Non Una Di Meno in rivolta contro la violenza: scienziate messe da parte e maschilismo

La violenza maschile sulle donne ha numerose sfaccettature e anche nel campo della scienza è ancora troppo radicata.

Un grande assorbente con su scritto “Il flusso non è un lusso, IVA 22%” alla manifestazione del 23 novembre a Roma (@akabanedo)

Il 23 novembre migliaia di femministe e femministi sono scesi in piazza per gridare il loro dissenso contro la violenza sulle donne: un fenomeno che è più intrinseco nella società di quanto sembri. Se anni fa la situazione era peggiore, rimangono tuttavia ancora oggi strascichi di maschilismo e violenze patriarcali.

“Contro la vostra violenza saremo rivolta!” 

Sabato 23 novembre una marea femminista e transfemminista ha inondato le strade e le piazze di Roma per gridare la sua rivolta contro le violenze che ogni giorno è costretta a subire, in vari ambiti. In ogni parte del mondo, dal Sud America al Medio Oriente, dall’Africa all’Asia, le persone stanno chiarendo ormai da tempo che nessun processo di democratizzazione e liberazione è possibile senza un sovvertimento della realtà attuale. Si pensi alle donne curde, che ormai da anni portano avanti una rivoluzione femminista, ecologista e democratica per abbattere i fondamentalismi islamici e l’oppressione del governo turco. Al Sud America, dove le donne sono ogni giorno costrette a subire violenza patriarcale legittimata dal governo stesso e dove anche l’ambiente perisce ogni giorno di più. Alle soggettività lgbtqipa+, che in tutto il mondo sono vittime di violenze di ogni genere e portata e che combattono, tenaci, contro l’eteropatriarcato. A quattro anni dall’esplosione del movimento femminista, si legge sull’appello di Non Una Di Meno, è il momento di affermare, a partire dalle lotte, dalle pratiche, dalla solidarietà femminista, rivendicazioni chiare e non negoziabili su cui vogliamo risposte. E le domande, infatti, sono tante. Si lotta contro la giustizia patriarcale, che nei tribunali può diventare uno strumento punitivo per le donne, contro gli sgomberi dei centri antiviolenza e degli spazi femministi, come Lucha y Siesta a Roma – che tra l’altro risulta essere la città col tasso di violenza sulle donne più alto in Italia nel 2018 -, su cui pende un’ordinanza di sfratto comunale per risanare il debito dell’azienda Atac. E ancora a favore dell’indipendenza economica e di una pari retribuzione, di un’autodeterminazione sessuale e riproduttiva, che spezzi il monopolio degli obiettori e che includa il rispetto dei generi e degli orientamenti sessuali. In un’Italia che detiene il triste primato in Europa per omicidi di persone trans – con una grande maggioranza di donne trans, migranti e sex-workers – il movimento femminista dà una voce più potente anche a questa parte della società, per ricordare, soprattutto in occasione della Trans Freedom March che c’è stata il 22 novembre, che nessuna identità di genere può essere considerata un disordine. Ma anche violenze e abusi, uguaglianza lavorativa, beni di lusso e migrazioni sono ovviamente punti focali della manifestazione di sabato. Ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente il suo partner, si legge ancora sullo stesso articolo. I dati del rapporto Eures su “Femminicidio e violenza di genere” parlano chiaro: 142 le donne uccise nel 2018, di cui 119 in contesti familiari, con un aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente: la percentuale più alta mai registrata. Si stima inoltre che ogni 17 minuti una donna sia vittima di violenza, di qualsiasi genere essa sia. Sono i giornali a valutare quale dei tanti femminicidi debba essere raccontato e come: “gigante buono”, “se l’è cercata”, “raptus di gelosia” qualora si tratti del bravo marito italiano. “Invasore e violentatore nero”, nel caso faccia più comodo. Una manifestazione che abbraccia ogni tipo di violenza, dunque. Violenza che può colpire chiunque e che non ha passaporto, colore né classe sociale, ma che spesso ha le chiavi di casa.

