Perché Dio non ci salva dalle sofferenze? Heidegger ed Agostino a confronto

Se la vita è un dono perché Dio ci schiaccia per terra? La prima persona morta è quella che amiamo. Demetrio Paolin ,nel suo libro Anatomia di un profeta ci parla della morte del picccolo Patrick

Patrick, undici anni, origini polacche, che l’autore ha conosciuto quando era adolescente, ed è lo spunto per una potente riflessione sul senso dell’esistenza, sul male, su Dio. Tanto più che Patrick si è suicidato ingerendo del veleno per topi. Il bambino non è morto subito. Ha agonizzato per giorni all’ospedale. Un’esperienza di quelle che segnano chiunque ne venga a conoscienza

 Ma che cos’è la morte? Se Dio esiste, perché si muore?

Perché ci ha fatto mortali? Che relazione c’è tra Dio e la morte di un bambino di undici anni che ha bevuto veleno per topi? Paolin va in cerca di risposte, mettendo insieme i pezzi, come se tutto fosse collegato. E forse lo è. Perché, se si è credenti e si ha fede nella resurrezione finale, la morte è qualcosa non solo di atteso ma addirittura di desiderabile. «All’inizio io attendevo questa risurrezione con la frenesia immatura degli anni della giovinezza, come se dovesse avvenire da un momento all’altro, come se il morto dovesse uscire nuovo e bellissimo dal sepolcro. Poi la gente che amavo ha continuato a morire, il sangue si è placato e l’infanzia è diventata come la nebbia che a novembre mi accoglie mentre cammino per andare al camposanto»

Per Paolin è proprio bevendo il veleno che Patrick ha affermato la sua esistenza, perché «la morte è il senso, la direzione, lo sguardo ultimo del nostro camminare». Siamo fatti per la morte, osservava Heidegger. «Io invidio Patrick  perché per un attimo ha visto e ha saputo, mentre noi qui non sappiamo e non vediamo» conclude, quasi a volerci scandalizzare fino in fondo. Quasi come a dire che egli sia venuto a conoscienza, nonostante la tenera età, di qualcosa di più grande, il mistero della vita.

Prospettiva atea e cristiana a confronto

Il Nuovo Testamento parla in mille modi diversi di un nuovo inizio per l’umanità. Perfino la parola “vangelo” indica novità: la “buona novella”. Fin dall’inizio del suo ministero pubblico, Cristo annuncia apertamente la pienezza dei tempi e la venuta del regno di Dio: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credere al vangelo (Mc 1, 15). Ma ciò non significa che il Signore voglia cambiare tutto, come dimostra il fatto che, per parlare dell’indissolubilità del matrimonio, prende come punto di partenza ciò che Dio stabilì nel creare la donna e l’uomo. Peraltro, Gesù ha dichiarato: Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento.

Nel mondo pagano era normale considerare il futuro come una semplice ripetizione del passato. Il cosmo esisteva da sempre e, pur con grandi mutazioni cicliche, sarebbe durato per sempre. Secondo il mito dell’eterno ritorno, tutto ciò che ha avuto luogo prima, sarebbe riapparso nel futuro. In questo contesto antropologico-religioso, l’uomo poteva salvarsi solo sfuggendo alla materia, in una specie di estasi spirituale separato dalla carne; o vivendo in questo mondo, come diceva S. Paolo, senza meta né speranza . Nei primi secoli del Cristianesimo i pagani seguono un’etica più o meno retta; credono in Dio o negli dei e rendono loro un culto frequente, in cerca di protezione o consolazione;. La morte era soltanto un baratro, qualcosa senza senso.

D’altra parte la volontà di vivere per sempre è profonda nell’uomo, come mostravano già allora i filosofi, i letterati, gli artisti, i poeti e, in modo particolare, gli innamorati. L’uomo ha brama di infinito e tale desiderio si manifesta in diversi modi: nei progetti, nel desiderio di avere figli, nell’aspirazione di influire sulla vita delle altre persone, di essere riconosciuto e ricordato; in tutto questo si può indovinare il desiderio umano di eternità. C’è chi pensa all’immortalità dell’anima; ma c’è chi intende l’immortalità come reincarnazione; c’è, infine, chi di fronte al fatto certo della morte decide di impegnarsi al massimo per ottenere il benessere materiale o il riconoscimento sociale: beni che non saranno mai sufficienti, perché non saziano e non dipendono solo dalla propria volontà. In questo il cristiano è realista, perché sa che la morte è la fine di tutti i sogni vani dell’uomo.

Dio ci lascia liberi? Agostino ed Heidegger a confronto

Come può un Dio che  ama tutti e ha potere totale permettere che ci sia sofferenza in terra? Non può Dio intervenire e creare un mondo dove non esista la sofferenza? Non può eliminare il dolore?

Questa è una domanda difficile e anche una domanda molto comune. Per poter capire un po’ delle grandi domande che circondano quest’argomento, dobbiamo guardare al piano di Dio nel suo complesso.

Agostino di Ippona è giustamente passato alla storia come il “dottore della Grazia” ma il suo pensiero è stato spesso frainteso nel corso della storia. Il caso più eclatante è quello di Lutero e Calvino, i padri dello scisma protestante, che pretendevano di poggiare proprio su Agostino la loro negazione del libero arbitrio. Il grande vescovo aveva, infatti, insistito molto sulla predestinazione e da qui l’equivoco più o meno voluto.

Agostino infatti sostenne molte dispute e con avversari del tutto diversi, è ovvio che con chi – come i pelagiani – negava il valore della Grazia puntando tutto sul libero arbitrio lui insistesse invece sulla gratuità della salvezza. Così che, oggi come allora, chi isola quelle pagine dal resto del suo pensiero finisce per fraintenderlo. Perché se quelle affermazioni possono piacere ad un predestinazionista, resta il fatto che Agostino non le intendesse affatto in contraddizione col libero arbitrio.

Per la teologia cristiana, infatti, il concetto della morte di Dio (sulla croce) si lega inseparabilmente al concetto della resurrezione di Dio (dal sepolcro); pertanto, tutta la sua interpretazione dell’essere-per-la-Croce giuoca un po’ sul senso delle parole, forzandole e piegandole ai fini delle sue esigenze speculative.In ogni caso, il senso dell’annuncio di Zarathustra: «Dio è morto», non significa, per Heidegger, se non che il mondo sovrasensibile non possiede più forza efficiente e che, pertanto, la metafisica è giunta inevitabilmente alla fine. Ecco perché la frase: «Dio è morto» svela, s, l’essenza dell’Occidente e il vero senso della nostra storia.

Ma, giustamente, Heidegger osserva che, per una umanità senza Dio, il concetto della morte di Dio è semplicemente privo di senso; per una umanità atea, infatti, non si può parlare, nel senso più autentico, di nichilismo. Il nichilismo è l’essenza dell’Occidente perché l’umanità occidentale, dopo aver creduto in Dio, è giunta all’annunzio della sua morte. Dunque, per essa, tutto ciò che poteva avere un senso nella vita, beninteso un senso che venisse dall’altro, trascendente, ora è scomparso; la luce si è spenta  e la morte di Dio è la fine.

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