“Pàthei màtos” e covid-19. Cosa possiamo imparare da Eschilo e Omero?

Stiamo vivendo una condizione straordinaria, a tu per tu con noi stessi, con i nostri limiti. Possono gli antichi Greci darci ancora una mano? Possono Eschilo e Omero aiutarci a viverla con maggiore consapevolezza?

Apoteosi di Omero, Jean Ingres, olio su tela, 1827, museo del Louvre, Parigi

 

Pàthei màtos“: “conoscenza attraverso la sofferenza”. Due sole parole. Due parole sole. Apparentemente fragili, indifese. Ma se abbiamo la forza di dischiuderle ci accorgiamo che celano un abisso.

Sacrificio d’Ifigenia, Gianbattista Tiepolo, affresco, 1757, Villa Valmarana ai Nani, Vicenza

 

“Ma chi devotamente il canto di vittoria a Zeus intona, otterrà somma saggezza:

per lui che a saggezza avvia i mortali, valida legge avendo fissato:                  conoscenza attraverso il dolore.            Anche nel sonno dinanzi al cuore goccia l’affanno memore del male: e pure a chi non voglia giunge saggezza.

Grazia è questa degli dei,                      che il seggio venerando occupano saldamente.”

(Eschilo, Agamennone, versi 175-183)

 

Eschilo ed Agamennone: tra sofferenza e conoscenza

Partiamo da qui. Partiamo da questi versi che aprono la terza strofe (da strophé: “atto del volgersi”) del primo stasimo (intermezzo del coro) dell'”Agamennone” di Eschilo, tragedia composta e rappresentata ad Atene nel 458 a.C. Sono forse i versi che più di tutti esemplificano il capolavoro del tragediografo: il suo tentativo di coniugare, riflettendo sul dolore dell’uomo, due visioni antitetiche, contraddittorie. Da una parte l’ineluttabilità del destino, l’arcaica concezione degli dei gratuitamente ostili all’uomo, fonte di dolore per quest’ultimo, da cui questo non può fuggire, dall’altra l’affermarsi sempre più forte della fiducia nella capacità umana di dominare gli eventi, di saper prendere da se le proprie scelte, di tracciare il proprio percorso. Determinismo teologico e libero arbitrio. Fato e responsabilità. Ma facciamo un passo indietro, parliamo brevemente della trama. Siamo ad Argo, nel Peloponneso, dieci anni dopo la partenza di Agamennone, città di cui è il re. Troia ormai è distrutta, l’eroe può finalmente fare ritorno in patria. Ad attenderlo c’è la moglie, Clitemnestra, che prima di tutti si accorge dell’immediato arrivo dell’atteso compagno. La notizia arriva attraverso una serie di segnali luminosi a catena che da Troia giungono ad Argo (stile fiamme di Gondor per capirci), e lei è la prima ad accorgersene. E’ un’attesa bramata, desiderata, sofferta. Ma non per amore. Si è nel frattempo risposata con Egisto, il cugino del condottiero, e con lui pianifica la spietata vendetta. Vuole vendicare la morte dell’amata figlia Ifigenia, sacrificata dall’eroe ad Artemide, per propiziare la partenza delle navi greche alla volta di Troia. Finalmente Agamennone sbarca sulle coste della città e con un carro raggiunge il palazzo reale, fermandosi all’entrata. Reca con se un prezioso bottino di guerra: Cassandra, la profetessa, colei che vede nel futuro, figlia dell’ormai morto re Priamo. Ad accoglierlo in prima fila c’è lei, Clitemnestra, che esce dal palazzo e gli rivolge parole amorevoli, lusinghevoli, eccessivamente calorose. Ma c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che, flebile, sotteso, si nasconde sotto le sue dolci parole. Una sensazione che trova la sua conferma definitiva nell’invito a calpestare drappi di porpora per coprire il tragitto che separa il suo carro dall’entrata principale. Ma Agamennone “sa”. Non è cosa questa che si confà ad umano, ma a un Dio. “Non prepararmi una via oggetto d’invidia”, gli risponde con tono sommesso, “con queste cose vanno onorati gli dei… anche senza tappeti e stoffe variopinte la fama grida”. Meglio non sfidare gli dei, conviene non travalicare i limiti umani. Ma Clitemnestra insiste, non molla, non lascia la presa e alla fine, inaspettatamente, lo convince. Agamennone decide di dargliela vinta. Ed ecco che, fatti togliere i vecchi sandali da un’ancella, con passo fermo si dirige verso il palazzo, calpestando i drappi. Porpora. Ricordano qualcosa. Ricordano il sangue. Saranno gli ultimi passi del famoso condottiero. Ma il momento è rimandato. Entra in scena Cassandra. Finora in disparte, finora in silenzio. Ecco che prorompe in una frenetica invocazione ad Apollo, sua sacerdotessa, e “vede”, scorge nel futuro gli eventi, orribili eventi, che attendono lei e Agamennone dentro la reggia: “tale è il suo ardire: femmina che uccide maschio…. questa leonessa a due piedi, che si è giaciuta con il lupo in assenza del nobile leone, ucciderà me sventurata!”. Non può sfuggire al suo destino. La nera Moira la attende dentro il palazzo. Si avvia. Entra nel palazzo. Apollo non mente. La profezia si compie. Si sentono delle urla. Poi, un vuoto silenzio. Rumore di passi. Esce Clitemnestra. Mostra a tutti i cadaveri, mentre con fierezza rivendica la giustizia dell’azione appena compiuta, rievocando l’amata figlia Ifigenia. Ma torniamo al commento: appare chiaro che Eschilo inserisca nell’opera un elemento intermedio, un elemento che fa da raccordo tra la condizione umana e il volere divino: la scelta. Agamennone sceglie, sceglie di sacrificare Ifigenia, l’amata figliola. Clitemnestra sceglie, sceglie di uccidere l’anziano e spossato marito. Sono scelte sofferte, che trascinano con se importanti conseguenze. Ed è qui che entra in gioco l’elemento divino. In base alle scelte che vengono prese si va incontro al giudizio, al castigo degli dei, il quale non è più comminato senza motivo. E si soffre, si patisce, l’uomo prova dolore. Ma c’è una via d’uscita. Solo nel turbine di questo stato d’animo, solo provando tale dolorosa condizione, l’uomo si rende consapevole e tale si mostra a se stesso. L’uomo capisce cosa ha sbagliato, e tale processo di maturazione lo spinge a non ripetere lo sbaglio. L’uomo è ormai conscio del limite, lo focalizza, sa che non dovrà più procedere oltre questo con il suo agire, prima ingenuamente inconsapevole. Abbiamo dunque una reintroduzione dell’uomo all’interno dei suoi confini, che esso stesso ha superato. Eccoci arrivati. “Pàthei màtos“: conoscenza attraverso la sofferenza.