Lucha y Siesta alla manifestazione del 23 novembre a Roma (@luchaysiesta)

Donne e scienza: un divario da colmare

“Penso realmente che le donne, sebbene in linea generale superiori agli uomini per qualità morali, siano inferiori dal punto di vista intellettivo”. Un indubitabile Charles Darwin risponde così nel 1881 a Caroline Kennard, attivista per i pari diritti che gli chiedeva spiegazioni riguardo alle sue dichiarazioni sull’inferiorità scientifica della donna. Ma sarebbe sbagliato puntare il dito solo contro Darwin, sebbene sia una delle menti più geniali e padre della moderna biologia. Era infatti la stessa società vittoriana a ritenere che la donna dovesse avere un ruolo confinato entro le mura domestiche e che, a causa delle sue limitate doti intellettuali, non fosse in grado di dedicarsi agli studi con profitto. Sebbene oggi la situazione sia nettamente migliorata in questo ambito, possiamo comunque ancora avvertire innumerevoli strascichi di un’egemonia maschile nel mondo scientifico che dura da troppo tempo e che spesso si porta dietro i rigurgiti maschilisti propri del ‘900. Basti pensare ai premi Nobel, il massimo riconoscimento per uno scienziato o una scienziata. Dalla sua fondazione, il premio è stato vinto 856 volte da uomini, ma solo 52 volte da donne. E non è tutto: i meriti femminili sono stati riconosciuti per la maggior parte non nel mondo tecnico, ma in quello della pace o della letteratura. Proprio come sosteneva anche Darwin. Secondo uno studio del 2018 condotto dall’Unesco, oggi solo il 28% dei ricercatori sono donne e nel biennio 2014-2016 solo il 30% di tutte le studentesse del mondo ha scelto discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) per i livelli formativi più alti, arrivando addirittura al 3% per materie come l’informatica.

La cartina mostra le percentuali di ricercatrici presenti nei vari Paesi del mondo

Quando N. Hopkins, biologa molecolare del MIT, ha fatto un resoconto del numero di donne presenti in 14 commissioni scientifiche di aziende e università anche all’avanguardia degli Stati Uniti, ha trovato che la rappresentanza femminile si fermava al 5% circa. All’interno del MIT stesso, in 12 commissioni, di 129 membri solo 6 erano donne. La National Science Foundation ha rilevato che sebbene il 50% dei post-doc in ingegneria sia donna, solo il 5% dei professori lo è. Sembra infatti che durante il percorso nel mondo accademico le donne si fermino (o vengano fermate). Si sono quindi andati a studiare i motivi di questo fenomeno e si è scoperto che per le donne il calo di autostima e di ambizione sia dovuto a una mancanza di modelli da seguire. In pratica, moltissime promettenti aspiranti scienziate pensano che la carriera accademica non faccia per loro perché non vedono persone come loro in quei ruoli. Eppure, sebbene questi dati siano continuamente raccolti proprio con lo scopo di mostrare un’evidenza scientifica, sembra che il maschilismo sia assai più radicato nella società di quanto ci si possa aspettare. Quando J. Handelsman, microbiologa a Yale, ha chiesto a 127 professori di discipline scientifiche di scegliere come manager di laboratorio tra Jennifer e John, due candidati fittizi con curricula identici, questi avrebbero assegnato in media uno stipendio di 4000 dollari inferiore a Jennifer rispetto a John. Come si legge nel Global Gender Gap Report 2018 del World Economic Forum, per raggiungere la parità economica e di opportunità tra uomini e donne ci vorranno ancora 108 anni e addirittura, se riuscissimo anche solo a colmare il divario di genere del 25%, il Pil mondiale aumenterebbe di 5300 miliardi di dollari. Sembra proprio che la parità di genere – per cui ogni giorno lottano migliaia di persone e da cui deriverebbe una ricerca scientifica e tecnologica più efficiente perché non limitata al solo mondo maschile – spingerebbe la società, oltre che verso una condizione di giustizia, verso un benessere e un progresso condivisibili da tutti.

