Il Superuovo

Per ogni zona colorata abbiamo vissuto una storia: ecco le 4 vite alternative dell’Italia

Per ogni zona colorata abbiamo vissuto una storia: ecco le 4 vite alternative dell’Italia

Dimmi in quale colore d’Italia sei (o sei stato, finalmente) e io ti dirò che storia hai vissuto senza neanche saperlo.

 

Siamo quasi giunti alla fine del tunnel, il tunnel più colorato che si possa mai immaginare, quello che ha risucchiato per mesi e mesi l’Italia, trasformandola in quello stivale color arcobaleno che nessuno di noi sapeva di volere nel proprio armadio come must di tutte e 4 le stagioni. Siamo quasi giunti alla fine e, dopo aver giocato una partita senza sosta a “strega comanda color”, sembra proprio che, anche in questo caso, un po’ di nostalgia canaglia si stia riproponendo, proprio come il sugo dell’amatriciana alla sera. D’altronde, quando c’era lui (il colore, s’intende), i ragazzi arrivavano in orario a casa. Per questo, ecco le 4 storie più disparate in cui ognuno di noi, a seconda del colore della propria regione, ha vissuto almeno una volta nell’anno.

1. West Egg, la zona bianca residenziale di Gatsby

Si scrive “zona bianca”, ma in scottfitzgeraldiano si legge “organizzazione a cura del Grande Gatsby”. Fortunatamente, alle feste in zona bianca, dove non c’è coprifuoco e dove si può stare dentro qualunque locale, non sono ammesse “Cenerentola” di turno che vivono col terrore dello scoccare delle 22 (anzi, ormai delle 23 e quasi delle 24, tombola) negli occhi e sulle spalle. No, perché è il via libera ai party, è il via libera al dare inizio ai preparativi almeno 3 ore prima di andare lì, è il via libera all’arrivare rigorosamente in ritardo. È il via libera alla mondanità, all’intimità tra amici, ai fiumi di vino bianco e cocktails con più soda al limone che vodka, è il via libera alle uscite solo per rivedere quella persona per cui hai una cotta da mesi, cristallizzata e, quasi appassita ormai, negli sporadici aperitivi tra i tavoli allestiti per sole 4 persone. E tu sei sempre il quinto che rimane in piedi. Jay Gatsby, praticamente il Mogol del party hard durante il proibizionismo, ci ha regalato una vera e propria Bibbia dei festini. Ammessi: bollicine di champagne, musica EDM e glitter looks in stile Euphoria (possibilmente, con meno pasticche di molly e più ombretti rosa). Esclusi: discussioni sullo sviluppo dialettico di Hegel, amici che non fanno a gara a chi finisce prima il bicchiere e invitati che si scordano che non devono più tornare a casa. In fondo, forse il proibizionismo è proprio quello di oggi, no?

2. “Ahi serva Italia, di dolore (o colore?) ostello”

La zona gialla è come il Purgatorio: meglio del colore rosso dell’Inferno, ma peggio del colore bianco del Paradiso. E se la classificazione tomistica della sua struttura non ci inganna, allora, anche la zona gialla presenta sette cornici nelle quali si espiano i sette peccati capitali. Superbia nei confronti degli sfortunati in zona arancione o rossa (ma, attenzione!, altrimenti si fa la fine della Sardegna), invidia per i paesi covid-free che, dalle stalle del 2020, si sono ritrovati a cavalcare le stelle (e le strisce) dei vaccini statunitensi del 2021, ira al solo ricordo di come si stava meglio quando si pensava di stare peggio, la fase REM dell’accidia che ci ha colpiti, dopo più di un anno di troppo Netflix and chill, avarizia perché piuttosto che perdere i caffè da bere con le gambe sotto al tavolo sarebbe meglio dare alla Francia la vittoria dell’Eurovision di quest’anno, poi gola, tantissima gola per quel dolore muscolare al braccio, sintomo che la missione “prima dose di qualunque vaccino purché me lo facciano” è stata compiuta e, infine, lussuria, la lussuria dell’abbandonarsi completamente a sé stessi, perché un po’ di vizi e di passioni smodate in stile barocco e rococò ce li meritiamo. Eppure, c’è un motivo se non siamo all’Inferno, ma al Purgatorio. Magari, è la possibilità che, attraverso un cammino di riflessione e pentimento per aver dato per scontato il 2019, il pellegrinaggio si possa concludere proprio di fronte alle porte del nostro bar preferito, il Paradiso. E così, un giorno, racconteremo di come e, soprattutto, a che ora uscimmo a riveder le stelle.

