Così finì la vita di Benito Mussolini.

La foto qui sopra è il simbolo della fine di un ventennio di oppressioni, violenze, censure e soprattutto di una guerra fratricida. Ma come ci è finito lì appeso Mussolini? Ce lo dicono i suoi ultimi 3 giorni.
27 aprile
Benito Mussolini il 25 aprile si trovava a Milano per una riunione con la delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), mediata dall’arcivescovo Ildefonso Schuster. L’insurrezione generale era imminente e durante l’incontro Mussolini apprese che i tedeschi avevano già avviato trattative separate con il CLN: l’unica proposta che ricevette dai suoi interlocutori fu quindi la “resa incondizionata”. In serata, verso le ore 20, mentre i capi della resistenza davano l’ordine dell’insurrezione generale, il Duce lasciò Milano e partì in direzione di Como, seguito da alcuni fedeli e dal tenente Birzer con i suoi uomini, incaricato da Hitler di scortare il Duce ovunque andasse. I fascisti in fuga si aggregarono ad un convoglio tedesco che batteva in ritirata ma vennero fermati a un posto di blocco delle Brigate Garibaldi; dopo una breve sparatoria e in seguito a lunghe trattative, i tedeschi ottennero il permesso di proseguire a condizione che si effettuasse un’ispezione, sospettando qualche gerarca (o lo stesso Mussolini) in fuga. Verso le ore 16 del 27 aprile, durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza nella città di Dongo, Mussolini, travestito da soldato tedesco fu riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri venendo così disarmato e arrestato, insieme all’amante Claretta Petacci. Il fermo della colonna tedesca e il successivo arresto di Mussolini e del suo seguito venne effettuato dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, nome di battaglia “Pedro“.
Già nella mattina del 25 aprile il CLN aveva approvato un Decreto per l’amministrazione della giustizia dove si prevedeva che i membri del governo fascista e i gerarchi dovevano essere puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo.
Con il diffondersi della notizia dell’arresto del Duce, giungevano al comando del CLN diversi telegrammi con la richiesta di affidamento al controllo delle forze delle Nazioni Unite di Mussolini, come prevedeva una clausola dell’armistizio firmato da Badoglio e da Eisenhower. Tuttavia, non appena vennero conoscenza dell’arresto dell’ex capo del governo, il Comitato insurrezionale di Milano formato da Sandro Pertini, Emilio Sereni e Luigi Longo, riunitosi alle ore 23:00 del giorno 27, decise di agire senza indugio e di inviare una missione per procedere all’esecuzione dell’ex capo del governo. Dopo alcuni cambi di luogo per evitare colpi di mano fascisti, intorno alle 3.00 del 28 aprile, Mussolini e la Petacci furono alloggiati Bonzanigo, sempre nel comasco.

28 aprile
I partigiani arrivati a Dongo per l’esecuzione trovano un ambiente difficile e ostile, con i partigiani lariani che temevano un colpo di mano dei fascisti per liberare i catturati. Il capo del gruppo, Walter Audisio (nome in codice “colonnello Valerio”), si incontra con il comandante Bellini delle Stelle comunicandogli di aver avuto l’ordine di fucilare Mussolini e gli altri prigionieri. Il comandante all’inizio è riluttante, ma alla fine desiste e consegna i prigionieri. Alle 15:15 Audisio parte da Dongo in direzione di Bonzanigo, dove l’ex dittatore è tenuto prigioniero con la Petacci, mentre altri partigiani fucilano il resto dei catturati . Le varie versioni dei fatti, fornite o riferite da Walter Audisio, pur differendo su particolari minori, descrivono la stessa meccanica dell’evento. Giunti alla casa dove erano custoditi, i partigiani sollecitano Mussolini, trovato stanco e dimesso, e la Petacci a lasciare rapidamente l’abitazione. In strada i prigionieri sono fatti sedere nei sedili posteriori della vettura, una Fiat nera, e vengono accompagnati nel luogo scelto per l’esecuzione: si tratta di un angusto vialetto davanti a ad una villa. “Colonnello Valerio” spinge Mussolini verso l’inferriata e pronuncia la sentenza: “Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano“. Tenta di procedere nell’esecuzione ma il suo mitra si inceppa; un altro si avvicina, estrae la sua pistola, ma anche da questa il colpo non parte; chiama allora un terzo che, di corsa, gli porta il suo mitra. Con questo Audisio spara una raffica di cinque colpi sull’ex Duce. La Petacci, avvinghiata all’amato e postasi sulla traiettoria del mitra, è ugualmente colpita e uccisa. Sono le ore 16:10 del giorno 28 aprile 1945.
L’edizione locale de l’Unità, il giorno seguente, riporta il fatto con questo titolo a tutta pagina: “Mussolini e i suoi accoliti giustiziati dai patrioti nel nome del popolo”.
29 aprile
A Dongo tutti i corpi dei fucilati vengono caricati su un camion. Il veicolo parte per Milano ma durante il viaggio di ritorno la colonna è costretta a fermarsi in diversi posti di blocco partigiani che creano diversi problemi: in particolare a Milano, durante un controllo, sorgono momenti di tensione quando gli uomini a bordo del camion si rifiutano di mostrare i corpi trasportati. Le due formazioni armate si fronteggiano sino all’intervento del comando generale che permette il proseguimento della colonna alla vicina destinazione finale. Alle 3:40 di domenica 29 aprile la colonna giunge in piazzale Loreto, meta scelta per il suo valore simbolico: qui infatti le vittime della strage del 10 agosto 1944 (15 partigiani fucilati dai nazisti) erano state abbandonate in custodia ai fascisti, che li avevano oltraggiati e lasciati esposti al sole per l’intera giornata, impedendo ai familiari di portarli via. In piazzale Loreto furono portati diciotto cadaveri: Benito Mussolini, Clara Petacci e i sedici giustiziati a Dongo. Verso le 7 del mattino, mentre i partigiani lasciati di guardia alle salme ancora dormivano, i primi passanti si accorsero dei cadaveri: con un rapido passaparola la piazza si riempì velocemente. Non era stata prevista alcuna misura di contenimento, così nella calca le prime file della folla vennero spinte verso i cadaveri, calpestandoli e sfigurandoli. Qualcuno orinò sul cadavere della Petacci e alle salme vennero tirati degli ortaggi. La situazione non era più governabile neanche con scariche di mitra e così una squadra di pompieri portò via dal centro della piazza i sette cadaveri più noti, issandoli per i piedi su un distributore di benzina, lasciandoli appesi a testa in giù. Si trattava dei corpi di Mussolini, della Petacci e di altri 5 gerarchi. Nel primo pomeriggio una squadra di partigiani della brigata “Crespi”, su ordine del comando, entrò in piazza e rimosse i cadaveri, portandoli all’obitorio.
In serata, il CLNAI (comitato di liberazione nazionale alta Italia) riunito emanò un comunicato con il quale si assumeva la responsabilità dell’esecuzione di Mussolini quale conclusione necessaria della lotta insurrezionale.