Il grafico mostra come cala la percentuale di donne man mano che la carriera accademica sale di livello

Rosalind Franklin: i meriti rubati

Se ci fermiamo a riflettere sui grandi nomi che hanno “fatto la scienza”, ci accorgiamo subito che la stragrande maggioranza di questi sono maschili. Nel migliore dei casi, un paio femminili. Eppure sono numerose le donne che hanno contribuito con scoperte più o meno importanti. Solo a partire dal ‘900, una fra tante è la ben nota Marie Curie, prima donna a vincere un Nobel e che addirittura se ne guadagnò un secondo per i suoi studi sulla radioattività. Ma ancora Mileva Maric, fisica e moglie di Albert Einstein. Lise Meitner con i suoi studi che hanno portato alla scoperta della fissione nucleare. Ida Noddack, che per prima intuì la fissione nucleare ma fu messa da parte. Emmy Noether, che rivoluzionò l’algebra astratta e la relatività. Inge Lehmann, che ipotizzò per prima un nucleo terrestre solido. Annie Jump Cannon, Henrietta Swan Leavitt, Jocelyn Bell e Margaret Burbidge negli studi di astrofisica. Maud Menten, che studiò la cinetica enzimatica. Mary Cartwright nella matematica e Jane Goodall in primatologia. Nel lunghissimo elenco di ricercatrici si incontra anche un nome forse noto ad alcuni: Rosalind Franklin. Una delle più grandi chimiche e biochimiche, Franklin ha contribuito enormemente alla scoperta della struttura del DNA. Eppure, quando nel 1953 uscì sulla rivista Nature una serie di tre articoli dedicati all’argomento, il lavoro della Franklin era posizionato per ultimo, preceduto da quelli di James Watson e Francis Crick e appariva inoltre come un sostegno alla tesi di questi. Nove anni dopo, nel 1962, il Nobel per la medicina per la scoperta viene assegnato ai due scienziati e a Maurice Wilkins, collega della stessa Franklin. A lei invece no. Era morta quattro anni prima e il regolamento dell’ambito premio impedisce un’attribuzione postuma e a più di tre persone. Non sappiamo cosa sarebbe successo se Rosalind fosse stata ancora in vita, ma ciò che è certo è che nei fatti la sua figura scivola pian piano nell’irrilevanza.

La pagina del Nature del 25 aprile 1953 con l’articolo di Watson e Crick

È nel 1951 che Rosalind Franklin comincia a lavorare come ricercatrice associata al King’s College di Londra, nel laboratorio diretto da Maurice Wilkins. Già negli anni precedenti aveva maturato una profonda esperienza in vari campi di ricerca ed era diventata una vera esperta nell’utilizzo della diffrazione a raggi X – una tecnica usata per studiare la morfologia di molecole cristallizzate. Proprio per i suoi meriti e per le sue capacità riteneva di aver ottenuto il posto di lavoro, sostenendo così di dover condurre le sue ricerche in autonomia. Ma Wilkins pensava che fosse stata chiamata per svolgere il ruolo di sua assistente esperta. Così fin dall’inizio ci fu poca sintonia tra i due. Ambizioni, tenacia e metodo di Rosalind si scontravano contro il maschilista mondo londinese, che poco poteva sopportare che un posto importante fosse occupato da una donna. Nel 1951, quando Wilkins spiegò in una conferenza a Napoli perché gli scienziati si stessero concentrando tanto sulla determinazione della struttura degli acidi nucleici, era presente anche il ventitreenne James Watson, che insieme a Francis Crick stava studiando il ruolo del gene nel laboratorio Cavendish di Londra. Nel frattempo Franklin continuava i suoi studi sulla struttura delle molecole biologiche e fotografando le molecole cristallizzate scoprì che esistevano due forme di DNA: la A e la B. Wilkins, all’insaputa della ricercatrice, rivelò le scoperte fatte da lei a Watson e Crick, che ne approfittarono per costruire un primo modello della struttura del DNA, che comunque si rivelò errato. Rosalind non si fece scoraggiare e nel maggio 1951 scattò la famosa fotografia numero 51: mostrava una X ben nitida, dimostrazione indiscutibile di una struttura a elica. Nonostante il suo impegno, a giugno decise di lasciare il King’s College, in cui mai era riuscita a integrarsi, per trasferirsi al Birkbeck College. Wilkins poteva ora, finalmente, attribuirsi tutti i meriti della grande scoperta. Mostrò a Watson le foto della Franklin, che aveva riprodotto di nascosto, e in particolare la fotografia 51. Rosalind intanto continuava i suoi studi, scoprendo il modo per spiegare i rapporti di Chargaff tra le basi azotate del DNA e fornendo in questo modo altri dati cruciali a Watson e Crick. Nel 1953, infatti, la struttura del DNA fu scovata: una doppia elica con filamenti antiparalleli. Il 25 aprile l’articolo riportante questa scoperta apparve infine su Nature. Sebbene al Birkbeck Rosalind fosse riuscita a integrarsi, l’eccessiva esposizione ai raggi X le aveva procurato un tumore all’ovaio destro. Nonostante ciò portò avanti con costanza e dedizione il suo lavoro, pubblicando sette articoli solo nel 1956 e scrivendone altri sei nel 1957. Era il 15 aprile 1958 quando Rosalind fu sopraffatta dalla malattia. Le sue fotografie furono ricordate come “le più belle immagini ai raggi X mai ottenute”, mentre la ricostruzione epistolare della scienziata e le interviste ai protagonisti di questa vicenda hanno dimostrato che fu proprio Rosalind Franklin la vera scopritrice della struttura a elica del DNA.