Clitemnestra assale Cassandra davanti all’ara di Apollo, 425-400 a.C, da tomba.

Odisseo: la sofferenza dell’eroe, la conoscenza dell’uomo

Spendiamo però due parole anche su Omero, che fa sempre bene. Del resto, senza le sue opere, probabilmente per noi contemporanei Eschilo non sarebbe mai esistito. Scherzi a parte, Omero centra, centra eccome. In particolare appare calzante la figura di Odisseo. Perché anche in lui forse possiamo scorgere questa tensione verso la conoscenza, una tensione costante, viva, mai sazia. Ma per conoscere bisogna esplorare ed esplorarsi, vedere e vedersi, bisogna soffrire. E questo Odisseo lo sa. Ciò traspare in particolare quando racconta alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, le avventure di cui è stato protagonista prima di arrivare naufrago sulle sue coste. Sono quelle che mettono in scena creature orribili, mostruose, che più rapiscono la nostra immaginazione: i Lotofagi, i ciclopi, le sirene, la maga Circe. Ebbene l’eroe dimostra di saper mantenere uno straordinario sangue freddo anche nelle situazioni di più estrema difficoltà, è lui che sprona i compagni, che li rincuora quando piangono, che li spinge a non arrendersi, a continuare. E lui non piange mai. Non in queste situazioni. Odisseo piangerà molto nel poema, molto e spesso, ma ora no. Affronta la difficoltà, la sofferenza, con una forza d’animo schiacciante, propulsiva. Possiamo intravedere, attraverso il racconto dell’eroe, il mostrarsi di una concezione che sarà molto cara ai Greci di età classica: l’idea che senza vedere e soffrire non è possibile conoscere, rendersi consapevoli.

Ulisse alla corte di Alcinoo, Francesco Hayez, 1816, olio su tela, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

 

“Pàthei Màtos” e Covid-19

Eccoci arrivati all’ultima parte. Eccoci tornati al reale, al nostro, ormai caro, covid-19. Ebbene, cosa possiamo apprendere da Omero e soprattutto da Eschilo? Può dirci ancora qualcosa la famosa sentenza “pàthei màtos”? Forse sì. Nella nostra condizione la conoscenza passa attraverso la privazione; la sofferenza, il patema è (nel nostro caso) privazione. Siamo separati da ciò che inconsapevolmente consideravamo normale, abitudinario, forse addirittura “naturale”. Uno stato di cose che, a tal punto si era normalizzato, da sfuggire al controllo della consapevolezza. Ma forse è proprio quando sperimentiamo una condizione diversa che ci accorgiamo con più lucidità del “prima”, di ciò che avevamo e di ciò che abbiamo ancora. E forse questo ci porta ad apprezzare di più tali cose perché finalmente esse si mostrano davanti a noi, si palesano al nostro occhio, alla nostra analisi. E tutto questo avviene in una condizione di privazione, nostalgia, dolore per la condizione persa. Proviamo sulla nostra pelle la privazione e maturiamo, diventiamo forse maggiormente consapevoli. Consapevoli anche dei nostri limiti. I limiti che abbiamo come singoli, ma anche i limiti che abbiamo come specie, i limiti della condizione umana. Uno di questi potrebbe essere proprio il distacco.  Ci appare chiaro come sia ancora straordinariamente valida la definizione aristotelica dell’essere umano come animale sociale, che ha bisogno di mantenere un contatto con i suoi simili. Mai come ora si risveglia in noi il desiderio di socialità, la voglia di un contatto fisico, che il virtuale non riesce completamente a supplire. Infine, ci accorgiamo forse di quanta poca presa abbiamo sul futuro. Pensavamo di poterlo prevedere con sempre maggior accuratezza. Ma è chiaramente un’illusione, e in quanto tale ora emerge con più chiarezza. Sapevamo che il giorno successivo sarebbe stato grosso modo uguale a quelle precedente, con una capacità di previsione che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Certo, è vero, possiamo ancora immaginare e prevedere cosa accadrà domani, ma tra una settimana, un mese, un anno? Prima potevamo permetterci di farlo, ora non più, o almeno non più come prima. Emerge con forza questo nostro limite, che prima ci siamo scordati di avere.

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