Il Superuovo

“Novecento”: dalla musica all’arte, esploriamo il contributo dell’avorio nel corso della storia umana

“Novecento”: dalla musica all’arte, esploriamo il contributo dell’avorio nel corso della storia umana

Sappiamo da dove proviene l’avorio e perchè sta cadendo sempre più in disuso. Cerchiamo di capire qual è stato il suo ruolo nella storia dell’arte e come veniva lavorato.

Scena dal film “La leggenda del pianista sull’oceano”

Tra i tanti materiali reperibili nel corso della storia, l’uomo è stato sempre particolarmente affascinato dall’avorio. L’ha scelto per realizzare armi, monili, colori, strumenti, ma perchè? Come lavoravano l’avorio per trasformarlo negli oggetti che oggi possiamo osservare? Scopriamolo in compagnia di Novecento.

Novecento

“Novecento” è un monologo teatrale. Scritto da Alessandro Baricco, è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1994.
Responsabile della narrazione è un trombettista che viene assunto sulla nave Virginian. A bordo del Virginian l’uomo conosce Novecento e ha la possibilità di ascoltare la sua storia.
Abbandonato da neonato su quello stesso piroscafo, il ragazzo era stato cresciuto da un marinaio. Dopo la sua morte, Novecento aveva iniziato a suonare e non aveva più smesso.

Grazie a lui i passeggeri potevano vivere emozioni indescrivibili. Quando lui si sedeva al pianoforte era in grado di creare meraviglie ineguagliabili. Lo stesso Jelly Roll Morton, pianista di fama mondiale, dovette ammettere di non riuscire ad eguagliare il suo talento.

“Noi suonavamo musica, lui era qualcosa di diverso. Lui suonava… Non esisteva quella roba prima che la suonasse lui, okay?, non c’era da nessuna parte. E quando lui si alzava dal piano, non c’era più… e non c’era più per sempre…”

Lui non era mai sceso a terra, aveva vissuto sul Virginian. Anche quando il piroscafo arrivò al termine della sua “vita” e si aveva necessità di affondarlo, Novecento si rifiutò di scendere.

Il pianista sull’oceano

Novecento non aveva identità. Non essendo mai sceso dal Virginian non aveva documenti né uno Stato di appartenenza. Questo non gli importava, lui aveva il suo pianoforte, viveva delle emozioni dei passeggeri e della sua musica.
Ma quale materiale caratterizza la creazione di un pianoforte?
Fino alla metà degli anni ’50, circa, la tastiera di questo strumento era realizzata in avorio.
Questo materiale aveva una porosità perfetta per generare la giusta aderenza del dito al tasto. Questa caratteristica permetteva al musicista un controllo elevato del tocco e, quindi, del suono e della sua intensità.
Successivamente si iniziò ad utilizzare la galalite per abbassare i costi di produzione, ma l’elevata porosità non rispondeva bene alle necessità dei pianisti. Per questo motivo, verso la fine degli anni ’70 si iniziò ad introdurre l’uso della plastica come materiale sostitutivo.
L’aderenza non è la stessa di quella fornita dall’avorio, ma ci si avvicina.

L’arte dell’avorio

È un materiale ricavato prevalentemente dalle zanne degli elefanti e costituito, per la maggior parte, da dentina.
L’avorio di elefante ha una struttura caratteristica a linee intrecciate che si nota molto quando le zanne vengono sezionate.
L’impiego delle zanne come contenitori fu favorito dalla loro conformazione cava che consentiva di sfruttarle per quest’uso con un minimo processo di lavorazione.
Per ottenere, dalla materia prima, delle superfici piane, si tagliavano le sezioni delle zanne per la loro lunghezza. Successivamente le si immergeva in soluzioni di aceto ed olio di mandorla. Questo procedimento serviva ad inumidire il materiale e ad aumentarne la lavorabilità.
La lavorazione successiva poteva avvenire a mano, con appositi strumenti di incisione e taglio per l’ottenimento di monili, in maniera analoga a quella usata per il legno.
Con l’introduzione della tecnologia si iniziarono ad usare strumenti meccanizzati come torni e trapani, ma variando di poco le metodologie di lavorazione.

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