Piccole donne e il problema della deresponsabilizzazione nella società di oggi

Vorrei che portassimo ferri da stiro sulla testa per impedirci di crescere. Ma disgraziatamente i boccioli diventano rose e i gattini gatti! Tra le sorelle più famose della letteratura americana ci sono sicuramente quelle di piccole donne, romanzo scritto nel 1868, che ha avuto quest’anno un nuovo adattamento cinematografico con un cast del tutto eccezionale tra cui Emma Watson come Meg e Sairse Noran come Jo.                                                                     La trama                                                                                                        

Piccole Donne parla di ragazze eroine, anche se non indossano alcun diadema o costume appariscente. Sono eroine della vita comune, donne che sgomitano in un mondo di uomini, piccoli diamanti allo stato grezzo. Quattro sorelle March, Meg, Jo, Beth ed Amy, in ristrettezze economiche, decidono per Natale di comprare un regalo alla madre unendo i loro risparmi, senza acquistare nulla per loro. Fin dalla prima pagina vengono mostrate diverse personalità che nel corso della storia si consolideranno e saranno alla base delle dinamiche scatenanti i diversi avvenimenti.

  • Meg è la maggiore delle sorelle March, la più convenzionale. Brama il lusso e questa è la sua debolezza. Jo, la secondogenita, è l’alter-ego della scrittrice. Ribelle, indipendente, diretta, a volte aggressiva e brusca nei modi e nel modo di esprimersi, è la protagonista femminile estremamente avanti nei tempi per la letteratura del diciannovesimo secolo. Beth, è timida e sensibile. Possiede innate doti musicali. E rappresenta una sorta di immagine speculare di Jo: sono i due estremi di una sorta di tendenza antisociale. Amy, l’ultimogenita, è fondamentalmente egoista e cerca di manipolare gli altri. Si comporta fin da piccola come una perfetta dama dell’alta società e alla fine ottiene quello che desidera.

Ogni sorella ha la sua vita parallela che a un certo punto deve incrociarsi necessariamente con quella degli altri ed è la famiglia il motore carburante le numerose avventure. Dunque la Alcott fa entrare in scena anche la signora March, una presenza disarmante, un punto di riferimento, come il padre che non ancora imegnato nella guerra civile americana vorrebbero riabbracciare e rendere orgoglioso.
Come se non bastasse, durante la festa di capodanno veniamo a conoscenza di un altro personaggio, il vicino di casa, riservato, buono e timido Lawrie Lawrence a cui Jo va a fare visita più volte non accorgendosi dei sentimenti che prova per lei.
I rapporti tra le due famiglie diventano sempre più assidui e
gli episodi narrati sono molti, alcuni molto divertenti, altri commoventi e toccanti: la creazione del Club Pickwick, il taglio dei capelli di Jo per aiutare economicamente la mamma, la malattia di Beth, il soggiorno forzato di Amy dalla scorbutica zia March per sottrarsi al contagio della scarlattina.                                                        La famiglia tradizionale

Nella storia si è sentito parlare di “famiglia tradizionale” dall’antica Roma con la figura del pater familias sino all’Ottocento come attestano i diversi romanzi della Alcott e della Austen.
La famiglia è l’istituzione fondante di tutte le società umane, il  comune denominatore attraverso il quale, gli uomini organizzano le relazioni sociali. La donna da sempre ha vissuto in una condizione di subordinazione rispetto all’uomo, è sempre stata vista come donna-madre in grado solo di gestire la casa e di crescere i figli.
La consapevolezza di tale condizione inizia ad emergere a partire dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese periodo in cui si comincia a parlare in modo più chiaro di questione della condizione di inferiorità giuridica, economica e politica della donna.
Nell’800 purtroppo la questione femminile rimane prevalentemente intellettuale, ed anche le voci maschili a favore sono poche ed isolate.
Continua a sopravvivere una società in cui la donna ha un ruolo marginale, dove obbedienza e subordinazione all’uomo e non è in grado di ricoprire un ruolo sociale autonomo. Ad esempio non può amministrare il suo patrimonio: la dote assegnatale all’atto del matrimonio è di proprietà della moglie ma viene amministrata dal marito, le viene solo riconosciuto a volte una piccola somma per le sue esigenze di abbigliamento.
Alla fine dell’800, comunque, le donne sono ancora escluse dal diritto di voto in quasi tutto il mondo, fatta eccezione per Australia, Nuova Zelanda e alcuni Stati americani. Non hanno accesso alle professioni liberali; sui luoghi di lavoro sono pagate meno degli uomini. Tuttavia le trasformazioni prodotte dall’industrializzazione modificano la condizione femminile che acquista in parte caratteristiche nuove tra cui la separazione tra il luogo di lavoro ed il luogo d’abitazione vuol dire: o una nuova possibilità di accedere al mondo del lavoro, con il distacco dall’universo casalingo-domestico, e con notevoli problemi, soprattutto per la donna sposata con figli; o rifiutare questa opportunità per essere sempre più prigioniera della propria condizione familiare, con condizioni di accresciuta subordinazione nei confronti del marito, il solo “a guadagnare il pane”.
Un altro fatto chiave per la condizione femminile è l’accresciuto benessere generale che, per la donna dei ceti medi e medio-alti, significa maggiori possibilità d’istruzione, di tempo libero, di attenzioni per se stesse e per i propri desideri e bisogni.                                  Che si intende per responsabilizzazione?                                        

