“Piazza Grande” di Lucio Dalla ci racconta la vita di un bohemien

Scopriamo chi erano i bohemien e come Lucio Dalla ci canta del loro stile di vita in “Piazza Grande”.

 

Attraverso una delle canzoni più famose del cantautore italiano Lucio Dalla, “Piazza Grande”, scopriamo come sono nati gli artisti cosiddetti “bohemien” in Francia e in Italia, il loro stile di vita e il loro ruolo nella società.

“PIAZZA GRANDE”

Piazza Grande è una canzone di Lucio Dalla incisa nel 1972; nello stesso anno fu presentata per la prima volta al Festival di Sanremo dove si qualificò all’ottavo posto. Già dai primi versi della canzone “Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è sulle panchine in piazza Grande” possiamo facilmente intendere lo stile di vita del protagonista del testo, tuttavia sarà lo stesso Lucio Dalla a specificare che si tratta proprio di un “bohemien”. Molti hanno pensato che “Piazza Grande” fosse Piazza Maggiore, in realtà si tratterebbe invece di Piazza Cavour, tuttavia il paroliere Sergio Bardotti ha suggerito che “Piazza Grande” facesse invece riferimento all’omonima piazza di Pavia chiamata in seguito “Piazza della Vittoria”. Lo stesso Bardotti ha però aggiunto che “Piazza Grande” è un nome comune del nord utilizzato per rappresentare un luogo d’incontro.  Il bohemien protagonista della canzone dice di avere intorno molti amici, sono gli innamorati in Piazza Grande, sa tutto dei loro guai e dei loro amori ma dichiara che anche lui avrebbe, a modo suo, bisogno di carezze, di pregare Dio. Tuttavia non vuole cambiare la sua vita, anche se la vita non ha sogni lui ha ancora, si sente libero come i gatti che non hanno padroni e dice di voler comunque morire in Piazza Grande.

“A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io, avrei bisogno di pregare Dio ma la mia vita non la cambierò”.

I BOHEMIEN

Il termine “bohemien” è un epiteto assegnato a tutti quei poeti che vivevano e che vivono ancora oggi una scissione fra la loro posizione di letterato e artista e la società, a causa dell’incomprensione da parte di quest’ultima del valore della propria arte. Nelle società capitalisticamente più avanzate infatti il poeta o l’artista subisce un processo di massificazione; perde la propria funzione privilegiata di fondatore e di distributore di ideologie e di miti capace di orientare l’opinione pubblica. Gli scrittori e gli artisti devono riconoscere che l’arte ha perso la sua genialità in un mondo in cui contano solo le banche e le imprese industriali. L’artista dunque non si sente più centrale nella società ma marginale e si identifica sempre più con figure di emarginati, di diversi. Il personaggio del “poeta maledetto” reietto della società, omosessuale, ribelle, emarginato, drogato, vagabondo scioperato entra a far parte dell’immaginario collettivo da Baudelaire e degli scapigliati sino agli scrittori del 900 come Pasolini. Il termine “bohemien” deriva dal termine ”Boheme”, grazie infatti anche all’enorme successo dell’opera di Puccini intitolata “La Bohème” (1896), questo termine acquistò il significato di vita , disordinata, ribelle, propria di giovani artisti poveri. Il termine emerse per la prima volta in Francia nel XIX secolo quando artisti e poeti iniziarono a concentrarsi nei bassifondi e nelle classi minori dei quartieri gitani.

IL “MOVIMENTO DELLA SCAPIGLIATURA”

Il “Movimento della scapigliatura” si sviluppa nella città più moderna d’Italia, Milano, subito dopo l’unità. La parola “scapigliatura” vuole indicare lo stesso concetto della parola francese “Bohème” che indica una vita irregolare, scapestrata e scioperata. La scapigliatura prende atto di quei cambiamenti che avevano determinato una linea netta di frattura rispetto all’età romantica, quando l’intellettuale aveva, particolarmente in Italia, un ruolo naturalmente protagonistico e una funzione ideologica dominante. Dopo l’unità la funzione dell’intellettuale entra in crisi e l’opinione pubblica guarda con diffidenza alla figura dell’artista considerato uno scioperato incapace di aderire alle esigenze produttive della società. Il naturalismo in Francia il verismo in Italia nascono appunto del tentativo di riqualificare la figura dell’intellettuale e dello scrittore trasformandoli in scienziati o in tecnici della letteratura. In un’organizzazione scientifica della società infatti anche gli scrittori devono cessare di essere letterati e trasformarsi in scienziati capaci di operare sulla base di un metodo rigoroso e di ricerca e non più muovendo dalle loro ideologie o dalle loro passioni. Il termine “scapigliatura” venne utilizzato per la prima volta da Cletto Arrighi (pseudonimo di Carlo Righetti) nel romanzo “La Scapigliatura e il 6 febbraio 1862”.

“In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui d’ambo i sessi v’è chi direbbe una certa razza di gente – fra i venti e i trentacinque anni non più; pieni d’ingegno quasi sempre, più avanzati del loro secolo; indipendenti come l’aquila delle Alpi, pronti al bene quanto al male, inquieti, travagliati, turbolenti – i quali – e per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato, vale a dire fra ciò che hanno in testa, e ciò che hanno in tasca, e per una loro maniera eccentrica e disordinata di vivere, e per… mille e mille altre cause e mille altri effetti il cui studio formerà appunto lo scopo e la morale del mio romanzo – meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia civile, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte quante le altre”.

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