Osservando questi celebri dipinti sarai rapito dalla desolazione che raccontano e sprigionano

“C’è uno splendore spaventoso nella desolazione assoluta”.

C. D. Friedrich, Monaco in riva al mare, 1808-1810

Cinque diverse correnti pittoriche, cinque diversi dipinti di cinque celebri autori mettono in scena, più o meno velatamente, i sentimenti di disperazione e desolazione insiti nell’uomo sin dalle sue origini.

JOSEPH WRIGHT OF DERBY: IL DOLORE SILENTE DE “LA VEDOVA PELLEROSSA”

Tra i dipinti più maturi dell’artista “La vedova di un capo indiano veglia dinnanzi alle armi del marito defunto” è uno dei più evocativi. Questa tela, datata 1784, vede come protagonista una donna che si staglia davanti alla luce del sole e ad un cielo plumbeo, resa in maniera estremamente neoclassica, tanto per la posa quanto per l’alto contenuto morale sprigionato dalla scena. Allo spunto neoclassico si aggiunge però una minuziosa descrizione dei particolari che vanno a connotarne la cultura indiana quali piume, abiti ed armi. E’ così che va esprimendosi il concetto di “buon selvaggio”, mito secondo cui la società moderna ha corrotto l’uomo prima docile e pacifico. Quello della donna è un dolore tanto silenzioso quanto straziante, caratterizzato da segni che lasciano percepire l’assenza e la mancanza del marito ormai defunto.

CASPAR DAVID FRIEDRICH: L’AUSTERITA’ DENTRO “L’ABBAZIA NEL QUERCETO”

Nel 1810 il pittore romantico tedesco, autore del celeberrimo “Viandante sul mare di nebbia”, realizzava una lugubre veduta delle rovine della cattedrale gotica di Eldena, qui circondata da pochi frati che, con il loro lento incedere, appaiono come fredde lapidi, resi con la stessa pennellata che caratterizza le croci disseminate sulla collina. L’atmosfera così fredda e silenziosa è incorniciata dagli scheletri spogli delle querce che contornano la landa desolata e illuminata dalla luce dell’alba che appare all’orizzonte mentre la luna è prossima a scomparire. La mano di Friedrich non cela espliciti riferimenti religiosi: l’alba rinvia alla vita eterna, la falce lunare invece allude all’avvento di Cristo mentre l’abbazia diroccata e le forme spigolose dei rami del querceto rivolgono un’aspra critica alle istituzioni religiose del tempo; del resto, secondo l’artista il concetto di morte era profondamente spirituale, tanto da fargli asserire che “per vivere eternamente, spesso, ci si deve arrendere alla morte”.

GUSTAVE COURBET: UN AUTORITRATTO PARLANTE, “L’UOMO DISPERATO”

Tra il 1843 e il 1845 il padre del Realismo si raffigurava frontalmente ed in primissimo piano con la bocca semi aperta e lo sguardo dritto negli occhi dello spettatore, le mani affondano nervosamente nei capelli che circondano quello sguardo talmente penetrante da intimidire chi lo incrocia. Le vene pulsanti sui polsi, la fronte corrucciata, le guance arrossate che tanto contrastano con i colori chiari della tela, tutto di lui è teso. L’immagine che l’artista vuole tramandare di sé è quella di un giovane in tumulto che rifiuta la canonica rappresentazione esprimendo la propria disperazione intellettuale ed esistenziale, volta a combattere le convenzioni accademiche.

EDGARD DEGAS: IL SILENZIO CHE CI ASSORDA GUARDANDO “L’ASSENZIO”

Tra le opere che meglio ricalcano i sentimenti di turbamento e desolazione, una menzione d’onore va al celebre “L’assenzio”, 1873. La famosissima scena si svolge al caffè Nouvelle-Athènes, dove le due figure modellate da Ellen Andrée (attrice) e Marcellin Desboutin (pittore e incisore) siedono allo stesso tavolo ma senza rivolgersi la parola, completamente immersi nel turbinio dei loro pensieri. La donna pare prosciugata di tutta la gioia della vita mentre osserva il bicchiere di assenzio, bevanda talmente alcolica da risultare quasi velenosa e che di lì a poco sarebbe stata ritirata dal mercato. La prospettiva decentrata ed innaturale unita al silenzio dell’incomunicabilità crea un senso di claustrofobia angosciosa tanto forte da rendere l’opera spunto per il romanzo “L’ammazzatoio” di Emile Zolà che portò l’attenzione del pubblico sul dilagante fenomeno dell’alcolismo, estremamente diffuso specialmente nelle classi popolari.

VINCENT VAN GOGH: L’INQUIETANTE “CAMPO DI GRANO CON VOLO DI CORVI”

Ultimo dipinto analizzato in questa rapida carrellata è quello che per molti anni è stato erroneamente ritenuto come l’ultima opera prima del suicidio dell’artista olandese: “Campo di grano con volo di corvi”, 1890. Non è difficile leggere in questo quadro una rappresentazione dello stato d’animo del suo artista, tormentato ed angoscioso: tutta la tela è uno straziante grido di dolore che si accende con le pennellate vorticose e cariche di materia. Una tempesta, come presagio di un lutto imminente, si abbatte su un campo di grano dal quale si leva uno stormo disordinato di corvi. Il campo è solcato da tre sentieri tortuosi che occupano le tre direttive dell’opera: quello centrale, che per anni è stato oggetto di speculazione, pare una strada senza alcuna via d’uscita, percorsa da chi non ha alcuna meta e vaga senza sosta come un’anima dell’inferno. Non è difficile leggere nel dipinto la nera depressione che avvolgeva la mente dell’artista, il quale confessò al fratello Theo che si trattava di “campi estesi di grano sotto cieli agitati e non avevo bisogno di uscire dalla mia condizione per esprimere tristezza e solitudine estrema”. Van Gogh non riuscì a fare altro che da spettatore impotente alla tempesta che stava per scatenarsi; forse è proprio questo il motivo che ha portato l’opera ad essere definita come “la più grande sinfonia coloristica mai realizzata sul dolore di vivere”.

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