Nord vs Sud, Honduras vs El Salvador: cosa succede quando il calcio incanala tensioni sociali?

Due episodi ci fanno riflettere su quanto lo sport influisca nella società in cui viviamo.

Estadio de la Flor Blanca, San Salvador

Si è scatenata negli ultimi giorni una bufera intorno al team manager dell’Atalanta Mirco Moioli, colpevole di aver insultato un tifoso napoletano prima di Juventus-Atalanta. Quest’ultimo avrebbe provocato l’allenatore nerazzurro Gasperini, chiedendo con sarcasmo “Dopo 10 anni ve la giocate la partita o gliela regalate come al solito? Forza Napoli!“. Gasperini prima ha cercato di allontanarsi, poi ha risposto “va a farti un giro”. Ben più forti invece le parole pronunciate da Moioli: “Testa di c…., Terrone del c….”.

La vita è un pallone rotondo

Senza entrare nel merito di chi abbia ragione o torno in tale questione, è abbastanza evidente notare come spesso il calcio, e più in generale lo sport, siano in grado di catalizzare e aumentare le tensioni sociali. Quest’episodio è solo l’ultimo di una serie di sfottò cominciati certo non ieri: se questa volta il bersaglio è un uomo del Sud, un’altra è un giocatore di colore e così via. Diversità – se così si possono definire – sociali vengono etichettate su tifosi e giocatori, per insultare e sminuire. Perché il calcio ci scatena così tanto?

Scrive Vladimir Dimitrijevic, autore dello squisito saggio La vita è un pallone rotondo, che il calcio è il re dei giochi. Riporta l’uomo al movimento preistorico della gamba, a quando le nostre mani non erano così sviluppate. Si può praticare in uno spazio qualunque: su un prato, in strada, in spiaggia. Non servono neanche le porte, bastano due sassi. L’obiettivo è molto semplice, fare gol. Far passare un pallone oltre una linea. Come gli scacchi hanno il singolo scopo di abbattere il re, il calcio ha il singolo scopo di fare gol. Ma qualsiasi tifoso vi dirà che c’è molto di più:

“Tutto il resto è ostentazione, esuberanza, spettacolo, come nel mondo animale. Proprio come i balletti, a piume rigonfie, degli uccelli, le sfumature di colore dei pesci esotici o le movenze sapientemente sinuose dei rettili”.

Il calcio di riporta prima della civiltà, al nostro stato ferino. Con tutto ciò che questo comporta.

Una partita come le altre, o forse no

È l’8 giugno 1969: all’Estadio Nacional di Tegucigalpa deve giocarsi l’andata della partita Honduras – El Salvador, valida per le qualificazioni ai mondiali di Messico ’70. La nazionale salvadoregna non dorme, a causa del frastuono causato dai tifosi rivali. Fischi, urla, sassi e bastoni impediscono ai giocatori di dormire. Il giorno dopo, l’Honduras vince uno a zero. Quanti non sudamericani fecero caso a questa partita? Probabilmente zero.

Il ritorno si gioca una settimana dopo, all’Estadio de la Flor Blanca. Occhio per occhio, stavolta la notte insonne tocca all’Honduras. La situazione è ancora più critica, l’Honduras viene scortato in campo dall’esercito. El Salvador ribalta il risultato dell’andata e vince 3 a 0. Emblematiche sono le parole dell’allenatore dell’Honduras, Mario Griffin: “Meno male che abbiamo perso!”. Se il risultato non avesse portato alla qualificazione salvadoregna, una folla assetata di gol e di sangue avrebbe invaso lo stadio, con esiti di certo infausti. Degli scontri ci furono ugualmente, due honduregni morirono e centinaia finirono all’ospedale. Quanti non sudamericani fecero caso a questa partita? Probabilmente zero.

Poche ore dopo, la frontiera tra i due paesi venne chiusa.

Il Rio Goascoran segna il confine tra Honduras e El Salvador

La guerra del calcio

Per usare un’espressione spesso chiamata in causa in queste circostanze, la partita fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il conflitto tra i due stati aveva le sue radici nella proprietà della terra: El Salvador è il più piccolo stato dell’America Latina ma ha contemporaneamente la più alta densità demografica. La terra è nelle mani di grandi famiglie di latifondisti. In cerca di terre coltivabili, per anni i salvadoregni si erano spostati nel confinante Honduras, finché i locali non si stancarono e chiesero al governo di tutelare le loro terre dall’invasione del Salvador.

El Salvador possedeva l’esercito più forte. Attacca il 14 luglio. Il 18 luglio, 100 ore dopo, si ritira, a causa delle pressioni dell’Organizzazione degli Stati Americani. La frontiera rimane invariata. L’unico risultato sono 5700 morti. Quanti non sudamericani fecero caso a questa guerra? Probabilmente tanti. È amaro il giudizio di Ryszard Kapuściński:

“I due governi sono rimasti soddisfatti dalla guerra perché per qualche giorno Honduras e El Salvador hanno riempito le prime pagine dei giornali del mondo intero, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. I piccoli stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi dei poveri possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Triste, ma vero.”

Il calcio ci riporta allo stato animale e polarizza le nostre emozioni. Nel bene – quanto ci siamo sentiti italiani nel 2006 – e nel male – come in questi due casi. Ma parliamoci chiaro, chi di noi sarebbe in grado di rinunciarci? Dopotutto, come diceva Dimitrijevic, la nostra vita è un pallone rotondo.

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