Perbacco! Nell’antica città di Pompei la quantità delle testimonianze del culto di Dioniso è immensa

Proviamo a cogliere il senso della presenza del culto di Dioniso Bacco a Pompei come momento della storia religiosa del dionisismo.

Il culto di Dioniso Bacco ha una chiara origine greca pur suggerendo possibili ibridazioni con le figure dell’etrusco Funflus e del romano Liber Pater. Il continuo succedersi di etnie e di lingue a Pompei ha avuto un indubbio influsso sul carattere del culto.

Dioniso, un dio vulcanico

La quantità delle testimonianze che fanno riferimento a Dioniso a Pompei è immensa. Per quanto riguarda lo spazio propriamente religioso, riservato cioè a qualche forma di culto, si possono menzionare due monumenti: la megalografia della celeberrima Villa dei Misteri (databile al 30-144 d.C.) e il tempio suburbano in contrada Sant’Abbondio. La scena della megalografia è legata a Dioniso che appare sulla parete centrale insieme alla sua sposa Arianna. Sulle pareti laterali figure femminili nonché fauni, menadi e figure alate sono impegnate in diverse attività rituali. Oltre la danza e il consumo del vino, espressioni dell’estasi dionisiaca, si vede la flagellazione rituale di una fanciulla appoggiata sulle ginocchia di una donna seduta. Testimonianze apparentemente meno eclatanti e sicuramente meno studiate sono preservate nel  tempio di Dioniso, chiamato anche Santuario C. Il tempio di epoca romana dell’antica Pompei è a tre chilometri dal centro della moderna Pompei; sepolto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 fu ritrovato a seguito degli scavi archeologici. Si tratta di un rarissimo e importantissimo esempio di architettura ellenistica. Nonostante il divieto romano di praticare il culto dionisiaco, a Pompei non si cessò mai di venerare Dioniso e di restaurare il tempio, anche dopo il terremoto del 62 d. C., anzi si aggiunsero due triclini per libagioni rituali.

“Bacco Perbacco” di Zucchero Fornaciari

Come non richiamare alla mente, trattando di questo tema, il celeberrimo singolo del cantautore Zucchero Fornaciari “Bacco Perbacco”, pubblicato nel luglio del 2006. In questo brano il cantautore invoca il dio del vino e della vendemmia, nonché del piacere dei sensi e del divertimento. E fa divertire tanto noi ascoltatori. Il vino veniva donato agli uomini dal dio Bacco e rappresentava per i Greci la bevanda che faceva dimenticare gli affanni, che creava gioia nei banchetti, che induceva al canto, all’amore ma anche alla follia e ad atti di violenza che, nel sacrificio, erano strumento di mediazione tra uomini e dei. Il videoclip vede Zucchero Fornaciari e la sua band suonare il brano in un locale, accompagnati da alcuni ballerini. Il talento e la grinta vulcanica del gruppo ci fa sentire orgogliosi del grande artista italiano che alla musica continua a dedicare anima e passione.

I Baccanali: le più importanti feste in onore del dio Bacco

Il Baccanale (lat. Bacchanale) era un rito orgiastico del culto orfico-dionisiaco, diffusosi in Italia nei primi anni del 2° sec. a.C. Il nome deriva da rituali dedicati a Bacco, ma la sua origine è più antica; probabilmente risale alla Magna Grecia, dove era fortemente radicata nei territori campani e lucani come culto di Dioniso, identificato con Bacco e Liber. Ciò che conosciamo dei Baccanali romani e dei fatti, molto gravi, cui diedero luogo, lo dobbiamo principalmente al racconto dello storico Tito Livio, fonte principale per la ricostruzione degli eventi (Ab urbe condita XXXIX, 8 –18). Lo storico narra che un Greco dell’Italia meridionale, sacerdote e indovino venuto in Etruria, vi fece conoscere i riti dionisiaci, che degenerarono ben presto nelle orgie più immorali e talvolta rappresentarono un pretesto per compiere azioni delittuose. Pare che a Roma già si praticassero i riti dionisiaci, importati direttamente dalla Magna Grecia. Essi consistevano in feste notturne che si tenevano tre volte all’anno nel bosco di Semele, presso l’Aventino e alle quali partecipavano soltanto onorate matrone romane. In seguito però una donna campana, sacerdotessa di questo culto, Annia Paculla, ne trasformò del tutto il rituale, conformandolo sul modello di quello etrusco: vi furono così ammessi gli uomini e le adunanze furono aumentate a cinque ogni mese. Da allora cominciò a diffondersi la voce che durante le riunioni si commettessero ogni sorta di nefandezze. Il racconto liviano non va preso alla lettera. Bisogna tener conto del fatto che il diffondersi di culti nuovi e segreti fu spesso causa di eccessiva partecipazione emotiva da parte dell’opinione pubblica. I riti di tipo orgiastico venivano strenuamente disprezzati e contrastati da parte dei conservatori romani, legati alla severa morale del Mos maiorum. Erano considerati pericolosi per l’ordine pubblico anche a causa delle dicerie che attorno ad esso veicolavano. Il senato non tardò a reagire a questa minaccia. Tentò di romanizzare le cerimonie, ossia di vietarne gli aspetti orgiastici; ma questa soluzione non ottenne il successo sperato. Le pratiche di un movimento religioso, tanto virulento, quanto acclamato, indussero lo Stato a sciogliere le associazioni bacchiche nel 186 a.C., per mezzo del Senatus consultum de Bacchanalibus.

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