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La vita sociale: per alcuni è una benedizione, per altri una tortura. Parola di Sartre

La rimonta degli azzurri è appena iniziata ma squilla nuovamente il campanello di casa: è J.P. Sartre che ci condanna ad essere liberi.

Giuseppe Conte, premier della Repubblica Italiana.
Giuseppe Conte, premier della Repubblica Italiana (Google)

Isolamento sociale e confinamento familiare sono due facce di una medaglia che continua ad angosciare i paesi soggetti a restrizioni e divieti. Non abbiamo atteso altro per settimane, la “Fase 2” ha appena ingranato la marcia. Saremo, tuttavia, capaci di tornare sui nostri passi come se nulla fosse stato o impareremo la faticosa lezione esistenzialista?

La libertà sartriana: una condanna fatale

Dal 4 Maggio l’Italia inizierà, seppur a passi tardi e lenti, a scaldare il motore della nazione per cominciare una graduale ripartenza. Ma quanto è stato difficile sopportare l’assenza di libertà per questi due lunghi mesi? Sarà proprio Jean Paul Sartre (1905 – 1980), una delle menti più brillanti dell’esistenzialismo francese, ad illuminare per noi il sentiero di casa. Le magistrali pagine della pièceA porte chiuse” forniscono qualche spunto per comprendere più adeguatamente l’esperienza del lockdown e il progressivo ritorno alle abitudini di sempre. Il prologo è caratterizzato dal personaggio di Garcin che viene accomodato in una stanza stile Secondo Impero dal sibillino cameriere. La camera non ha né finestre né specchi e presto il lettore comprende che ci si trova all’inferno. Con lo scorrere dei dialoghi vengono introdotti (sempre e solo dal valletto) i restanti due personaggi (in successione Ines ed Estella).

Tutti e tre, dunque, confinati fra le mura di un ambiente costantemente illuminato, si aspettano di essere torturati, ma così non accade. È noto che l’argomento più celebre della filosofia di Sartre consiste appunto nell’idea di libertà. Il maestro ha in mente un castigo ben peggiore degli stereotipati supplizi a cui pensiamo in vita. La pena dei tre personaggi non sarà, infatti, “i pali, le graticole, gli imbuti di cuoio”, ma si scoprirà poi essere l’obbligo (seppur naturale) di stabilire dei rapporti fra loro. Dietro l’edulcorata idea di libertà si cela, quindi, l’agghiacciante pena capitale sartriana (a cui tutti noi siamo sottoposti): “la condanna ad essere liberi”.

Jean Paul Sartre (1906 - 1980).
Jean Paul Sartre (1906 – 1980) (Google)

Il rapporto con gli Altri come catarsi infernale

Garcin, Ines ed Estella sono definiti: “assenti” e non “defunti”, forse perché ancora capaci di percepire i pensieri dei loro cari. Tuttavia, mentre scorrono i discorsi le visioni terrestri si affievoliscono e diventano un mondo sempre più lontano. L’intricata ragnatela delle relazioni che si è formata inizia a tormentarli senza tregua: parlano incessantemente con dialoghi serrati, domande reciproche e considerazioni sull’esistenza. Garcin ed Estelle mentono sui reali motivi per cui sono precipitati in quel luogo. Ines, invece, è feroce e crudele; accusa i compagni di essere degli assassini costringendoli a prendere coscienza dei loro crimini.

Le infinite possibilità di comunicazione e la totale assenza di risorse provocano un’angoscia simile a quella che percepiamo nel mondo dei vivi. Nonostante l’illusione di una camera inoffensiva, la catarsi dei tre protagonisti risiede direttamente nelle parole e nei loro sguardi: ciascuno sarà il boia degli altri due. Secondo la fenomenologia sartriana infatti, è sufficiente l’irraggiamento provocato dallo sguardo di un singolo uomo per derubare il mondo altrui. Lungo le ultime battute della pièce i tre tenteranno, tuttavia, di sopprimere ogni relazione giurando di non parlarsi più. È inutile dire che questa condizione non durerà molto, lasciando che siano loro stessi a rimettere in moto l’atroce “castigo sociale”. Giunti a questo punto diviene apodittica la dura lezione sartriana (che giunge al suo apice nell’abissale considerazione di Garcin): “l’inferno, sono gli Altri” (“l’enfer, c’est les Autres”).

  • “Tutti questi sguardi che mi divorano… Oh siete soltanto due? Vi credevo molti di più. È questo dunque l’inferno? Non lo avrei mai creduto. Vi ricordate? Il solfo, il rogo, la graticola… buffonate! Nessun bisogno di graticole; l’inferno sono gli Altri.”

Un groviglio di possibilità: rinascita o recessione?

L’acume di J.P. Sartre evoca uno scorcio di realtà vissuta tuttora (soprattutto l’esperienza del lockdown). Nonostante (l’imposta) rinuncia alla dimensione sociale siamo stati catapultati in uno scenario che da pochi decenni si trova ad un orizzonte remoto: la dimensione familiare. In un mondo in cui i rapporti interpersonali sono, paradossalmente, indeboliti e disvalorati dai social network e dalla frenesia cosmopolita, è lecito ritrovarsi impreparati a stabilire relazioni stabili e durature. La mitologica “Fase 2” segnerà quindi una rinascita o una recessione dal punto di vista relazionale umano?

Se da una parte siamo tutti angosciati (e forse un po’ stufi, come direbbe Estelle) dalla fitta ragnatela delle relazioni che sono intercorse a questi mesi; dall’altra possiamo cogliere questa insolita esperienza come un’occasione. Comprendere il valore dei rapporti umani sicuramente non ci scagiona dalla spietatezza della libertà (di cui Sartre si fa “lanternone”). Tuttavia, la consapevolezza circa questi temi costituisce un elemento essenziale per inaugurare delle solide basi sociali; e per far bisbigliare, magari a Garcin (settantasei anni più tardi): “le paradis, c’est les Autres”.

 

 

 

 

 

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