Per i genitori del passato l’educazione dei propri figli era sentita come primordiale. I ruoli erano chiari: non c’era la mamma amica né, tanto meno, il papà amico. Anzi, soprattutto nel mondo contadino, i figli davano del “voi” ai propri genitori. E, questo “voi” marcava una distanza di rispetto che non permetteva oltraggi o volgarità. Nessun bambino rispondeva ai propri genitori senza beccarsi un sonoro ceffone.

Con gli insegnanti era ancora peggio. Arrivati a scuola si doveva ubbidire senza fiatare alle regole da loro imposte. Gli scolari si guardavano bene dal riferire ai propri genitori le punizioni ricevute in classe perché, una volta a casa, rischiavano di prendersi una doppia razione di scappellotti. Se si era stati puniti, pensavano mamma e papà, era senz’altro per una giusta ragione ed era quindi normale che gli educatori correggessero l’alunno.

I bambini, gli adolescenti, poi i giovani venivano seguiti nel loro percorso educativo fino alla fine del servizio militare. Con le ragazze era anche peggio perché la loro vita di adolescenti era costellata da tanti tabù: ogni genitore temeva che la fanciulla cedesse ad uno spasimante e rimanesse incinta rovinandosi così il futuro poiché avrebbe avuto difficoltà, in un successivo momento, trovare un marito.

Un lungo apprendimento per i due sessi che immetteva nella società giovani capaci di rispettare le regole del vivere civile, anche le più banali, come, per esempio, tenere aperta la porta al passaggio di qualcuno, dare il buongiorno, ringraziare, cedere il posto a sedere sull’autobus alle persone anziane, aiutare le persone in difficoltà, non permettersi intemperanze con gli adulti ecc…

Oggi non sono più i giovani a doversi adeguare alla società, di cui faranno parte e di cui riceveranno tutto, ma è la società che deve adeguarsi a loro. Ad aver creato questo divario è senz’altro la denatalità: un figlio unico per coppia o due al massimo. I genitori, in effetti, danno importanza spropositata al raggiungimento di un rapporto affettivo che credono compromettere con punizioni o recriminazioni e, quindi, lasciano fare. Ora, nel processo educativo spiccio, di tutti i giorni, è entrato anche il papà, completamente assente nel passato e che richiede, giustamente anche lui, la sua parte di affetto, sottraendosi però al suo ruolo di guida-maestro-arbitro. Prima, invece, con cinque, sei, dieci figli la gestione famigliare era impossibile senza l’imposizione di rigide regole e dell’affetto non ci si preoccupava troppo perché era sempre arrivato naturalmente.

LA RESPONSABILIZZAZIONE

Nella società del fare del tempo passato era indispensabile responsabilizzare fin da piccoli i bambini.

Per i bambini la responsabilizzazione era totale come, per esempio, coprire, fin dall’asilo, lunghi tragitti senza essere accompagnati; stare fuori casa per tutto il pomeriggio dai tre anni in poi; andare a fare la spesa negli spacci di paese; andare a prendere l’acqua alla fontana; partecipare alla vita contadina con contributi lavorativi; ecc…Alle bambine veniva richiesto qualsiasi coinvolgimento nei lavori domestici: diventate signorinelle, erano già capaci di mandare avanti una casa.

la responsabilizzazione e il lavoro erano fattori essenziali che preparavano uomini consapevoli ed operosi.
Invece l’eccessiva deresponsabilizzazione di certi genitori dei giorni nostri prepara “bambocci” dipendenti da mamma e papà che avranno difficoltà ad inserirsi nel mondo lavorativo ma anche nella loro propria futura famiglia.

Sono dell’idea che il giusto equilibrio di educazione e responsabilizzazione sia indispensabile ai genitori di adesso affinché i loro figli vengano cresciuti nella consapevolezza dei loro obblighi verso la società.                                                                                                                                                   Elvisa Pinto

 

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