In Italia la surrogazione di maternità, anche riferita come alla pratica dell’utero in affitto, è illegale  sia a fini di lucro sia per scopi altruistici, ma in altre parti del mondo almeno quest’ultima forma è permissibile. Di fatti già nel 1994, data del rilascio della serie hit “Friends”, lo stato di New York permette a coppie che non possono concepire di ricorrere ad una surrogatrice di maternità purché ella non venga rimunerata. Questa tematica è affrontata all’interno della quarta stagione della sitcom, quando Phoebe acconsente a portare in grembo la progenie di suo fratello e sua moglie. All’interno dei circoli filosofici le domande che circondano quest’argomento sono ancora molte: l’utero in affitto è moralmente permissibile? E se non lo è perché?

Cosa c’entra l’utero in affitto con ‘Friends’?

Quando il fratello Frank Jr e la moglie Alice confidano di non poter concepire causa l’avanzata età di lei, Phoebe acconsente a diventare la loro gestante d’appoggio, ed all’inizio della quinta stagione dello show da alla luce tre gemelli. La motivazione della sua scelta è palesemente altruistica: la cantante si riferisce infatti al suo sacrificio come al “miglior regalo che uno possa fare” ad una coppia appena sposata. Ma una cosa simile in Italia ed in molti altri paesi è ancora impossibile grazie a leggi come la legge 40, che vieta per l’appunto queste pratiche altruistiche. In ambiti filosofici però il vero dibattito si svolge intorno alla gestazione retribuita e sui suoi risvolti etici e morali.

“Friends” via briff.me

Un’ulteriore frontiera dello sfruttamento femminile?

Il dibattito contro l’utero in affitto si incentra su due punti chiavi: primo l’inaccettabilità di concepire un bambino come un prodotto commerciale, e in secondo luogo la preoccupazione su un possibile sfruttamento della partoriente. Nel primo caso filosofe come Elizabeth Anderson sostengono un contratto che forzi la donna partoriente a cedere i suoi diritti di maternità equivale a paragonare un bambino a un bene commerciale. L’idea di un contratto di lavoro in questo frangente crea ulteriori dubbi: Carole Pateman asserisce che il lavoro gestazionale ha una natura ben distinta poiché è strettamente collegato all’identità della donna mentre un tale legame non si va formando tra un lavoratore tradizionale ed il suo impiego. Perciò un contratto di lavoro non potrà mai essere valido.

Via babyblog.nl

Debra Satz, filosofa e professoressa d’etica a Stanford, concorda con Anderson e Pateman a favore dell’illegalità dell’utero in affitto, ma ne disputa il perché. Per prima cosa sostiene che non sia vero che all’interno della transazione siano i bambini ad essere venduti. Infatti dopo il parto i genitori non possono rivendere il bimbo come puoi altre merci, ne hanno il diritto di distruggerli come cose di loro proprietà. Secondo Satz sono in vendita solamente le prestazioni riproduttive di una donna, e punta anche alla legalità dell’equivalente pratica maschile della vendita dello sperma. Per la filosofa Americana il vero pericolo di questa pratica è l’imparità di genere presente nella società, e la possibilità concreta che questa pratica possa rafforzare stereotipi dannosi per le donne. Specialmente quando si guarda anche all’intersezione di classe sociale ed etnia il rischio di sfruttamento sale vertiginosamente.

Il mio corpo mi appartiene e ci faccio ciò che voglio

Per chi invece supporta la libera commercializzazione della gestazione basa la propria argomentazione sul diritto al libero arbitrio delle donne sul loro corpo, un ragionamento dal forte potere intuitivo. Prima tra le difensori di questa pratica è Carmel Shalev, Professoressa di Legge in Israele dove l’utero in affitto è perfettamente legale. Nella sua pubblicazione “Birth Power” (in Italiano “il potere del parto”) spiega come la surrogazione della gravidanza sia un passo fondamentale per le donne verso la libertà assoluta dal patriarcato. Dunque negare la vendita della gestazione d’appoggio equivale a togliere alle donne una libertà che si basa su un diritto imprescindibile di proprietà del proprio corpo.

Via momjunction.com

Mentre la pratica dell’utero in affitto è un argomento polarizzante quanto delicato, sembra che l’etica sia d’accordo sulla moralità della gestazione d’appoggio a scopi altruistici, sia perché così facendo si ritiene la “santità” del parto sia perché si elimina almeno su carta il pericolo di sfruttamento. Dunque sembra che l’atto della nostra amata Phoebe Buffay sia dopo tutto moralmente lodabile, ma per noialtre in Italia il dibattito sull’etica della surrogazione di maternità in ogni sua declinazione è ancora in corso.

Valentina Calvi

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