Onorare le tradizioni e mischiarle con altre culture ci rende uomini migliori, come Athelstan e Hobsbawm

Il monaco di Vikings ed Eric Hobsbawm ci insegnano che le proprie radici non vanno dimenticate e al tempo stesso offrono una nuova interpretazione sul valore delle proprie tradizioni.

 

Le rovine dell’abbazia di Lindisfarne

La serie tv Vikings, uscita nel 2013 e trasmessa sul canale History, ha tra i propri protagonisti Athelstan, un monaco di Lindisfarne. Egli, rapito dai vichinghi venuti a saccheggiare il monastero, si ritroverà a combattere non solo per la sua sopravvivenza, ma anche per il mantenimento delle proprie radici, della propria cultura e, soprattutto, di quanto significhi per lui il cristianesimo. Hobsbawm portò alla luce questo discorso nel suo famosissimo saggio “L’invenzione della tradizione” in cui non solo analizza, per poi dimostrare, l’importanza delle tradizioni e delle proprie radici, soprattutto di quelle che nascono a seguito dell’incontro tra culture diverse.

Athelstan in Vikings

Athelstan è un personaggio che compare subito, già dalla prima stagione. Egli è un monaco che proviene dall’abbazia di Lindisfarne, situata sull’Isola Santa, all’epoca appartenente al regno di Northumbria, oggi invece al Regno Unito. Lindisfarne era nell’VIII secolo un famosissimo centro di produzione manoscritta. Venivano, infatti, prodotti non solo manoscritti in latino ma anche in anglosassone (altrettanto rinomato è L’Evangelario di Lindisfarne, scritto con un tipo di carattere chiamato maiuscola irlandese e diverso rispetto alla minuscola carolina, usata allora nel continente). Quanto rappresentato nella serie riguardo al monastero è storicamente attendibile: il centro esisteva davvero, e davvero fu attaccato nel 793 dai vichinghi. E’ in questo momento della narrazione che compare Athelstan, rapito da quei vichinghi che saccheggiarono il monastero. Nella finzione televisiva il monaco è rapito da Ragnar Lothbrok, un altro dei protagonisti della serie, il quale lo terrà in casa propria, all’inizio solo come prigioniero. Tra i due si instaurerà un rapporto di profonda amicizia e, soprattutto, di scambio culturale, cosa che porterà Athelstan ad abbandonare la tonsura.

Eric Hobsbawm e l’invenzione della tradizione

Hobsbawm è uno storico altrettanto famoso quanto la serie della History. Probabilmente più noto come l’inventore del modo di classificare il Novecento come “il secolo breve” e l’Ottocento come “il lungo Ottocento“. Per i non addetti ai lavori, egli è lo storico che ha permesso la classificazione, fino ad ora, più lungimirante su cosa sia successo tra il XIX secolo, le due guerre mondiali e oggi: cioè che il 1800 è un secolo lunghissimo, i cui ideali travalicano la fine del secolo e durano fino alla Prima Guerra Mondiale, mentre il 1900 è un secolo più breve, che inizia solo con il primo conflitto mondiale, alla cui fine sono cambiati tutti i valori che erano stati fondamentali a partire dall’inizio del secolo precedente, rimasti in vita fino al 1915. Non solo, è grazie a questo autore che noi oggi abbiamo degli strumenti fondamentali per poter riflettere su cosa sia la tradizione e su cosa essi comporti a livello culturale. L’invenzione della tradizione, è un volumetto che esce nel 1983 con la collaborazione di Terence Ranger. In quest’opera, una miscellanea composta da saggi di più autori sull’argomento, viene chiarita una cosa fondamentale: ci sono tradizioni che noi consideriamo vere, e ancora di più eterne, ma che in realtà non lo sono affatto. L’esempio forse più noto è quello del kilt scozzese, una tradizione nata solo dopo che gli inglesi avevano stretto la morsa del loro dominio in Scozia e non prima del 1700 (anche se le forme in cui lo conosciamo oggi, cioè con un tartan diverso da clan a clan è ancora più tarda). Hobsbawm dimostra, dunque, come una tradizione sia frutto non solo di interpolazioni e di interventi successivi, ma anche come essa rappresenti un momento di incontro tra culture diverse, che portarono alla necessità della celebrazione delle proprie radici.

Hobsbawm, Athelstan e l’obiettivo di trovare il significato alla base di una cultura

Perché esiste il cristianesimo? Com’è possibile che nel mondo ci siano ancora popolazioni che siano pagane? E, the last but not least, la loro cultura è completamente sbagliata? Ancora, non meno importante, c’è una cultura sbagliata o più giusta delle altre? No, non sono domande a cui si vuole dare una risposta corretta (di nuovo, c’è una risposta corretta?) ma sono quesiti che si pongono sia Athelstan che Hobsbawm. Nel primo caso vediamo questi dubbi insinuarsi nel personaggio mano a mano che egli si avvicina al mondo dei suoi rapitori. Sono problemi non da poco: l’incontro tra il paganesimo e il cristianesimo è una cosa che noi, ad oggi, facciamo fatica a capire. Per un monaco, era come incontrare l’anticristo, era impensabile che la cultura pagana fosse in qualche modo adatta al mondo vichingo. Anzi, era impensabile che un’altra religione potesse essere in qualche modo reale, che gli dei pagani potessero davvero avere manifestazioni nel mondo in cui i protagonisti della serie vivono. Il monaco attraversa una fase molto critica della sua esistenza, che lo porterà a comprendere il valore delle proprie radici e della propria cultura. Come Hobsbawm, anch’egli non nega il proprio passato, non rinnega nemmeno il cristianesimo, ma comprende che vi è una necessità nel voler mantenere in vita le proprie tradizioni, la propria cultura, anche a costo di riadattarle ad un altro contesto culturale. Egli smetterà dunque di farsi la tonsura (il taglio di capelli da monaco) e si lascerà crescere barba e coda, ma al suo Dio non rinuncerà mai. Potrebbe sembrare un paradosso ma, di nuovo, interviene Hobsbawm a chiarire la questione: non è paradossale perché la cultura, la tradizione cambia, si adatta. E per sopravvivere si deve adattare, deve capire che il contesto storico, sociale e culturale cambia, è in continuo movimento, non si ferma mai. In un mondo tanto precario, se si vogliono mantenere le proprie tradizioni, le proprie radici, è necessario riadattarne la superficie, magari non serve sempre inventarle di sana pianta, ma solo modificare all’esterno e mantenere il nucleo, la parte fondamentale per noi, intatto.

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