La morte di Jackson Pollock nell’agosto del 1956 segna la fine dell’Espressionismo astratto e l’inizio di una nuova cultura, la cosiddetta cultura pop. Facendo un passo indietro, chi era Jackson Pollock? Cos’era l’espressionismo astratto americano?

Colori capaci di trasmettere più dei volti umani
Jackson Pollock faceva parte della scuola di New York: un insieme di artisti che condividevano l’amore per l’arte e che sentivano il bisogno di speculare su una nuova forma di arte, più stravagante e piena di forza. L’espressionismo astratto, nonostante sia erede dei Fauves francesi e dell’innovativo cubismo di Picasso, nasce come corrente artistica americana alla fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta. Il dopoguerra fu un periodo particolarmente florido per la pittura, per il cinema, per il teatro e per la letteratura americana. Osservando le opere di Pollock si ha la sensazione di essere di fronte a schizzi di colore apparentemente privi di filo logico, come se l’artista fosse impazzito di fronte alla tela. In realtà, Pollock racconta che era proprio davanti la sua tela che le sue idee diventavano più chiare e tutto prendeva forma.

L’artista del Wyoming fu il pioniere della tecnica del dripping: una tecnica pittorica tramite la quale si fa sgocciolare il colore direttamente sulla tela, quest’ultima posizionata o in orizzontale, come faceva Pollock, o in verticale, come faceva Sam Francis. Pollock darà inizio ad una vera danza del colore capace di catturare lo spettatore, che rapito dalle linee sobbalzanti del quadro resta senza fiato.
Chi può davvero giudicare cosa sia bello e cosa no?
Affermare che una cosa sia bella o brutta fa parte del vivere quotidiano, a volte lo si fa senza neanche rendersi conto. Nonostante questa disattenzione ci sono stati filosofi che si sono soffermati su quella che Baumgarten nominerà estetica; ovvero sul giudicare cosa sia bello o no.
Kant affronterà nella sua terza critica la facoltà estetica di giudizio, chiedendosi se i giudizi di gusto abbiano lo stesso principio dei giudizi sintetici, ovvero di quei giudizi dettati dalla ragione. La sua conclusione sarà nel dichiarare che i giudizi di gusto hanno una natura diversa in quanto devono essere comunicabili universalmente, ma allo stesso tempo sono giudizi singolari. Inoltre quando definisco un quadro o qualsiasi altro oggetto,il piacere che deriva dal mio osservare è privo di interesse, non guardò l’utilità dell’oggetto, ma solo l’oggetto in sé; Kant chiamerà questa sorta di disinteresse conformità a scopi senza scopo.
Cartesio di fronte alle tele di Pollock
Di tutt’altra visione è René Descartes. Cartesio ha rivoluzionato il pensiero filosofico con il suo rigore scientifico. I suoi studi erano indirizzati verso una nuova scienza che abbracciasse sia il mondo fisico che la psiche umana perseguendo lo stesso metodo scientifico. Difatti ciò che era necessario era un metodo che si ispirasse a quello matematico, in quanto le verità filosofiche, come la matematica, si basavano sull’esercizio della ragione. Pertanto Descartes di fronte ad un quadro di Pollock si sarebbe forse indignato nel non poter afferrar e il criterio di tale pittura. Ma, come detto precedentemente, in Pollock le idee erano chiare e distinte, perciò si dovrebbe forse inventare un metodo diverso capace di leggere ciò che quei colori suscitano.
Per quanto si tenti di creare un canone della bellezza, nell’epoca contemporanea non esistono più i modelli greci di Policleto, oggi le cose evolvono a vista d’occhio e le persone che si esprimono sono così tante che la pretesa di creare un’unica linea guida di giudizio è molto pretenziosa. Si dovrebbero imitare la stravaganza e l’innovazione della scuola di New York degli anni ’50.
Barbara Butucea