Il divenire è la verità dell’essere”

(G.W.F Hegel; Scienza della Logica)

Quando gli ideali vengono meno come oggetti di fede e modelli di legittimazione, la domanda di investimento assume a proprio oggetto il modo di rappresentarli. L’estetica è il modo di una civiltà disertata dai propri ideali. Nel coltivare il piacere di rappresentare quegli ideali, svuotati di senso, essa si chiama cultura. Gli ideali occidentali hanno in sé il principio del loro fallimento: la civiltà occidentale è infatti l’unica che si interroga sul suo essere-civiltà producendo e rigettando ciclicamente ideali. Il nichilismo è nascosto in questa tendenza: il “mistero” cristiano, il “dubbio” di Cartesio ci fanno capire che vi è un presupposto nella costruzione del mondo dell’occidente: Il sapere assoluto richiede il nichilismo (Heidegger).

Quando la cultura si estetizza, indipendentemente se la chiamiamo Società dello spettacolo (Debord) o Egemonia degli artefatti (Lukascz), possiamo notare come nella realtà, o meglio, nell’interpretazione della realtà vi sia un predominio dell’immaginario, ovviamente legato a una perdita di valore dell’oggetto: un ritorno a una sapienza poetica di stampo vichiano. Questa estetica presuppone un pensiero debole (Vattimo), se non negativo, in cui simulacri di soggetti si scambiano simulacri di oggetti: quel che resta del soggetto cerca di relazionarsi con quel che resta dell’oggetto in un mondo dove lo spazio d’esperienza si è estremamente ridotto, nonostante il crollo dell’orizzonte di aspettative. Nonostante questo si cerca di portare avanti, con quel che resta di democratico, la conversazione (Rorty). Tuttavia se la filosofia è “il proprio tempo appreso col pensiero” (Hegel) e la realtà si estetizza, allora la filosofia si farà estetica, rimanendo così figlia di un tempo infame. Ma il “sapere immediato”, senza la mediazione dei concetti, senza rappresentazione dell’oggetto, senza fainòmena, è un pensiero non-filosofico: è il pensiero mitico, antitetico al lògos: se la filosofia deve convertirsi all’estetica, allora essa dovrà abbandonare la sua pretesa di sapere razionale, basato sul lògos e sul dia-logòs, per trasformarsi in comunicazione e pensiero immediato, ma ricordiamoci sempre che il pensiero umano, in quanto tale, necessità sempre la mediazione, croce e delizia: immediatamente pensano gli angeli, e noi siamo altra cosa;

l’immediatezza dell’essere si rovescia nel nulla.

L’estetica nasce da un omicidio: quello della poetica. Il nuovo pubblico dei saloni borghesi è un pubblico che dell’arte non conosce le regole.

L’estetica nasce da una contraddizione: nata contemporaneamente alla società borghese, dove vigeva (e vige) l’ideologia della deregolamentazione, con l’omicidio della poetica, essa vuole configurarsi come una disciplina filosofica sebbene rifiuti il pensiero argomentativo. Questa aporia costringe Kant nella Critica della Facoltà di Giudizio a creare dei mostri logici: Finalità senza scopo, universalità senza concetto, necessità ma non argomentativa.

Nel parlare del sublime tutto ciò viene ancora più evidenziato. Non può esserci una poetica del sublime, poiché ogni arte che mira ad esso volontariamente è destinata al fallimento. Il sublime sembra richiedere un’ontologia negativa, più che un’estetica.

L’arte, l’estetica, sono delle conseguenze dell’aisthesis, della sensazione. Quest’ultima è però per definizione né vera né falsa: essa è l’affezione che il soggetto-anima prova in occasione di un evento sensibile. L’estetica muove a prescindere dalla verità: può indicarci una adeguatio intellectus rei, ma già nel caso del sublime tutto ciò viene spazzato via. L’anima però esiste solo quando è affetta: l’anima è animata dall’aistheton: Esistere significa in questo senso essere risvegliati dal sonno attraverso un input sensibile. Il sogno-sonno della ragione sembra dunque essere risvegliabile solo da un qualcosa di estetico, che parla senza concetto. Ma il nostro lògos, il nostro pensiero ri-presentato, si è effettivamente svegliato o siamo di fronte a un’illusione?

L’anima comunque viene risvegliata umiliata: essa è asservita all’aistheton, senza aistheton l’anima semplicemente non-è. L’anima è, con buona pace di Aristotele, mossa sempre dal di fuori. Prendere vita per l’anima significa però anche scoprire il proprio essere-per-la-morte, che si riaffaccia ogni volta che essa è felice per il fatto di essere stata animata. L’anima nell’arte e nell’esperienza estetica vive, ma può farlo solo a condizione che non dimentichi la sua caducità. Qui impera lo spettro del nichilismo, infatti l’aistheton, la cosa smette di essere una quidditas definita che soggiace all’animazione dell’anima, esso diventa evento, che esiste solo per risvegliare l’anima dal sonno, ricondandole da un lato che esiste solo grazie a lui e dall’altro che è destinata a morire.

Nonostante questo, noi proviamo un piacere quasi masochista in ciò, un piacere che nasce dal terrore, ma nel quale noi indugiamo. Questo è il Reale e il Reale è il sublime. L’intera vita estetica del soggetto-anima è basata su questa contraddizione : continuiamo a praticare l’arte per cercare di padroneggiare la pulsione di morte, senza mai riuscirci pienamente, in quanto è l’aistheton, che nella sua nuova natura di evento, ci ricorda la nostra finitezza: L’anima è viva, e gode di questo, solo in presenza dell’aistheton, ma quest’anima è un anima minima, è un’anima che si dà solo nell’epochè, nella messa tra parentesi del mondo vivendo nell’aistheton e in un certo senso perdendosi in esso: nonostante questo essa è la condizione minima dell’estetica, e dunque di ogni possibile animazione dell’anima, in una realtà nella quale l’estetica e la sensazione-evento sono diventate le uniche unità di misura.

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