Il Superuovo

Politiche migratorie europee e percezione popolare: Willie Peyote confuta il risentimento sociale verso l’immigrazione

Politiche migratorie europee e percezione popolare: Willie Peyote confuta il risentimento sociale verso l’immigrazione

Il tema migratorio si mostra cruciale nel dibattito europeo. Esso vede l’intersezione di politiche nazionali che talvolta mal si accordano tra loro, generando insofferenza e instabilità.

Il fenomeno migratorio che coinvolge l’Europa ha dimostrato molteplici volte il bisogno di una trattazione comunitaria, corretta ed efficiente. A ciò si unisce il frequente risentimento tra molti cittadini dei paesi del “Vecchio Continente”.

La politica migratoria a livello europeo

Sebbene la questione migratoria appaia dotata di una rilevanza profonda nel confronto tra i vertici europei e gli stati membri dell’Unione, la disposizione giuridica che regolamenta tale materia appare ancora oggi costellata da numerose lacune. Prima tra tutte si mostra la mancanza di un’efficiente politica comune capace di orientare le varie parti ad adottare comportamenti coerenti. Ciò avviene perché nonostante l’Unione Europea riconosca il peso di tale fenomeno, i paesi membri si vedono dotati di un ampio margine decisionale che permette loro di prevedere quando l’entrata nel proprio paese di cittadini appartenenti a nazioni terze possa essere concessa o meno. Ciò che si prefigge l’Unione Europea è considerare la distinzione tra migrazione regolare e migrazione irregolare, cercando di disincentivare quest’ultima, una realtà che però al tempo attuale appare dotata di una valenza non trascurabile, poiché sono molti i casi di arrivi irregolari determinati da fughe da paesi dilaniati da guerre, carestie e altre condizioni in contrasto con la salvaguardia dei diritti umani inderogabili. Tale regolamentazione complica anche quanto previsto per l’integrazione sociale una volta raggiunto il paese di destinazione. Le misure adottate dai paesi membri sono svariate. Ad esempio, se intorno agli anni ’80 la Francia faceva valere il principio dello jus loci che prevedeva che la cittadinanza dovesse essere legata al luogo di nascita e non all’origine dei genitori, nei decenni successivi ha conosciuto un inasprimento delle misure, rendendo più difficile l’ottenimento del permesso di giungere e stabilirsi nel paese. Emblematica fu la proposta avanzata nel 2018 dal ministro Collomb orientata a velocizzare le pratiche di espatrio per i migranti definiti irregolari. Una situazione diversa si configura invece in Germania, dove l’integrazione sociale dei migranti appare maggiormente facilitata a livello governativo, agevolando il percorso di inserimento all’interno del mercato del lavoro. Nonostante ciò rimangono i problemi per coloro che non si sono visti riconosciuta la possibilità di vivere in tale paese ma al contempo hanno ottenuto la sospensione del rimpatrio.

I casi delicati di Italia e Malta

I due paesi europei che appaiono maggiormente coinvolti nella crisi migratoria sono Italia e Malta. Ciò avviene per la loro prossimità geografica con i territori da cui si registra la maggior percentuale delle partenze, che tendenzialmente corrispondono con gli stati appartenenti alla fascia settentrionale del continente africano. Malta è un protagonista molto criticato in questo tema, in quanto oltre a disincentivare fortemente gli arrivi sulle proprie coste (arrivando anche a prestare soccorsi in mare tardivi o addirittura a delegare tale mansione alla vicina Italia) attua una profonda politica volta a impedire il fenomeno dell’immigrazione irregolare, un obiettivo che l’ha condotta a collaborare con la Libia, nota per trasgredire largamente quanto disposto in materia di diritti umani nei confronti di coloro che vorrebbero partire da lì per giungere in Europa. Qui viene inoltre adottata la misura della detenzione preventiva per i richiedenti asilo, la cui durata appare regolamentata per legge ma che spesso conosce un’estensione una volta attuata nel piano pratico. In merito a tale realtà, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti ha definito il modus operandi maltese nei confronti dei migranti “vicino al trattamento inumano e degradante“. Parallelamente incontriamo la regolamentazione Italiana, che nel corso del tempo si è vista caratterizzata da cambiamenti considerevoli. Nella penisola è stata emblematica l’introduzione del Decreto Sicurezza promosso dal leader della Lega Matteo Salvini, il quale ad oggi non manifesta più la sua efficacia. Esso prevedeva, tra le varie voci, l’abolizione della protezione umanitaria (restringendo ampiamente l’ambito delle possibilità per ottenere il permesso di accedere legalmente sul suolo italiano) e l’aumento dei finanziamenti a favore delle operazioni di rimpatrio. I successivi interventi hanno previsto l’introduzione di una protezione speciale a favore di coloro che, per motivi definiti “seri” e generalmente appartenenti alla categoria umanitaria, si recano in Italia. Definisce poi il divieto di rimpatrio verso territori che adottano comportamenti lesivi dei diritti umani e elimina il divieto di registrazione agli uffici anagrafici locali dei richiedenti asilo. Nonostante i passi in avanti, anche il caso italiano denota ancora delle lacune, in quanto le difficoltà di accesso permangono, così come quelle di inclusione all’interno del mercato del lavoro.

“Io non sono razzista ma…”

Questa è una delle frasi maggiormente presentate nei quotidiani scambi d’opinione in riferimento al tema migratorio. Nell’omonima canzone presentata da Willie Peyote si vogliono demolire le argomentazioni presentate per giustificare l’avversione allo sviluppo di tale fenomeno.

L’immigrato alle prese con l’accoglienza
Stop alle nostre frontiere forse sparare conviene

Molto spesso l’immigrato viene visto come un nemico e ciò lascia ampio spazio ai pensieri xenofobi. Complice di questa convinzione è la relativa legislazione che appare connotata da lacune e rallentamenti che impediscono un’adeguata integrazione in un panorama economico e politico costellato da complicazioni anche per gli stessi cittadini dei paesi che coincidono alla destinazione dei flussi migratori.

Stando ai discorsi di qualcuno
Lampedusa è un villaggio turistico
I cinesi ci stanno colonizzando
E ogni Imam sta organizzando un attentato terroristico

Nelle instabilità esistenti da decenni nelle nazioni interessate dagli arrivi dei migranti trovano terreno fertile le tendenze politiche volte ad etichettare gli esodi come il motivo cruciale delle difficoltà esistenti. Secondo quest’ottica dunque, il porre fine agli arrivi lungo le proprie coste costituirebbe un automatico miglioramento delle proprie condizioni. In realtà, in virtù di accordi internazionali a cui vari paesi (tra cui l’Italia) hanno aderito volontariamente, il dovere di intervenire per il soccorso in mare non può non trovare manifestazione e ad esso dovrebbe seguire un’effettiva gestione degli arrivi in paesi sicuri in cui le persone soccorse possano trovare un avvenire migliore.

Qui da noi non c’è più futuro
Guarda i laureati emigrati in Australia
Beh, è troppo facile dire “questi ci rubano il lavoro
Devono restare a casa loro!”

In tale passaggio poi viene presentato e denunciato il paradosso per cui la migrazione nei propri territori di persone provenienti da paesi a rischio è visto come un gran difetto, mentre lo spostamento di laureati verso mete più profique non solo incontra legittimazione, ma un senso di compassione e di sacrificio degno di lode.

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