Il tema del rispetto della natura è argomento, ormai, di tutti i giorni. Soprattutto in questi giorni che hanno visto marce, cartelloni e discorsi su tutti i media. Con le manifestazioni di venerdì 15 marzo, il primo #fridayforfuture che si è diffuso in tutto il mondo, chiunque è stato investito dalle voci dei giovani che urlavano per un futuro migliore. O meglio, un futuro esistente.

Inoltre ultimamente, vista la gravità della situazione climatica, si sono intensificate anche le campagne di sensibilizzazione. Seguendo quest’onda, anche Milano si è adattata, ospitando nel museo di Storia Naturale la mostra ‘Capire il cambiamento climatico‘ in collaborazione con National Geographic.

 

Capire il cambiamento climatico – Experience Exhibition

La mostra si compone di tre grandi sale interattive create appositamente per far immergere lo spettatore in quella che più che una visita è una vera e propria esperienza. Proiezioni animate sui muri mostrano una galleria di immagini fatte da fotografi del National Geographic. Oltre 290 scatti che rappresentano le drammatiche condizioni in cui versano la flora e la fauna del pianeta.

Il visitatore si vede circondato da queste fotografie, che lo fanno sentire quasi presente nell’habitat raffigurato. Prima sulle calotte del polo nord con un orso polare; poi negli abissi del mare in compagnia di pesci tropicali; ancora, nelle foreste del Sud America o nelle sconfinate terre africane. Improvvisamente, del nero che sommerge la natura. Della plastica che ricopre il terreno e lentamente le immagini cambiano, rendendo cosciente lo spettatore del reale stato in cui vivono (e sono) gli abitanti di quelle zone.

Oltre ad essere circondati da questo continuo rullino di immagini, ci si trova davanti a dei pannelli che riportano le specie in estinzione o in pericolo. Sopra, delle micro storie raccontate da un microfono che vedono gli animali in questione come protagonisti. L’orso polare che vede i suoi cuccioli affondare nel mare a causa dello scioglimento dei ghiacciai, o la tartaruga marina imprigionata nella plastica.

L’orso polare è una specie in pericolo di estinzione

Successivamente, lo spettatore è portato verso una sala diversa, meno emotiva ma ugualmente pungente. Se le prime due erano più incentrate sulla esperienza e sulla consapevolezza (come recita la brochure della mostra), l’ultimo spazio è dedicato all’azione. I visitatori hanno la possibilità di fare dei test per rendersi conto del loro impatto ambientale. I muri hanno poi riportati i dati dell’inquinamento in tutte le sue forme e le previsioni per il futuro. Inoltre, un muro interattivo è ricco di consigli su come limitare il proprio impatto ambientale con semplici azioni quotidiane.

 

Quando Coleridge aveva già predetto i rischi della ‘lotta’ alla natura

‘La Terra non morirà. Soffrirà, cambierà, muterà ma non scomparirà. A scomparire potrebbero essere le condizioni per la vita‘. Questo riporta il volantino illustrativo. Insomma, un’esposizione inusuale che sa più di lezione fuori aula, anche se tutt’altro che noiosa. National Geographic ha studiato non solo come far comprendere l’enorme pericolo che ci minaccia, ma anche un modo per suggerire a tutti noi dei mezzi per evitarlo.

Particolarmente toccanti sono le ‘testimonianze‘ degli animali accanto alle loro schede. Semplici parole studiate per emozionare l’ascoltatore, per fargli arrivare al cuore in maniera alternativa le difficoltà che ogni specie deve affrontare per colpa dell’uomo. Quella dell’elefante asiatico è significativa. ‘Un tempo, mi idolatravano per la mia grandezza. Rimanevano impietriti di fronte alla mia magnificenza. Ora, quando affamati andiamo sulle terre degli uomini, ci cacciano per un po’ di ricchezza’.

L’identikit dell’elefante asiatico, una specie in via di estinzione

Queste frasi riportano alla mente ‘The Rime of the Ancient Mariner‘ di Samuel Taylor Coleridge. Questo poema ben si sposa con il messaggio che la mostra milanese vuole andare a trasmettere. Le rime del vecchio marinaio, infatti, vogliono portare a far riflettere i lettori sull’importanza del rispetto della natura.

 

Coleridge e l’albatros del Vecchio Marinaio

Secondo Coleridge, romantico inglese, essa era infatti la rappresentazione di Dio sulla terra. La natura era un essere sublime, da rispettare ed ammirare, ma allo stesso tempo da temere. La sua magnificenza sovrastava sulla piccolezza dell’uomo, che nulla poteva contro di lei. Solo il rispetto per essa e per ogni essere vivente che ne facesse parte poteva portare a buone conseguenze. La mancanza di quello, non avrebbe mai portato a nulla di buono.

Una delle immagini che rappresentano una scena della ballata di Coleridge

Su questo gioca Coleridge: un marinaio uccide un albatros, che è elevato a simbolo divino, e scatena su di sé l’ira della natura. L’intero equipaggio perisce a causa di questo gesto, il mare si fa un nemico brutale. Solo l’assassino dell’animale rimane in vita, nella disperazione, costretto a pagare eternamente la sua crudeltà gratuita. L’uccisione dell’albatros, l’affronto alle creature di Dio, quindi, non ha portato che morte e distruzione.

Se ci si pensa, è proprio quello che sta accadendo alla società odierna. Per secoli l’uomo ha sfruttato il pianeta che lo ha ospitato, agendo nella totale mancanza di rispetto per i suoi limiti. Questo ha portato alla situazione di crisi in cui versa ora: animale estinti o in via di estinzione; siccità o inondazioni violente; innalzamento del livello del mare con conseguente minaccia alle città costiere…

Morte e distruzione. Esattamente come duecento anni fa sosteneva Coleridge. Forse ‘La Ballata del Vecchio Marinaio’ era una premonizione. O forse, è un’avvisaglia di quello che potrebbe accadere fra pochi anni. Proprio per combattere questi forse è stata concepita la mostra in collaborazione con National Geographic. Per sviluppare esperienza, far crescere consapevolezza e spingere all’azione, così da non dovere mai correre il rischio di scoprire cosa potrebbe accadere se si continua ad infierire su quell’albatros dei nostri giorni: il pianeta Terra.

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