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“Ossi di seppia”: un viaggio con Montale sulla soglia dell’incertezza del passato e del presente

È necessario accettare l’incertezza, spiega Beniamino Pagliaro. E ci riporta al contesto che ha ispirato Ossi di Seppia di Montale.

Il termine “incerto” deriva dal latino e indica chi si trova in una condizione di indecisione o di mancata sicurezza. Incerti siamo noi, in questo periodo, in attesa di un ritorno alla normalità che sembra irraggiungibile. In un articolo scritto per la Repubblica, Beniamino Pagliaro denomina questa l’era dell’incertezza, e spiega che bisogna accettarla come tale.

È necessario accettare l’incertezza

Ogni cosa è incerta, in questo periodo storico. Decreti si alternano e variano rapidamente, perché seguono l’andamento della curva epidemiologica di cui devono arrestare la crescita. Ci aggrappavamo ad un “andrà tutto bene”, fino a qualche mese fa: era difficile stare in casa a marzo, ma lo vedevamo come un sacrificio necessario perché finisse tutto presto. Ebbene, non è finito, e così insieme all’autunno sono arrivate delle nuove restrizioni, dopo una fugace boccata d’aria presa in una particolare estate – boccata d’aria filtrata dalle mascherine, s’intende! È difficile prendere decisioni, vista l’imprevedibilità dell’evolversi della situazione, ed è difficile anche comprendere quelle prese dagli altri, spiega Beniamino Pagliaro. Dobbiamo accettare di non sapere, per quanto difficile sia: “le situazioni complesse richiedono la gestione dell’incertezza”.

L’incertezza del Novecento e le parole di Montale

L’incertezza ha caratterizzato anche il periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i cui filosofi e pensatori sono stati inseriti nel quadro di una “cultura della crisi”. Le certezze erano venute meno a seguito di una serie di scoperte scientifiche, che avevano destabilizzato alcune delle credenze su cui si erano sempre basati gli uomini. A sovvertire il sistema dei valori si erano inoltre aggiunti alcuni eventi storici, e in primo piano si crearono così un profondo senso di disillusione e la triste realizzazione della caducità della condizione umana.
Una forte immagine che deriva dalla consapevolezza della finitudine della vita umana, è fornita dalla poesia di Eugenio Montale già nel titolo della raccolta “Ossi di Seppia”. È piatta, liscia e compatta la conchiglia interna al corpo della seppia: un oggetto minimo, di poco valore, che si trova facilmente sulla spiaggia e che ci ricorda una vita che ormai non esiste più. La raccolta così intitolata viene pubblicata nel 1925 e le tematiche che contiene sono tutte presenti già nel componimento introduttivo. “In limine”, questo è il titolo del testo che apre la prima sezione: ci troviamo sulla soglia, della raccolta, e Montale si rivolge a un generico tu. Nelle ultime due strofe si accenna alla presenza di una entità salvifica (fantasma che ti salva), e si definisce l’immagine di una realtà che è come una rete che ci imprigiona. Per tendere oltre bisogna cercare una maglia rotta, in tale rete:

Un rovello è di qua dall’ erto muro.
Se procedi t’ imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

L’incertezza tra disincanto e speranza

La condizione dell’incertezza sottintende un sentimento di attesa. È un periodo caratterizzato dal disincanto, questo. Guardiamo al passato con una certa malinconia e al futuro sognando di fare ciò che adesso non è possibile. Difficile è adattarsi, perchè nell’incertezza non è possibile prendere decisioni stabili. Difficile, eppure necessario. Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! – suggeriva Montale. Una fuga metaforica, dobbiamo intendere oggi, una fuga per la strada della speranza, che si oppone a quella della rassegnazione.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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