“Perso e insicuro mi hai trovato”: “You Found Me” incontra l’amore platonico

Siamo noi a trovare l’amore o è lui a trovare noi?

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“Tu hai trovato me” recita You Found Me dei The Fray. Ma com’è che le persone cercano l’amore? O meglio, secondo Platone, com’è che lui trova loro?

Il nostro demone 

Platone, tramite la bocca del maestro Socrate, definisce l’amore come un demone: non perfetto, non sempre lineare e sereno. Amore cerca, nonostante le sue imperfezioni, ciò che lo renda vicino alla bellezza, vicino a essere un dio. Non è un caso che, nella tradizione cristiana, l’idea di Dio sia sempre stato associata proprio a quella dell’amore. “Ho trovato Dio all’angolo tra First e Amistad” cantano i The Fray, ma aveva una sigaretta in bocca, e somigliava molto di più al demone del filosofo. 

Perché Amore sembra essere così in bilico fra la luce e il buio? Fra la gioia e il dolore? Forse, è proprio perché va a toccare il nostro modo di essere umani, di vivere continuamente sull’orlo ora della tristezza, ora della felicità. Esiste un’intima connessione fra noi stessi e quel demone di cui ci parla Platone: perché, in fondo, cerchiamo le stesse cose. L’incontro, allora, non può che essere spontaneo. 

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“Mi hai trovato”

Se Amore fosse solamente solare e armonioso probabilmente non avrebbe effetto su di noi. E non perché abbiamo una naturale e istintiva attrazione verso l’oscurità o il rischio, ma perché se non si abbassasse alle nostre imperfezioni e ai nostri difetti non ci potrebbe mai trovare. Ma allo stesso tempo, se non fosse teso oltre noi stessi, diretto verso ciò che desideriamo o sogniamo, si spegnerebbe. É questo suo essere dinamico e sfuggevole che permette l’incontro fra gli amanti: 

“Perso e insicuro

Mi hai trovato, mi hai trovato

Sdraiato sul pavimento

Circondato, circondato

Perché hai dovuto aspettare?

Dov’eri? Dov’eri?

Solo un po’ in ritardo…

Mi hai trovato, mi hai trovato” (“You Found Me” The Fray).

L’incontro può nascere nel momento in cui ci si apre all’altro, in modo che le proprie insicurezze siano attraversate da questa piena di vita che è Eros. Il filosofo Galimberti, parlando dell’amore platonico, afferma che quest’ultimo non sia qualcosa di cui l’Io può disporre o può possedere: semmai, è Amore che incrina i confini dell’Io, che attraversa i suoi limiti e lo rapisce riconnettendolo alla vita. 

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Come la prima volta 

Questa capacità di uscire da se stessi per immergersi, almeno per un attimo, nel mondo, nella vita, viene espressa dal teologo Yannaras in questo passo:

“Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. […] Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Tale piena della vita è l’Eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose”. 

Come dice Yannaras, non si tratta di sentimentalismi o di parole sdolcinate: qui è in gioco la capacità che l’amore ha di rompere lo sguardo piatto con il quale osserviamo spesso la realtà, percependo le cose, le situazioni, i momenti come se si presentassero per la prima volta. 

Così, anche nella canzone, il protagonista viene trovato nel momento in cui si sente “perso e insicuro”, ma allo stesso tempo è alla ricerca di quell’oltre che possa farlo risentire vivo. E quel demone al quale Platone dà il nome di Amore è proprio questo: apertura alla vita tramite l’incontro con l’altro, che non deve portare a una dissoluzione di sé, ma essere una “porta” a un’esistenza vissuta più pienamente. Tramite un sorriso, un gesto e, soprattutto, uno sguardo, significa lasciare che la vita scorra dentro di sé come se fosse la prima volta. 

 

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