3. Zona arancione is the new travestitismo shakespeariano

Per molto tempo, ho immaginato i titoli del tg magicamente modificarsi da soli e riportare: “Ultim’ora: smascherata la zona arancione. La rivelazione choc degli inquirenti: «era solo una zona rossa colorata con meno intensit໓. Un fatto degno solo di una tragicommedia, ma stavolta il drammaturgo è Giuseppe Conte, probabilmente esponente della New Age del teatro dell’assurdo beckettiano. Ad ogni modo, per i più scettici che hanno creduto realmente nell’efficacia della formula di questo colore (o dell’altro, l’arancione scuro su cui tutti vogliamo stendere assolutamente un bianco, bianchissimo velo pietoso), che difficilmente trova posto in un guardaroba bene curato, ma che si abbina alla perfezione con il nero dell’umore dei malcapitati di quella regione, basterà riflettere sull’inventore della categoria roleplay, il padre delle prime drag queens, William Shakespeare in persona (o in maschera). Infatti, la maggior parte delle trame delle opere shakespeariane si sviluppano dal nodo centrale di una finzione: per Amleto fu fingere di essere pazzo, per Romeo fu fingere di essere morto, per Viola fu fingere di essere un uomo. In fondo, l’illusoria realtà inscenata da questi personaggi non è la stessa in cui abbiamo vissuto anche noi? Con il divieto delle uscite fuori dal proprio comune, una sola visita al giorno a parenti e amici per 2 persone e le consumazioni al tavolo bannate del tutto? Più falso di così poteva solo essere Iago in Otello.

 

4. Siamo tutti un po’ Ottessa Moshfegh

Il titolo la dice già lunga su tutto: Il mio anno di riposo e di oblio. Uscito nel 2018, ma impersonato da mezzo mondo solo in questo ultimo anno e mezzo, la storia non è diversa dalla realtà: una persona sola, tremendamente sola, che dondola le gambe, mentre è seduta sul bordo del mondo che la osserva da fuori, fino al suo interno. Un libro colmo di esistenzialismi emo e nichilismi super glossy, quelli kierkegaardiani e nietzschiani che piacciono proprio a tutti, un libro che penetra nell’emotività come solo gli album di Lana del Rey sanno fare, un pezzo di carta che non riusciamo ad accettare come più reale di quanto sia stata tutta la nostra vita prima di allora, prima di essere chiusi, prima di chiuderci. Che poi, probabilmente è proprio l‘ibernazione dei sentimenti che fa capire, tipo moment of being woolfiano, quanto tutto ciò che è venuto prima è stato, sì vero, ma non profondo, non così reale quanto pensavamo. Così, capisci e aspetti. Capisci che devi cominciare a vivere il prima possibile perché non puoi lasciare che la protagonista di un libro tanto angosciante, come un film di David Lynch, abbia un finale migliore del tuo. E aspetti il momento in cui potrai farlo, in cui potrai fermarti in mezzo a tutto, tra la calca, mentre indossi un bellissimo vestito in satin nero, per realizzare che le vertigini che senti non sono per gli shot di tequila o per i tacchi che non metti da troppo tempo. Hai le vertigini perché stai respirando vita, la vita che tu ti sei negato da solo, prima che lo potesse fare un genitore apprensivo, prima che lo potesse fare chiunque, soprattutto prima che lo potesse fare una maledetta zona di colore rosso.

 

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