Quando si è piccoli, la morte è un concetto astratto e inconsistente. Crescendo, assume invece caratteri molto più concreti. La consapevolezza della morte segna uno spartiacque dopo il quale alcuni riescono a vivere ignorando la questione, altri ci si arrovellano intorno sperando di cogliervi un senso, un qualcosa che renda la vita meno vana. In questo secondo gruppo finiscono molti intellettuali, artisti e poeti con una lucida consapevolezza e uno scomodo bisogno di capire. Ma come si fa a parlare della morte? E come si fa a rappresentarla? Questa domanda può avere varie e differenti risposte, tuttavia, per capire meglio il ‘come’, occorrerebbe forse soffermarsi sul ‘perché’ si senta il bisogno di parlare della morte. Una prima ipotesi potrebbe essere la conoscenza: parlare della morte e rappresentarla per provare a comprenderla. Una seconda, forse collegata alla prima, potrebbe essere il bisogno di esorcizzare la paura che essa genera nell’uomo. Una terza ipotesi, peraltro abbastanza presente nell’arte, potrebbe essere la volontà di sconvolgere lo spettatore. Ad ogni modo, due tentativi interessanti di rappresentare la morte ci vengono offerte da Ungaretti e Kubrick. Entrambi la rappresentano in uno dei suoi regni, dove essa domina sovrana: la guerra.

Ungaretti e il potere vitale della morte

È il 23 dicembre 1915 quando Ungaretti, impegnato a combattere nella Prima Guerra Mondiale, si trova in trincea a Cima Quattro. È il 23 dicembre 1915 quando la morte si mostra al poeta in tutta la sua ferocia: “Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato”. La poesia (Veglia) continua poi con un’espressionistica descrizione del compagno ucciso, o meglio del suo cadavere abbandonato accanto a lui. A questo punto sarebbe facile abbandonarsi all’angoscia e alla percezione di insensatezza che la morte genera nell‘uomo. Invece Ungaretti sceglie una strada altrettanto dolorosa, ma certamente più coraggiosa. Sceglie di sentire fino in fondo la disperazione per la morte e, nel farlo, sente la vita. Questo è l’unico riscatto all’orrore, l’unico senso che la morte può avere per chi resta: sentire la morte per poter sentire la vita. L’uomo ha cioè bisogno di sentirsi perso e fragile per rendersi conto del dono più grande che ha, deve temere di perderlo per rendersi conto di quanto sia prezioso. Perciò Ungaretti ci dice che la morte “penetra nel mio silenzio” e lo porta a scrivere lettere d’amore. Sentire la morte lo porta a celebrare la vita e il suo più forte rappresentante, ovvero l’amore. Il poeta termina poi dicendoci “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”. Ecco quindi il modo di Ungaretti di mostrarci la morte, la sua indagine poetica su questo tema così disturbante. Il poeta accetta di vivere la morte per sentire la vita e scrivere di essa. Nella percezione della vita trova senso la morte.

Kubrick e la vanità della morte

Anche Stanley Kubrick decide di riflettere sulla guerra e sulla morte, e lo fa con un capolavoro come Full Metal Jacket. Qui la guerra diventa una follia di cui gli stessi soldati non capiscono il senso, come appare evidente dalle interviste fatte da Joker agli altri soldati. In questa realtà, anche la morte diventa folle e vana, perdendo il valore che ad essa attribuiva Ungaretti. Infatti se in Veglia la morte avvicina al senso della vita, con Kubrick è svelata l’altra faccia della guerra: la disumanizzazione di ogni cosa, persino della morte. Infatti ciò che sconvolge di più nel film è l’indifferenza con cui i personaggi assistono alle morti dei loro compagni. Non c’è riflessione, non c’è un sentimento vitale attivato dalla morte. Morto il personaggio, semplicemente si cambia scena. Partiamo dalle due morti più vane, quelle di Leonard e del sergente maggiore Hartman. Nell’ultima notte nel campo di addestramento, Leonard, dopo settimane di umiliazioni e fallimenti, impazzisce e uccide prima il sergente e poi se stesso.

Non siamo ancora arrivati in Vietnam e già la guerra semina insensatezza e vanità. La guerra è già presente in quel bagno bianco e buio dove Leonard compie due gesti così estremi e l’ambientazione claustrofobica e angosciante di questa scena genera nello spettatore un sentimento pesante, un’angoscia difficile da ignorare. Qui la morte non ha nulla da dire a chi vi assiste, la scena dopo è ambientata in Vietnam e di Leonard e del sergente non si parlerà più. Queste morti non hanno portato eccezionali pensieri ontologici, chi vi assiste gira pagina e va avanti. Paradossalmente, proprio questo fattore determina un meccanismo di straniamento nello spettatore, il quale non può fare a meno di riflettere sull’impassibilità con cui la morte è affrontata. Pertanto la strategia di Kubrick è quella di mostrare una morte insensata affinché lo spettatore sia spinto a mettersi attivamente a capire e riflettere. L’altra morte che vorrei considerare è quella della giovane ribelle vietnamita giustiziata dal gruppo prima del famoso finale sulle note di Mickey Mouse. Mentre la giovane è a terra agonizzante i soldati discutono con calma sul d farsi, finché Joker la uccide. “Ora sei davvero un duro”, commentano i compagni. Nonostante sembra che Joker fatichi a distogliere lo sguardo da ciò che ha fatto, nella scena successiva canta la canzone di Topolino con gli altri e pensa a tutt’altro. L’uccisione appena compiuta non lo sfiora minimamente. È vero che dice di essere contento di essere vivo, ma non è comunque paragonabile al discorso di Ungaretti. Qui c’è una totale disumanizzazione, i valori vengono tutti meno, la morte non spinge a sentire il senso della vita, il tutto si riduce al mero ‘sopravvivere’.

Kubrick e Ungaretti ci mostrano così le due facce della morte, due modi molto diversi di affrontarla e viverla. Tuttavia, per quanto diversi, sono entrambi lucidi e veritieri, e costituiscono due ottimi punti di partenza per riflettere e dare senso a un mondo che spesso sembra non averne.

Viviana Vighetti

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