Rosalind Franklin e la famosa fotografia numero 51

James Watson: l’assassino morale di Rosalind Franklin 

Sebbene i meriti di Rosalind fossero chiari, nell’autobiografia di James Watson La doppia elica, pubblicata nel 1968, è descritta come “la terribile e bisbetica Rosy”: non attraente, che vestiva da liceale, dal carattere pessimo e che trattava gli uomini come ragazzini, gelosa del proprio lavoro. Come se una donna, per acquisire valore professionale, avesse bisogno di abiti avvenenti, bellezza e carattere affabile. Mary Ellmann in un suo testo accusò Watson di misoginia, scrivendo con sarcasmo che Rosalind era la donna in grado di studiare il DNA come un uomo. Nel 1999 Watson ancora giustificava le sue azioni scorrette dicendo ad Harvard che Wilkins non avrebbe mai dovuto mostrargli la famosa foto. E ancora, nel 2012, la sua personalità maschilista non era stata messa a tacere quando affermava, riferendosi alla carriera scientifica femminile, che avere tutte queste donne intorno renda le cose più divertenti per i maschi, ma probabilmente riduce la loro efficienza. E la carriera già sporca dello scienziato è macchiata anche di razzismo, quando a inizio 2019 sosteneva: “C’è una differenza media tra neri e bianchi sui test di QI. Direi che la ragione è genetica”. E non sono certo deliri di un uomo ormai novantenne, dato che già nel 2007 dichiarava di essere profondamente cupo sul destino dell’Africa, dal momento che tutte le nostre politiche sociali sono basate sul fatto che la loro intelligenza sia come la nostra, mentre tutti i test ci dicono che non è davvero così… Chi ha avuto a che fare con dipendenti di colore sa che non è vero. Smentite e dichiarate antiscientifiche, tutte queste affermazioni sono costate a Watson il ritiro di numerose onoreficienze. Ma infinite sono ancora le sue dichiarazioni discriminatorie, non essendosi fatto troppi problemi a esprimere concetti come: un po’ di antisemitismo è accettabile, non c’è motivo per non abortire bambini omosessuali se mai la genetica permettesse di scoprirlo prima della nascita e le persone sovrappeso non dovrebbero essere assunte

Rosalind è quindi a ragione diventata il simbolo dell’esclusione delle donne dalla scienza: una forma di violenza che anche oggi, purtroppo, fa sentire la sua eco. È per donne come lei che ancora oggi c’è bisogno di gridare nelle piazze noi siamo rivolta!, affinché si possa dire “scusaci, Rosalind” ben prima che non possa più sentirlo e agire quindi per ribaltare la situazione.

James Watson

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