occupano all’interno del governo?

L’amicizia nell’Etica Nicomachea

Per provare a rispondere a questi quesiti possiamo prendere in considerazione il pensiero di Aristotele che nell’Etica dedicata a suo figlio Nicomaco, descrive il rapporto possibile tra re e sudditi in una monarchia all’interno della polis.
Innanzitutto sarà utile delineare i tipi di amicizia che Aristotele ritiene sussistano tra le persone in base alla causa per cui si è amici: per l’utile, per il piacevole e per il buono.

È necessario dire che il filosofo ritiene i primi due tipi accidentali, in quanto si può essere amici in base all’utile o il piacevole perchè capita che una persona sia per noi fonte di utilità o piacere; l’amicizia secondo bontà è invece definita perfetta, questo perchè un uomo che si definisce in quanto buono, o virtuoso usando termini prettamente aristotelici, lo è nell’intera durata del rapporto amicale e non secondo una caratterizzazione momentanea.
Il rapporto che Aristotele mette in dubbio tra re e sudditi è dunque quello dell’amicizia perfetta, che comporta una reciprocità e un’uguaglianza tra i membri del rapporto.

Rapporto tra re e sudditi

Per tentare di raggiungere una definizione del rapporto tra re e sudditi Aristotele utilizza delle analogie: la prima è quella tra padre e figli, che viene però scartata perchè il rapporto tra i due è supportato da una parentela, elemento che manca invece nel rapporto tra re e sudditi; la seconda è quella tra pastore e pecore, considerata migliore dal filosofo in quanto il distacco tra i due membri è qui più marcato, tuttavia l’amicizia che questa analogia esprime è quella dell’utile in quanto l’uomo vede nelle pecore solo oggetti da cui beneficare e per questo non può fungere da definizione; terzo e ultimo tentativo di definire il rapporto tre i re e i sudditi è quello di paragonarlo a quello tra Dio e uomini: sebbene sia considerata dal filosofo la migliore analogia, un’amicizia del genere non può sussistere, questo perchè la divinità di cui Aristotele parla non è quella pensata generosa ma anzi è estranea al discorso morale che caratterizza l’uomo, essa è infatti completamente autosufficiente e non agisce nel nostro mondo nè riceve effetti delle azioni attuate dagli uomini.
Qui il discorso Aristotelico, dopo numerosi tentativi, si ferma, ammettendo l’impossibilità di far coincidere la forma monarchica di potere con l’amicizia perfetta.
Sebbene la situazione moderna non sia caratterizzata chiaramente da un potere di tipo monarchico, il tentativo dei politici di attirare l’attenzione dei cittadini sulla loro singola persona è sempre forte soprattutto visto il successo che tali politiche riscuotono.
Visto dunque dal punto di vista aristotelico, il metodo populista si rivela essere solo una mascherata che nasconde dei fini prettamente politici e finalizzati alla ricerca di un potere sempre più grande: sta poi al senso critico di ciascuno di noi riuscire a vedere al di là di questa farsa.

Davide Zanettin

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.