In un’Italia ancora nelle mani di Mussolini ed occupata a sud dagli americani, Roma è vittima del primo attacco aereo destinato a cambiare le sorti dell’Italia tanto in ambito bellico, quanto nazionale.

Con l’aiuto di Giuseppe Ungaretti e la sua lirica “Non gridate più”, vediamo cosa è successo ottant’anni fa sul sacro e fino ad allora inviolato suolo della Città Eterna.
19 LUGLIO 1943
Alle 11:03 di lunedì 19 luglio 1943, l’aereo “Lucky Lady” sgancia la prima bomba sulla città di Roma che, fino ad allora inviolata, si è trovata ad essere bersaglio del bombardamento alleato. A guidare l’azione fu il generale americano James Doolittle, intenzionato a colpire lo scalo ferroviario del quartiere San Lorenzo, al tempo importante snodo militare; l’attacco però non fu circoscritto unicamente a quella zona: ad essere colpiti furono anche i quartieri Prenestino, Tiburtino e Tuscolano, per un totale di tremila morti e circa dodicimila feriti. Il giorno seguente iniziarono ad essere divulgati dei Bollettini con cui venne resa nota l’entità dei danni:
I danni arrecati dalle formazioni americane […] sono ingenti. Risultano, tra gli altri, gravemente colpiti e in parte distrutti edifici sacri al culto e alla scienza […]; la basilica di San Lorenzo, il Cimitero del Verbano, la città universitaria,il complesso ospedaliero del policlinico […].

NON GRIDATE PIÙ
Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888, Giuseppe Ungaretti è stato uno dei maggiori poeti italiani del XX secolo. Tra le sue numerose raccolte si trova “Il dolore”, composta tra il 1937 e il 1946, in cui l’autore si trova nuovamente a vestire i panni del testimone di un conflitto mondiale, una vicenda collettiva che fa da sfondo alle sofferenze personali dell’autore. Ad unire queste due dimensioni è l’idea che di fronte alla sofferenza, solo la solidarietà è, almeno in parte, l’unica arma in grado di alleviare il nostro dolore. La lirica “Non gridate più” è parte di questa raccolta ed incarna perfettamente il doppio sguardo del poeta: prende spunto dal bombardamento del 19 luglio, in particolare alla distruzione di gran parte del Cimitero Monumentale del Verano, e coglie l’occasione per riflettere sull’atrocità della guerra tanto a livello personale, quanto collettivo. Il primo verso recita “Cessate di uccidere i morti”, frase particolarmente densa di significato perché rappresenta il dolore provato per una seconda guerra mondiale che riportava alla mente del poeta ricordi terribili, e lo strazio di una città che ha visto per la prima volta bombe cadere dal cielo. Quello di Ungaretti è un inno alla pietà, tanto per i vivi quanto per i morti che, anche nel sonno eterno, non sono riusciti a trovare riposo, violati e colpiti dalle atrocità della guerra.

ROMA CITTÀ APERTA
Roma, città Santa bagnata da divine acque, non era mai stata vittima di attacchi arei, forse in nome di una legge non scritta che non ammetteva la possibilità di colpire l’Urbe viste le sue antiche vestigie e la presenza della Santa Sede. L’allora presidente americano Roosvelt al termine dell’azione militare profetizzò che questa avrebbe costituito la fine del fascismo, immaginando l’eco che un tale attacco avrebbe generato nelle menti e nei cuori degli italiani; fu quindi così che il 24 luglio, appena quindici giorni dopo il bombardamento, il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia a Benito Mussolini che, a partire dal giorno seguente, era caduto assieme al suo ventennale regime, almeno per qualche mese prima di tornare alla ribalta con la fondazione dell’ RSI. Al bombardamento del 19 luglio ne seguì un altro, il 13 agosto, sempre da parte degli alleati: il generale Badoglio il giorno seguente, con la mediazione di Vaticano, Svizzera e Portogallo, comunicò a Londra e Washington che Roma, da quel momento,sarebbe stata “città aperta”. Purtroppo questa dichiarazione non vedeva l’impegno della Germania che fino al 4 giugno 1944 continuò a bombardare Roma, arrivando a colpire anche la Santa Sede. Roma, come tutto il resto del mondo, ha visto e vissuto giorni di terrore e strazio durante gli anni delle guerra, dominati da odio, sete di vittoria e desiderio di supremazia. È in questo clima che deve essere letta la lirica di Ungaretti che si configura come una vera e propria preghiera contro un mondo che non si cura né di vivi né di morti, un mondo sordo, dominato da chi preferisce sacrificare innocenti pur di sedere al tavolo dei vincitori.