Il Superuovo

Persio, Giovenale e De André hanno fatto della poesia uno strumento di critica sociale

Persio, Giovenale e De André hanno fatto della poesia uno strumento di critica sociale

All’interno della vastissima produzione di Fabrizio De André molti brani possono essere considerati vere e proprie invettive. Il concetto di opera intesa come strumento di “aggressione” verbale è presente anche in vari esponenti della satira latina, come Persio e Giovenale.

Il cantautore genovese annovera tra i suoi più grandi successi brani come La canzone del Maggio, oppure Il Gorilla, i quali possono tranquillamente ascriversi al genere dell’invettiva. In letteratura latina tale concetto venne introdotto con le satire di Lucilio, ma culminò in età imperiale con Persio e Giovenale.

De André: la canzone del Maggio e il Gorilla

Tra i numerosi successi di De André due brani, a mio avviso, incarnano al meglio le caratteristiche del genere dell’invettiva. Mi riferisco alla Canzone del Maggio e a Il Gorilla. La prima è un canto ripreso dal canto del Maggio francese del 1968. Di questo brano esistono due versioni, che differiscono per il testo ma che hanno la stessa base strumentale. De André in questa canzone mette in luce l’immobilismo e la paura del gregge, che non vuole opporsi alle ingiustizie della casta. Secondo il cantautore chi non ha agito ha più responsabilità di chiunque altro. Chi non era lì e non ha voluto il cambiamento ha più colpa di tutti. Il Gorilla invece fa parte dell’album Volume 3 ed è una meravigliosa invettiva contro il sistema giuridico intero. Il brano traduce quasi alla lettera il maestro Brassens e racconta di un gorilla che rinchiuso in una gabbia e posto alla gogna pubblica, diventa una sorta di giustiziere in grado di ridefinire gli equilibri, rivelando in questo modo le ipocrisie del sistema.

Persio: vita e opere

Lo spirito polemico e l’entusiastica aspirazione di Persio trovarono nella satira lo strumento più idoneo a esprimere il sarcasmo, l’invettiva e l’esortazione morale. L’autore non pubblicò nulla in vita, ma l’amico Cesio Basso pubblicò un libro di satire dopo la sua morte, che riscosse immediato successo. Persio sostiene che la sua poesia sia ispirata da un’esigenza etica, dalla possibilità di combattere e smascherare la corruzione e il vizio. Il grande cambiamento introdotto dall’autore riguarda l‘intento della satira. Infatti se in Orazio essa era un modo di insegnare, in Persio avviene l’esatto contrario. L’insegnante infatti nelle satire persiane è un maestro arrabbiato e volgare, destinato a non essere ascoltato dai propri alunni. Proprio in questa situazione però la satira si ripiega su se stessa e diventa una sorta di monologo confessionale o di esame di coscienza. Nell’insegnamento “inutile” svolto dalle satire si intravede lo schema di un itinerario personale verso la filosofia.

Giovenale: vita e opere

Giovenale è l’ultimo grande rappresentante della tradizione satirica. Pur richiamandosi alla tradizione di Lucilio ed essendo influenzato da Persio, egli riuscì ad infondere alla satira una vitalità nuova. I violenti attacchi alla società degradata si realizzano attraverso particolari tratti stilistici, che avvicinano la satira alla tragedia. La sua impietosa denuncia del vizio e della corruzione morale hanno segnato la fortuna duratura della satira giovenaliana. La produzione poetica di Giovenale è costituita da sedici satire suddivise in cinque libri, pubblicate tra il 100 e il 127. Giovenale sceglie la satira poiché la considera l’unico genere letterario in grado di denunciare la corruzione morale che infesta la società del suo tempo. Il poeta colpisce con astiosa indignazione le donne (soprattutto le matronae) ed i ceti sociali emergenti, che con la loro ricchezza hanno inquinato gli assetti secolari della società romana. Negli ultimi due libri di satire l’autore sembra assumere un atteggiamento più distaccato, mirante all’apàtheia degli stoici. La parvenza di un tono più pacato però lascia qua e là riaffiorare la rabbia di sempre ed il consueto pessimismo giovenaliano.

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