(Libriantichionline)
Il più che famoso sonetto di Angiolieri viene riproposto in musica ad un pubblico molto distante da quello originario: perché?


Nel 1968 Fabrizio de André mette in musica ”S’ì fosse foco”, rendendo suo un sonetto di quasi sette secoli prima, ma senza alterarlo. Nel 1981 anche Leo Ferrè propone la sua versione, poi inserita in ”Cecco/Allende”.

Una certa idea di sonetto: rompe le aspettative?

”S’ì fosse foco” è sicuramente il lavoro più conosciuto di Cecco Angiolieri, o, nella maggior parte dei casi, l’unico che ne si conosce. Tuttavia è certo che ognuno di noi lo ha studiato almeno una volta alle scuole medie o alle superiori, o comunque ne conosce la prima frase, e in effetti succede spesso di ricordarlo, a differenza di altre cose che a uno sguardo superficiale possono sembrare più noiose.
Pensando proprio al contesto scolastico, si può porre l’attenzione su un aspetto in particolare: molto spesso si ha la sensazione che si tratti di un componimento isolato, e senza approfondire è davvero difficile associarlo a un genere, un gruppo, un movimento, una scuola. Ciò avviene per due motivi: il primo è che quando pensiamo alla parola “sonetto” abbiamo in mente un concetto più sentimentale, e difficilmente penseremmo a un sonetto in cui si manifesta chiaramente la propria intenzione di dare fuoco al mondo, e il secondo è che, specialmente nel programma scolastico, Cecco Angiolieri sembra piombare improvvisamente in un momento in cui si ha la sensazione che si scriva soltanto per scrivere d’amore o per lodare una donna.
Ovviamente non è così, ma c’è bisogno di capire perché.

Cecco Angiolieri (ultimavoce.it)

Capovolgere i valori comuni per lanciare provocazioni alla società

Se ci si sofferma un attimo in più sul componimento più famoso di Angiolieri, ci si può rendere conto che innanzitutto un sonetto non è per forza un componimento in cui si loda una donna, si parla d’amore o si soffre per questo.
È ovvio che in un periodo come il Medioevo dove la Chiesa aveva in mano l’istruzione, la cultura, il potere, il giudizio, non ci si aspetterebbe di trovare qualcuno che metta per iscritto il suo beffarsi del papa, dell’imperatore e dell’umanità intera. Probabilmente è proprio per questo che il suo sonetto non passa inosservato, tuttavia non è un caso isolato.
Cecco Angiolieri infatti, si colloca in una vera e propria tendenza scrittoria del suo periodo storico, cioè quella comica. Egli infatti, così come altri autori suoi contemporanei, si prende gioco dei valori familiari, dell’onestà e dell’amore: con quest’ultimo in particolare egli rovescia il dolce stilnovo, creandone una vera e propria parodia.
L’Angiolieri attacca senza scrupoli qualsiasi ideale che trova insensato, lo mette in ridicolo, lo mortifica, inneggiando al godimento e a quelli che descrive come i piaceri massimi dell’esistenza: il gioco, le donne (che sembrano esistere quasi solamente nella loro carnalità), e i soldi, che, inutile dirlo, fanno la felicità.
In ”S’ì fosse foco”, Angiolieri esprime senza peli sulla lingua che, se potesse, si disferebbe di tutta l’umanità, in particolare dei suoi genitori, e lo comunica con un sarcastico sdegno rivolto a tutto il pianeta, senza eccezioni.
È bene precisare un aspetto molto importante: nonostante i modi beffardi e le espressioni popolaresche egli non si allontana mai dalla sua dimensione municipale, e quindi la sua non può essere definita una vera carica d’odio.

Un ribelle o un malinconico osservatore? A cosa serve contestare

Nel 1968 Fabrizio De André mette in musica il sonetto, e, ad ascoltarlo senza conoscerlo, non si direbbe che sia stato scritto quasi sette secoli prima: si tratta allora di un testo da definire attuale? O semplicemente le parole d’odio non sono mai troppo antiche? Nessuna delle due.
Cecco Angiolieri non è un ribelle, non protesta, non contesta realmente tutto ciò di cui si prende gioco, bensì costruisce un personaggio di sé che si beffa di tutto ciò, senza però cercare di rivoluzionarlo, cadendo quindi in un’ostinazione fine a sé stessa, che finisce con l’essere malinconica, quasi nostalgica. Sono proprio questi aspetti che ci fanno accostare la sua figura a quella di De André, ed il testo calza perfettamente nella sua musica al punto da sembrare suo.
Tredici anni dopo, nel 1981, anche Leo Ferrè si esibisce presentando la sua interpretazione del sonetto, che sembra quasi un inno alla vita spensierata, un distacco dalla normalità, nel ventesimo secolo come nel quattordicesimo.
Perché, quindi, continuare a ripresentarlo? Perché senza avere nulla di rivoluzionario “S’ì fosse foco” è un testo che ha dimostrato e dimostra un’energia eterna, seppur si limita a sputare sulla morale comune, ma senza aspirare a nulla di meglio: proprio in questo modo continua a beffarsi, nella storia, dell’umanità intera.

 

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